Amaro in bocca! la doppia faccia della manifestazione No Ponte di Villa San Giovanni.

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Monday 21 December 2009 at 5:04 pm

Un solo no e tanti si! Questo è il senso della manifestazione contro la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Circa ventimila persone hanno detto no alla costruzione del mostro sullo stretto e hanno detto si al rafforzamento del trasporto pubblico, ad una soluzione condivisa per l’ammodernamento (chiamiamolo così) della Salerno – Reggio Calabria, alla messa in sicurezza delle zone di Calabria e Sicilia dissestate idrogeologicamente, ad un piano antisismico, alla bonifica delle terre e dei fiumi inquinati come la zona del fiume Oliva tra Campora S.G. ed Amantea che, al di là delle belle parole, è rimasta solo sulla carta.
In sostanza, si sono stabilite quali sono le vere priorità. Come hanno scritto Osvaldo Pieroni ed Alberto Ziparo su Il Manifesto del 20 dicembre 2009: “…No Ponte! significa buttare definitivamente a mare il vecchio modello di sviluppo meridionale – tra l’altro rivelatosi fallimentare – che ha prodotto i disastri economici ed ambientali di cui sono marcati i contesti siciliani e calabresi”. Sfilando per Villa San Giovanni non si può non pensare a quali danni il cemento abbia fatto in queste zone e viene da riflettere anche su quale catastrofe possa diventare una forte scossa di terremoto, se non si comincia da subito a lavorare per mettere in sicurezza gli edifici pubblici e privati della costa, ma anche dell’entroterra reggino. Fa pensare anche il fatto che è bastata la prima neve e la prima pioggia dell’anno per mettere in crisi il sistema ferroviario e stradale della Calabria e della Sicilia: infatti molte persone sono rimaste bloccate ed hanno avuto difficoltà infinite ad arrivare in manifestazione.
I disagi per chi si sposta in questi giorni pre natilizi sono gravissimi ed i ritardi dei treni raggiungono le cinque ore. Prima di spendere sei miliardi di euro (che saranno di sicuro il quadruplo, in puro italian style), un esamino di coscienza un ministro dei trasporto di buon senso e non, del poco propenso ai rischi, capitalismo italiano, se lo dovrebbe fare. A proposito di politici: la giunta regionale era sicuramente ben rappresentata, soprattutto dopo la mossa elettorale dell’uscita dalla Stretto di Messina S.P.A., la società che sta drenando il denaro pubblico verso le casse di Impregilo, senza che ci sia neanche un progetto abbozzato dell’opera.
Non poteva mancare l’adesione di Pippo Callipo, ormai sempre più orientato a far vincere le elezioni a Scopelliti. Fa sorridere che sia lui il campione di legalità in Calabria e si presenti con il partito di Di Pietro che, quando era ministro delle infrastrutture ha evitato la chiusura della Stretto di Messina, adducendo ridicoli motivi di penali da pagare ad Impregilo. A quest’ora ci stavamo raccontando un’altra storia. A proposito di Scopelliti, sarà curioso vedere con chi stringerà patti per conquistare la presidenza della regione. Speriamo che non faccia come Alemanno, che pur di vincere le elezioni si è alleato con fascisti, più beceri di lui. Dico questo, perché i topi di cui parlo, a Reggio Calabria hanno incendiato il C.S.O.A. Cartellla di Gallico (attivissimo nelle lotte ambientali e non solo) qualche anno fa e prima dell’ intensificarsi delle iniziative No Ponte di quest’anno, hanno cercato d’intimidire gli attivisti con volantini in cui si minacciava di ucciderli. Che strana coincidenza: da nord a sud le minacce dei fascisti arrivano sempre nel momento in cui si stanno creando le basi per incrementare il conflitto e l’opposizione sociale.
A proposito di controllo: sicuramente la ‘ndrangheta non sarà stata contenta di vedere così tanta gente, nonostante le condizione meteorologiche infami, a lottare contro un opera che andrà a riempire le tasche di mafiosi e ‘ndranghetisti oltre che dei soliti noti di Impregilo. Stranamente, tra le persone meno contente dello svolgimento del corteo, c’era il commissario prefettizio di Villa San Giovanni, mandato proprio per ricreare un tessuto sociale devastato dalle infiltrazione mafiose. La società civile, oltre ai militanti, ha risposto all’appello della rete No ponte. Non c’è stata la stessa risposta degli abitanti di Amantea e dintorni in occasione del corteo del 24 ottobre, ma comunque la manifestazione del 19 resta un segnale incoraggiante che spinge a proseguire questa lotta.
Purtroppo, questa giornata, è stata macchiata da un grave lutto: la morte di Franco Nisticò, ex sindaco di Badolato (CZ), comune tra i primi ad iniziare l’esperienza di accoglienza dei migranti che molti paesi calabresi, stanno portando avanti in questi anni. La morte di Franco Nisticò, forse si poteva evitare, ma sarà difficile stabilirlo.
Andiamo con ordine: nei giorni prima della manifestazione, come successe ad Amantea, si è cominciata a spargere (ad arte) la voce dell’arrivo di orde di Black Bloc a Villa. Il commissario prefettizio ha chiesto ai villesi di chiudere i negozi e farsi un week end fuori casa. Qualche giorno prima del corteo viene fatto sapere che è stata ritrovata una macchina piena di spranghe vicino alla piazza da cui partirà la manifestazione. Si mormora che siano stati i fascisti o almeno così fanno trapelare voci dalla questura. Il giorno del corteo c’è un dispiegamento di forze incredibile: ci sono i vigili, la polizia provinciale, i carabinieri, la polizia, la finanza, la guardia costiera e persino le guardie ecozoofile! Vengono fatti controlli di documenti nel mucchio senza nessuna specifica motivazione. Ovviamente non c’è nessun fermo, non ce ne sarebbe motivo, ma ogni movimento viene controllato, ogni strada secondaria presidiata in maniera vistosa. Purtroppo in mezzo a questo delirio securitario, arrivati alla fine del corteo, in una piazza allestita con un palco per i concerti e gli interventi delle varie associazioni, centri sociali e singoli, Nisticò ha un infarto. Aveva appena finito di parlare. Sembra incredibile, ma il prefetto e gli altri funzionari del disordine, non hanno pensato a tenere un’ambulanza sul posto. Infatti il mezzo era stato mandato via. Quando s’è chiamata l’ambulanza dal palco ci si è accorti che non c’era più. Subito è stato chiamato il 118. Intanto si è chiesto alla polizia di mettere a disposizione il loro mezzo di soccorso che non aveva neanche la bombola di ossigeno. Dopo un po’ di titubanza dei funzionari, con conseguente tensione crescente, Nisticò viene portato via, purtroppo morirà poco dopo. Dall’infarto alla partenza del mezzo della polizia sono passati circa quaranta minuti. Se fossi il prefetto ed il responsabile dell’ asl competente, mi sentirei sulla coscienza un morto. L’ennesimo caso di malasanità ed organizzazione cialtrona dell’ordine pubblico.
La gente nella piazza si scalda moltissimo, non si può vedere morire una persona così! La polizia per tutta risposta infila caschi, imbraccia scudi e manganelli e si prepara ad una carica. Bel modo di tenere l’ordine dopo quello che è successo. Per fortuna l’intelligenza ed il senso di responsabilità dei compagni in piazza prevale sulla rabbia. La manifestazione viene sospesa, non appena la gente comincia ad andare via, in modo da evitare altri problemi. Una giornata che era iniziata bene, nonostante la pioggia, finisce con l’amaro in bocca.
Vorrei chiudere con le parole del comunicato delle ‘compagne e dei compagni dell’ Unical’:
“…Franco era questo: un Compagno! Non era semplicemente come molti giornali scrivono: un esponente del “Comitato per l’SS 106″. Battersi per l’ammodernamento della “statale della morte” è stata solo l’ultima parte del suo lungo percorso di lotte. Franco era un antirazzista, uno di quelli che tra i primi, sia come cittadino che come sindaco, si è battuto per l’integrazione della comunità kurda a Badolato, ha accolto ed aiutato chi era in difficoltà, consapevole che la solidarietà umana non può essere subordinata ad un permesso di soggiorno. È stato un sindacalista attivo nelle lotte per il lavoro e la dignità della nostra gente. Uno di quelli che non si tira mai indietro, uno di quelli convinti che siamo noi a scrivere la nostra storia nelle piazze e nelle strade, con le nostre mani e le nostre menti. Uno di quelli abituati ad urlare la propria degna rabbia.
Franco Nisticò è stato e sarà sempre uno di noi!”


Battisti ed i reduci del terrorismo

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Thursday 3 December 2009 at 6:57 pm

Premetto che molte delle cose che scrivo in questo articolo sono, brutalmente, riprese da Carmilla on line.

Uno dei tanti trucchi, per parlare d’altro, del governo Berlusconi è il così detto ‘caso Battisti’.

Cesare Battisti era un portiere, non di calcio, ma di uno stabile. Non era un intellettuale, come Renato Curcio o altri ex combattenti armati. Viene arrestato nel 1979, riesce a fuggire (si dice con l’aiuto di Gianmaria Volonté) e rimane fuori dall’Italia per molti anni. Diventa un apprezzato scrittore, ma su di lui pende la scure del temibile Franco Frattini, ministro degli esteri italiano che non ha niente di meglio da fare che incarognirisi sulla sua estradizione. Gli italiani sono in guerra in Afghanistan, Iraq e sono presenti in Libano, dopo il vergognoso attacco di Israele al paese dei cedri. C’è la questione climatica. Ci sono in corso trattative per ridurre le emissioni di co2 e salvare il pianeta. Frattini, però, preferisce dedicare il suo tempo ad insultarsi con alcuni ministri brasiliani. E’ seccante, ripetersi, ma non dimentichiamo che questi tizi sono gli eredi del “Me ne frego!”.

Battisti è accusato di un omicidio che non ha commesso. Il 16 febbraio 1979, venne ucciso il gioielliere Luigi Pietro Torregiani. Costui aveva sparato, uccidendolo, Orazio Daidone: uno dei due rapinatori che avevano preso d’assalto il ristorante Il Transatlantico. Un cliente, Vincenzo Consoli, morì nella sparatoria, un altro rimase ferito. Torregiani venne ucciso come monito a tutti quelli che cercavano di farsi giustizia da soli. Non si può sorvolare sul fatto che, il gioielliere, si sia messo a sparare in mezzo alla sala affollata di un ristorante perché erano state rubate qualche collanina ed un po’ di soldi, provocando, di fatto, la reazione dei rapinatori.

Battisti non faceva parte del commando che uccise Torregiani. Gli esecutori dell’omicidio (Sebastiano Masala, Sante Fatone, Gabriele Grimaldi e Giuseppe Memeo) furono catturati poco tempo dopo l’agguato, e hanno scontato le condanne inflittegli. Pare che le testimonianze che accusano l’ ‘ex-terrorista’ (?) siano state estorte con la forza e la violenza da parte delle forze dell’ordine. Metodi usuali, quando  i funzionari dello stato, vogliono ottenere qualcosa, sia pure il semplice dileggio della persona.
Perché continuare a cercare di portare in carcere Battisti?

In molte trasmissioni televisivi si vede un signore sulla sedia a rotelle che ne chiede l’immediata estradizione: deve pagare per quello che ha fatto. Il signore in carrozzina è Alberto Torregiani, figliastro del gioielliere. Vedendolo, subito, si penserà che è rimasto ferito da Battisti o dagli altri componenti del gruppo di fuoco. Nessuno cerca mai di chiarire come quel tizio sia rimasto colpito. La realtà, come sempre, è più cruda della fantasia: è stato il padre di Alberto a ferirlo e condannarlo per sempre a rimanere su una sedia a rotelle. Luigi Pietro Torregiani era un uomo dal grilletto facile, una specie di Maurizio Merli de noantri., neanche un Callaghan. Battisti viene anche accusato di essere uno dei mandanti dell’omicidio e l’organizzatore dell’attentato. In realtà, il gruppo di cui Battisti faceva parte (Proletari Armati per il Comunismo) era composto da circa sessanta militanti e lui era uno fra i tanti e, come dicevo prima, non essendo un intellettuale ed anzi venendo da piccoli furti e rapine, non faceva parte del direttivo dei PAC.

PAC è una delle svariate sigle degli anni ’70, distanti anni luce dall’ideologia delle Brigate Rosse (basta leggere la storia e guardare meno tv). Un gruppo che non può, dunque, essere legate alle attuali B.R.. Allora perché continuare ad insistere con la richiesta di estradizione? Penso che non ci sia un reale motivo, se non quello di parlare d’altro e, per alcuni, di semplice vendetta. Anche perchè, chi ci governa adesso, è stato protagonista diretto di quegli anni, dalla parte dei fascisti: quelli che hanno messo le bombe a piazza Fontana o alla stazione di Bologna. Quelli che probabilmente in alcuni casi le hanno sonoramente prese dai compagni e forse adesso sono pervasi da un senso di rivalsa. Fa venire una rabbia indescrivibile sapere che nessuno dei vari assassini fascisti (due parole troppo spesso inscindibili), esecutori delle stragi, sia stato inseguito con lo stesso accanimento che è toccato a Cesare Battisti. Non mi risulta che si stia facendo la guerra al Giappone per mettere in galera Delfo Zorzi, condannato all’ergastolo nel 2001 per la strage di Piazza Fontana, di cui ricorre il 40° anniversario il 12 dicembre (si può dire o siamo dei pericolosi sovversivi?). Zorzi vive tranquillamente nel paese del sol levante (o dell’avvenir?), produce borse ed è proprietario della catena di negozi, Oxus, che vende anche in Italia senza che nessuno abbia fatto chiudere questi esercizi. Non mi pare che Frattini, si sia speso per far rientrare un pericoloso stragista insultando il ministro degli esteri giapponese. Comunque, se sei un stragista fascista puoi circolare liberamente nel nostro paese che è quello di Cesare Beccaria, ma anche del ‘recidivo’ codice Rocco.

Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti, tra gli esecutori della strage alla stazione di Bologna, sono liberi, girano per le nostre città tranquillamente. Quel ‘fine pena mai’ scritto sui loro fascicoli giudiziari rimanie solo su carta.

La strage di Bologna del 2 agosto del 1980 fece 85 morti! Ottantacinque! La Mambro è stata riconosciuta colpevole di 95 omicidi! Ripeto: novantacinque! Sottolineo che questi sono solo gli esecutori di un disegno autoritario fascista portato avanti dai neofascisti e dallo Stato, già, perché i mandanti non hanno fatto mai un giorno di galera e non sappiamo neanche con certezza chi effettivamente siano. Ma allora di che stiamo parlando?


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