In memoria di Donato Bergamini

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Wednesday 15 October 2008 at 10:36 pm

Sono giorni di euforia per il Cosenza. La squadra vola in classifica e si spera in un altro anno straordinario come quello passato. Tra circa un mese ricorre l’anniversario della morte di Donato Bergamini in circostanze ancora poco chiare. Questo è un breve riassunto di quella storia.

Il 19 novembre 1989, moriva Donato Bergamini, forte centrocampista del Cosenza di quegli anni. Il calciatore fu tra i protagonisti della storica promozione in serie B della stagione ’87-’88. Dopo ventiquattro anni la squadra ritrovava la serie cadetta guidata da Gianni Di Marzio che aveva sostituito ( non si sa bene perché) Franco Liguori, provocando una dura reazione dei giocatori che avevano deciso di non presentarsi agli allenamenti. Protesta rientrata dopo le minacce del presidente dell’epoca Carratelli. Donato Bergamini è nato a Boccaleone in provincia di Ferrara, arriva a Cosenza nella stagione ’85-’86. A soli 27 anni muore sulla statale 106, all’altezza di Roseto Capo Spulico. La sua presunta fidanzata dice che il calciatore s’è tuffato sotto le ruote di un camion che passava sulla strada. In città c’è grande commozione. Molti dei compagni di squadra giurano che l’ipotesi del suicidio è inverosimile perchè “Donato era un ragazzo pieno di vita”. Bergamini era considerato uno dei giocatori più rappresentativi della squadra, alla stregua del suo migliore amico Michele Padovano, al punto che tempo dopo la curva sud venne intitolata proprio al giocatore ferrarese. Il camionista calabrese che guidava l’autoveicolo è stato assolto dall’accusa di omicidio. L’inchiesta della magistratura non portò a nessuna verità comprovata, ma aprì una serie di voragini. Ad esempio, la “fidanzata” di Bergamini andò con un’auto di passaggio fino ad un bar ad avvertire prima sua madre e poi i giocatori in ritiro pre-partita e si trattenne al telefono con uno di essi Francesco Marino. Qui cominciano le incongruenze perché la ragazza non accennerà a questi particolari che verranno scoperti solo dopo, il camionista investitore cambierà la sua versione dei fatti un paio di volte. I giocatori del Cosenza, compreso il coinquilino e grande amico di Bergamini: Padovano, non daranno nessun aiuto all’inchiesta. Il caso si chiuderà in un nulla di fatto, anche se l’indagine non riuscì a dimostrare né il suicidio, né l’omicidio. Alcuni giornali durante l’inchiesta comincieranno a parlare delle influenze della’ndrangheta cosentina sulla squadra. Anni dopo l’ex potente boss Franco Pino dichiarò di aver truccato una partita (Cosenza-Avellino) e come garanzia di aver tenuto in ostaggio la moglie di un giocatore della squadra avversaria al San Vito. Il dubbio che il suicidio di Bergamini sia in realtà un omicidio legato al totonero ed alla droga che pare circolasse tra i giocatori è un sospetto atroce anche per la famiglia. Il padre di Bergamini, Domizio, ascoltato dal magistrato il 2 dicembre 1989 riferisce di una telefonata, ricevuta nella loro casa di Boccaleone, che aveva messo in grande agitazione il figlio che addirittura, secondo la testimonianza, “…era paonazzo, sudava ed alla attaccatura dei capelli aveva delle bollicine come dopo una profonda e intensa emozione.” L’altro fatto strano è che nel giorno della morte Bergamini andò al cinema “Garden” con il resto della squadra, ma fu prelevato da due uomini a metà del film o almeno così risulta secondo alcune non provate testimonianze. Di sicuro il giocatore sparì dal cinema, non tornò nel ritiro e poi fu trovato morto sulla statale 106. A dire dei giocatori nessuno si accorse della sua assenza. In questa vicenda il problema che fa nascere vari sospetti è proprio questo: ci sono testimonianze che poi vengono cambiate, lettere anonime e non che cercano d’indirizzare sul totonero le indagini, una di queste arriva alla procura di Castrovillari, un’altra lettera indirizzata a Domizio Bergamini parla del coinvolgimento della presunta fidanzata di Donato e di un dirigente del Cosenza in un traffico di droga. Il dirigente consegnava una scatola di cioccolatini a l calciatore che la passava alla ragazza e poi la scatola si ritrovava nel pullman del Cosenza che portava i giocatori in trasferta. La lettera continuava sostenendo che Donato l’aveva aperta e non avrebbe dovuto farlo. Depistaggi? Inoltre l’avvocato della famiglia del calciatore fece analizzare ad un perito, il professor Antonio Dell’Erba, i risultati dell’autopsia sul corpo di Donato. Tra gli elementi mancanti per un’accurata analisi, c’erano i vestiti indossati dal giocatore che hanno una storia abbastanza incredibile: i genitori non riescono a farseli ridare dall’ospedale dove fu portato il ragazzo. Padre Fedele, secondo Domizio Bergamini, gli avrebbe detto che Donato era stato ucciso e la prova era nei vestiti. Dopo qualche tempo le scarpe di Bergamini vengono consegnate alla famiglia grazie a Domenico Corrente, factotum della squadra, con la preghiera di non farlo sapere a nessuno. Le scarpe sono intatte e pulite. Questo è un altro particolare strano perché va messo insieme al fatto che il corpo di Bergamini non riportava nessuna ferita particolarmente truculenta e per una persona investita da un camion e trascinata per trenta metri risulta strano non avere segni sul corpo e sugli unici indumenti fatti ritrovare. Un magazziniere del Cosenza, Alfredo Rende, aveva chiamato i genitori per dirgli che voleva parlare con loro della morte del figlio, purtroppo anche lui morì sulla 106 Jonica insieme a Corrente travolti da un camion che sbanda e distrugge la loro macchina. Questa è una vicenda tragica senza verità in cui un ragazzo muore e senza che i suoi familiari riescano a sapere cosa sia successo. Una storia di omertà dove sembra chiaro che chi sa qualcosa tace e chi sospetta e potrebbe essere utile non si fa avanti. Vorrei concludere citando il libro di Carlo Petrini che ha cercato di mettere in fila questi fatti in maniera completa, a cui mi sono rifatto per scrivere queste righe e di cui consiglio la lettura: Il calciatore suicidato – la morte senza verità del centrocampista Donato Bergamini. “Sulla morte di Bergamini è stata fatta un’inchiesta superficiale, piena di buchi e di errori, che ha dovuto fare i conti con un muro di omertà costruito all’interno della squadra”. L’altra cosa che mi fa venire il voltastomaco ripensando a questa vicenda è che nessun giornalista sportivo ha avuto il coraggio d’indagare su questa storia, di ricostruire la vicenda, di cercare di restituire qualcosa ad un ragazzo di 27 anni morto tra inganni, bugie e silenzio. Molti giornalisti sportivi dell’epoca, d’altronde, sono gli stessi che hanno nascosto ed alimentato la cosidetta calciopoli e che fanno a gara ad arruffianarsi i vari potenti del pallone. Persone che rispettano la volontà superiori di tenere tutte le questioni scomode, come questa, fuori da qualsiasi possibile svelamento nel mondo dorato del calcio.


La cartiera di Rosarno

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Monday 6 October 2008 at 10:55 am

In Italia, dal 1992 esiste una legge che eroga finanziamenti a fondo perduto per attività produttive da insediare nelle zone economicamente depresse del paese. Questa legge si chiama 488 ed ha sostituito la vecchia ed ormai impresentabile Cassa del Mezzogiorno. Si stima che dall’entrata in vigore della sopra citata legge i solerti e coraggiosi imprenditori italiani (gente che non muove un dito senza un finanziamento pubblico, ma che farnetica continuamente di libero mercato) hanno truffato allo Stato circa 80 miliardi di euro.
La storia della cartiera di Rosarno parte proprio da uno di questi finanziamenti pubblici: 9 milioni di euro vengono generosamente regalati ad un imprenditore bresciano di nome Cadenotti che memore di un noto film di Woody Allen prende i soldi e scappa.
A testimoniare il passaggio di questo benefattore proveniente dal nord produttivo, nel comune della piana rimane una struttura (la cartiera) che viene utilizzata come casa dai migranti che arrivano nella zona durante il periodo della raccolta delle arance.
Queste persone dormono in condizione igieniche pessime, abbandonati a loro stessi ed alla violenza razzista di una parte della popolazione locale. Non sono pochi i casi di lavoratori pestati e derubati mentre tornavano verso la cartiera. A Rosarno la caccia all’immigrato è diventata un’attività ricreativa ed è molto difficile contrapporsi a queste pratiche fasciste per le persone che vogliono avvicinare i braccianti ed aiutarli a vivere in maniera meno drammatica il loro lavoro. A questo va aggiunte che le cosche la fanno da padrone e non gradiscono che le braccia che hanno ordinato si mettano pure a stringere rapporti con la gente del luogo. Devono rimanere nell’indigenza in cui sono arrivati, non devono avere la certezza se quel giorno mangieranno o meno.
I migranti arrivano da vari paesi: ci sono senegalesi, ivoriani, rumeni o liberiani.
All’alba vengono reclutati sulle strade. Nessuno di loro quando si sveglia sa se quel giorno lavorerà o meno, chi viene scartato torna alla cartiera o cerca di trovare un modo per svoltare la giornata.
I prescelti salgono su pick-up o furgoni e vengono scaricati sul posto di lavoro. Ovviamente “il passaggio” lo pagano, pare costi cinque euro, circa un quinto della loro paga giornaliera.
Lavorano tra le dodici e le quattordici ore al giorno.
Rosarno è il laboratorio della Bossi-Fini: arrivi in paese, lavori e riparti per andare a lavorare in un’altra zona dove c’è bisogno delle tue braccia e della tua schiena.
In mezzo c’è qualche retata fatta ad hoc dalle forze dell’ordine, i maltrattamenti, le minacce e certe volte anche un morto, come è successo ad un giovane rumeno rapinato ed ucciso.
Nel novembre 2007 Medici senza frontiere ha realizzato un’indagine nella zona tra Rosarno, San Ferdinando e contrada Marotta evidenziando come la situazione in quei luoghi, per i migranti non sia dissimile da quella di una crisi umanitaria.
Pensando a questa storia non si può non riflettere sul fatto che la Calabria (terra di emigrati) è la prima meta toccata da molte persone che sbarcano in Italia. Il primo impatto con il belpaese è ‘ndrangheta, sfruttamento e razzismo.
A settembre esce Un destino sgarbato – storia degli schiavi di Rosarno un libro importante di Antonello Mangano che racconta le storie di queste persone che arrivano in un luogo che ha dimenticato di non essere “nord produttivo”, ma anch’esso sud del mondo.


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