Mentre vietate il kebab, la `ndrangheta si sta mangiando la `Padania`

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Wednesday 26 May 2010 at 5:28 pm
Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra. Ma anche norme ridicole – come quelle sulle panchine – o assurdamente razziste. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori – sono i venditori di cibo etnico.

Mentre vietate il kebab, la `ndrangheta si sta mangiando la `Padania`

Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.

Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.

A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. “Si ammazzano tra loro?”.

Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli,  a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della “Padania”. Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.

Se sei nero cambia tutto

La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.

Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro – Buccinasco – viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.

Ad Adro (Brescia), c`è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il “White Christmas” di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

La mafia non esiste

Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto “Ombre nella nebbia”, Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero.

Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un “mercato a cielo aperto” con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della “Padania”, la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi).

Le “profezie” sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai “grandi eventi”. Le cosiddette “infiltrazioni” mafiose nei cantieri TAV del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.

Leggi criminogene

E’ facile diventare “clandestino” al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.

La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può; adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.

La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli.

Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.

di Claudio Metallo e Antonello Mangano

pubblicato su terrelibere.org

(http://www.terrelibere.it/terrediconfine/mentre-vietate-il-kebab-la-ndrangheta-si-sta-mangiando-la-padania)

e da Il Manifesto

(http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/04/articolo/2575/)


Canta che non passa

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Monday 24 May 2010 at 10:43 am

Il 4 maggio 2010, a Rosarno viene arrestato Antonio Magnoli. Ricercato, a livello internazionale, per aver violato la legge sugli stupefacenti e per associazione a delinquere. Questo recitano i comunicati stampa. Sicuramente non era ricercato per detenzioni di erba ad uso personale, ma più probabilmente per raffinazione di stupefacenti e narcotraffico. Staremo a vedere, però è curioso che questo personaggio sia stato arrestato proprio a Rosarno, o meglio è strano che un italo francese (Magnoli è nato ad Antibes, vicino Cannes) abbia scelto la piana di Gioia Tauro ed in particolare Rosarno, per la sua latitanza.

Su Antibes, Victor Hugo scriveva: “Qui tutto splende, tutto fiorisce, tutto canta.”. Nonostante un detto di ‘ndrangheta reciti: «Davanti alla gran curti non si parra, pochi paroli e cull’occhiuzzi ‘nterra, l’omu chi parra assai sempre la sgarra! Culla sua stessa lingua s’assutterra», anche in Calabria si canta e si ascolta la radio. A Rosarno dove c’era una stazione in fm, Radio Olimpia, a disposizione dei clan per mandarsi messaggi in codice, tramite dediche o canzoni specifiche. Giustamente, fa notare Claudio Cordova (http://claudiocordova.wordpress.com/) in un suo articolo, Lezioni di mafia, radio abusive, donne cassiere. Il clan Pesce di Rosarno, come, questa, sia l’ennesima prova della fusione tra arcaicità e modernità della ‘ndrangheta. Inoltre c’è da notare che le donne del clan sono di più e hanno maggior peso di quelle della nuova giunta regionali Scopelliti.

A Rosarno questo inizio di maggio è stato parecchio movimentato. Oltre all’arrivo in pompa magna dei sindacati per il 1° maggio, ci sono stati una raffica di arresti e di sequestri di beni mafiosi. Gratteri ha, giustamente, ricordato al ministro (sic!) La Russa che il governo non c’entra nulla con questi, così detti, colpi inferti alle cosche. Visto che le indagini le fa la magistratura e gli arresti gli sbirri. A me piace immaginare, anche se non è così, che questa disarticolazione delle cosche rosarnesi dei Pesce-Bellocco, sia un omaggio a Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista di Rosarno, a trenta anni dal suo omicidio, avvenuto il 10 giugno del 1980, dopo la vittoria alle elezioni amministrative.

Non esistono canzoni dedicate a Peppe Valarioti, ma ne esiste almeno una dedicata a Gregorio Bellocco ed è contenuta nel disco Pensieri di un latitante. La canzone descrive le presunte virtù di questo boss, che prima dell’arresto era nella famigerata lista dei trenta latitanti più pericolosi. Il testo racconta di come i fiumi si siano prosciugati dopo l’ingiusto arresto di questo galantuomo, ritenuto mandante dell’omicidio di Franco Girardi, colpevole di non aver protetto adeguatamente la latitanza di Antonino Bellocco, facendolo arrestare.
Pare che, la canzone dedicata al capomafia rosarnese, sia stata scritta e cantata dal cugino Giuseppe Bellocco, all’epoca latitante ed arrestato nel 2007.
Questo fatto indica che molte delle canzoni delle ‘ndrangheta vengono registrate in maniera amatoriale, anche perché, ormai, la tecnologia permette di registrare con una buona qualità audio, anche in casa.

Esistono anche delle etichette che si occupano di distribuire cd con i canti di malavita. Ad esempio a Reggio Calabria c’è l’ Elca sound che dice di pubblicare questi dischi per ragioni folcloristiche e commerciali, visto che questo materiale si vende benissimo anche all’estero. Ad esempio, tra il 2000 ed il 2005, fece scalpore l’uscita della raccolta musicale sui canti della ‘ndrangheta: La Musica della mafia. Nei tre cd che componevano la raccolta c’erano i pezzi storici del repertorio, diciamo, malavitoso calabrese. Brani che si potevano ritrovare in cd e musicassette in vendita sulle bancarelle di mezza Calabria, durante fiere, mercati e feste patronali. La raccolta vendette, solo tra Germania e Francia, circa 150000 copie e suscitò l’interesse dei media stranieri. I giornalisti di questi due paesi, cominciarono a scrivere che queste raccolte, in Italia, venivano censurate e montarono un caso sulla libertà di espressione. Tutto ridicolo, visto che quei brani hanno sempre circolato liberamente, nonostante, alcuni di essi, travalichino ampiamente l’apologia di reato. Francesca Viscione, autrice del libro La globalizzazione delle cattive idee, mafia musica e mass media, spiega, in un’intervista rilasciata per il blog La voce di Fiore: “Gli attacchi dei giornali d’oltralpe al nostro Mezzogiorno furono violentissimi e strumentali. Gli abitanti furono definiti rozzi, violenti e brutali. I tedeschi, purché non andassero sull’Aspromonte, potevano starsene tranquilli (!) a casa loro. Amanti della musica etnica e della cultura selvaggia e ribelle ballarono tarantelle mafiose. Pestando i piedi su quelli che, credevano, fossero solo morti nostri.”
Nel catalogo della casa discografica reggina, Elca Sound, ci sono vari artisti, tra cui Otello Profazio e c’è anche una meritoria pubblicazione di Fred Scotti (conosciuto anche come Ciccio Freddi Scotti), autore di Tarantella guappa, ripresa anche nel bellissimo disco di Daniele Sepe, Jurnateri. Scotti, il cui vero nome era Francesco Scarpelli, fu ucciso per aver infastidito la moglie di un guappo cosentino, il 13 aprile del 1971. Sempre nel catalogo Elca c’è anche il disco di un simpatico giovanotto Angelo Mauro. Acquistando il suo cd si partecipa ad uno straordinario conocorso: Angelo Mauro a casa tua. Il concorso è, purtroppo, scaduto nel 2009.

Esiste tutta una tradizione di canzoni dedicate ai carcerati, ai delitti d’onore che effettivamente, ci piaccia o no, rientrano nei canti tradizionali, come le ballate dedicate al brigante Giuseppe Musolino, in cui egli appare come un uomo vittima di un’ ingiustizia, mentre invece era un noto prepotente e mezzo ‘ndranghetista. Sempre Francesca Viscione ci dice a proposito della tradizione popolare: “Quando si parla di cultura popolare si parla di una cultura millenaria, e soprattutto di una cultura estremamente condivisa.”. Quella dei briganti e del brigantaggio, si può considerare, indubbiamente, “cultura estremamente condivisa”. Tra l’altro , proprio Musolino, è stato interpretato dal bello dei melodrammi italiani degli anni ’50, Amedeo Nazzari, nel film Il Brigante Musolino (1950) di Mario Camerini. La protagonista femminile del film è, invece, Silvana Mangano. A livello storico, il lungometraggio, in pratica conserva solo il nome del protagonista.

Oltre a cantanti come Angelo Mauro o Frank Vagabondo, l’ Elca produce anche musicisti che descrivono la vita del latitante, le regole della ‘ndragheta, che cantano le prodezze di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli che arrivarono in Calabria, Sicilia e Campania per fondare “li regoli sociali”, come canta El Domingo in una sua canzone ‘Ndrangheta, camurra e mafia, che racconta l’affiliazione di un giovanotto in maniera dettagliata, nella falsa ottica delle fandonie di queste organizzazione criminali. Non voglio fare l’apologia de El Domingo, però devo ammettere che ha una bellissima voce a differenza di altri cantori di malavita che non si possono ascoltare e che fanno sorgere un sentimento di vendetta per l’offesa recata alla  musica. Oltre a questo cantante con nome d’arte spagnoleggiante, ci sono altri cantanti della mafiosità e ci sono soprattutto i cd. Alcuni titoli: Cu sgarra paga!. Un disco che ha in copertina un uomo morto ammazzato con la camicia sporca di sangue. Tra i titoli delle canzoni, non possiamo non notare: Appartegnu all’onorata, E diventai picciottu e l’indimenticabile Sangu chiama Sangu. Contenuti anche ne La Musica della mafia. L’inizio dell’ultimo pezzo citato (Sangu chiama Sangu) è fantastico: ci sono due tizi che si parlano prima di un duello col coltello il dialogo tra due finisce con Roccu ‘u calabrisi che dice a Turi ‘u palermitanu “Porto ‘na ‘mbasciata pe’ cuntu ‘i me frati. ‘Nfami” e poi la canzone prosegue: “Non eri malandrinu, ma tradituri. Non eri camurrista, ma deliquenti.”, insinuando l’idea che il maladrino non è traditore e che il camorrista non è un semplice delinquente, ma uomo d’onore che rispetta le leggi non scritte, ma giusta delle ‘ndrine.  Altri titoli che non passano inosservati sono Vangelu ‘i malavita, ma anche I tre cavalieri di Spagna oppure Onorata Società che contiene i brani: Riconoscere la società e Comu se forma se sforma. Comunque, tra i titoli delle canzoni, secondo me, vince Mori Carogna. Questi titoli danno il senso di come, le canzoni della ‘ndrangheta non siano semplici inni, ma appartengano di fatto alla cultura (in senso aulico) mafiosa. Ad esempio nel pezzo Cu sgarra paga, si racconto di una riunione in cui si decide di uccidere ‘un infame’. Nel brano si parla esplicitamente del fatto che ci sono alcune violazioni che possono essere perdonate pagando pegno e si chiamano trascuranza, in altri casi, come denunciare un mafioso, si paga con la vita. Effettivamente esiste questo sistema di leggi interne alla ‘ndrangheta per le trascuranze si può arrivare fino all’espulsione dalla società (cosa che non avviene, quasi, mai, di solito si può uscire solo morti), passando per il pagamento di un’ ammenda e altro. Lo sgarro dell’ infamità è punito, come scrivevo prima con la morte.

I temi trattati sono sempre gli stessi, l’infame che parla e paga, le forze dell’ordine senza onore ed in particolare si persegue l’inganno che gli ‘ndranghetisti siano  ‘uomini migliori’, che fanno e ricercano il bene per loro, i familiari, ma anche per il popolo. Una sonora falsità o se preferite un’ onorata falsità. Una bugia costruita ad arte, visto che la forza della ‘ndrangheta sul territorio si forma con la paura e la violenza e che, con la complicità di gran parte della classe politica calabrese ed imprenditoriale (del Sud e del Nord), il diritto si è trasformato in favore, in piacire. Ricordava Antonio Nicaso, nel libro La Malapianta, scritto con Gratteri, che anche i cani capiscono che bisogna tenere pulita la propria cuccia. Invece, gli ‘ndranghetisti, che si fanno omaggiare con canzoni e ballate, guadagnano miliardi di euro facendo rimanere la Calabria una delle regione più povere d’ Europa e ne inquinano fiumi, mari, laghi e montagne.  Altro che Appartegnu all’onorata. Loro possono permettersi di ascoltare queste belle canzoni nei mari più limpidi del mondo, lontani dalle coste che hanno cercato di distruggere con risultati, purtroppo migliori di molti cantanti impegnati ad esaltarne le gesta.

Claudio Metallo da Cultura Calabrese


Dentro le gang

Posted under Video by Teleimmagini on Friday 21 May 2010 at 10:21 am

Video che racconta la presentazione del volume “DENTRO LE GANG. Giovani, migranti e nuovi spazi pubblici” (Ombre Corte, Verona, 2009) di L. Queirolo Palmas all’interno della rassegna MERYXM all’XM24 di Bologna il 19 maggio 2010.
Le immagini di copertura sono tratte dal film LA VIDA LOCA di Christian Poveda.

(scarica il video)
I saggi raccolti in questo volume esplorano il mondo subalterno dei figli dellâimmigrazione attraverso un lungo lavoro di ricerca condotto in diversi contesti urbani a contatto diretto con quelle aggregazioni giovanili che i media sono soliti definire “bande”: un’etichetta stigmatizzante che riflette la produzione di panico nei confronti delle pratiche di visibilita’ e socialita’ di strada dei giovani immigrati.
Il filo rosso dellâinterpretazione risiede nel protagonismo individuale e collettivo dei giovani incontrati nel corso della ricerca. Non si tratta di nude vite, rinchiuse in un universo di impossibilita’ , quanto piuttosto di vite attive, capaci di produrre in modo creativo, pubblicamente, visibilmente, forme e luoghi di presenza e di resistenza.

(lingua: italiano, dur.: 34′48″)


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