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Breve storia delle telestreet in Italia

January 13th, 2009
Il percorso del network telestreet, la rete delle televisioni di quartiere e di strada inizia da una volontà d’interrogarsi sulle nuove tecnologie e sul loro possibile impatto sulla vita sociale attraverso l’utilizzo di un media, o meglio di più media, in quanto le televisioni di strada e di quartiere altro non sono che un trans media cioè attraversano vari media: la rete, l’etere e anche la carta stampata con opuscoli, print, volantini o pamphlet. A metà degli anni ottanta si sviluppa un non rifiuto delle tecnologie mediatiche proprie della televisione e di altri grandi media e si fa strada la volontà di riappropiarsi della comunicazione attraverso l’utilizzo delle modalità con cui il ‘nemico’ ha tenuto e tiene sotto scacco gran parte della popolazione occidentale. L’operare di questi nuovi gruppi a livello europeo fa da punto di partenza a quello che sarà lo slogan principale d’indymedia (www.indymedia.org) “Don’t hate the media, became the media”. Dunque cresce l’idea di sviluppare con gli stessi strumenti tecnologici un discorso d’informazione e comunicazione alternativo. Si tende a trasformare il fruitore in produttore o almeno ad assottigliare sempre più la linea di demarcazione tra chi fruisce e chi produce. Uno degli esperimenti più significativi riletti a distanza di qualche anno è quello di Rabotnik TV che fin dalla sua nascita insiste sul potenziamneto dei mezzi di comunicazione a tutti i livelli per ampliarne la possibilità di utilizzo ad un’utenza più ampia possibile. La portata di questi movimenti avanguardistici gravitanti nell’ambiente del cyberpunk e post-punk si è espansa a livello internazionale, anche grazie all’avvento di internet, vero motore di questa voglia di riportare media e tecnologia in una prospettiva comunitaria. Da allora si è cercato di ridare centralità all’individuo rispetto alla massificazione dei mezzi di comunicazione e di creare uno spazio d’integrazione nell’ambito di uno scambio d’informazioni e di una socializzazione dei saperi sempre più urgente vista la sempre maggiore concentrazione dei media non solo italiani nelle mani di poche persone che fanno capo o scudo a influenti lobbies economiche. In sostanza si è fatta strada l’idea che uno dei principi portanti della democrazia, cioé “…se non mi occupo della politica, delle cose che mi circondano loro andranno nel verso giusto lo stesso perchè qualcuno se occupa per me”), è solo una pia illusione. Si è puntato molto e lo si fa anche adesso sulla qualità della comunicazione che consente la possibilità di risposta, la biunivocità, il multilateralismo, la possibilità di creazione di una buona comunicazione (cosa che nei grandi network esiste solo ad un livello fittizio, insignificante, statico e per di più umiliante per l’utente). L’esperienza più sbandierata in Italia è stata probabilmente quella della nascita delle radio private (1976), ricordiamo Radio Alice di Bologna, ma anche ad esempio Radio Aut, la radio creata da Giuseppe Impastato, figura riscoperta dal film-inchiesta di Marco Tullio Giordana I cento passi. Anche dai microfoni di quella radio, Impastato combattè il potere mafioso, a Cinisi incarnato da Tano Badalamenti, morto recentemente negli Stati Uniti, ovviamente di vecchiaia. Nello stesso anno in cui nascono le radio libere nasce la prima televisione ‘pirata’ in Italia:‘TeleBiella’. Questa tv trasmetteva appunto nella provincia piemontese e verrà inglobata da ‘Odeontv’ dopo qualche anno. Negli anni ottanta ci sono molti esperimenti di tv di strada, di cui però si sa veramente pochissimo. Per conoscenza diretta posso dire che una telestreet esisteva all’inizio degli anni novanta (la prima trasmissione risale al 1991) in via del Pratello, animata più o meno con lo stesso spirito di una telestreet contemporanea e tirata su con un quarto, forse meno, dei mezzi che molte telestreet hanno avuto a disposizione per partire con il loro progetto. Tutto il necessario era stato riciclato, riaggiustato e anche riadattato dai ragazzi che avevano dato vita a questa attività. Le trasmissioni erano sporadiche e come ricorda uno dei partecipanti alle attività della telestreet erano “al limite del delirio collettivo”. Da questi primi sforzi di ritagliarsi una fetta di esistente, ma anche di divertirsi, guadagnarsi uno spazio di comunicazione concreto ed imparare un mestiere, si passa alla volontà di cambiare il modo di informare la gente ed a credere nella possibilità di modificare anche il modo in cui si è informati. Ci sono vari altri esperimenti/laboratori ed il 25 aprile del 2002 nasce, in Italia, Megachip un’associazione fondata , tra gli altri, da Giulietto Chiesa. La sua ‘sede’ non poteva che essere internet (motore di una rinascita dell’informazione libera, indipendente ed autogestita), infatti oltre alle pubblicazioni su giornali e riviste, all’organizzazione e alla presenza a convegni, conferenze ed incontri, il lavoro svolto da questo gruppo di giornalisti, scrittori, intellettuali associatisi in megachip è consultabile in rete all’indirizzo www.megachip.info, sito costantemente aggiornato a cui da poco s’è affiancata Pandora TV (www.pandoratv.it). In buona sostanza lo scopo è creare una mobilitazione permanente sul tema della comunicazione, cruciale per il destino della democrazia, in Italia e nel mondo, ricordiamo ad esempio che la manipolazione delle informazione è alla base dell’inizio del secondo conflitto iracheno. Oggi battersi per un’informazione libera e pluralista è un impegno fondamentale. Libertà e pluralismo sono sottoposti a minacce continue, non ultima la legge sulle intercettazioni. Concentrazione delle proprietà dei mezzi di comunicazione, conflitti d’interesse, trasformazioni delle notizie in armi improprie e dell’intero sistema della comunicazione in braccio armato del potere politico ed economico, costituiscono altrettante minacce mortali all’autonomia e alla libertà di opinione. Il progetto, ai suoi albori è stato diffuso a livello nazionale grazie alla fama di giornalista e tra i fondatori di megachip: Giulietto Chiesa. Una delle conferenze in giro per l’ Italia che questo gruppo di persone tenne ebbe luogo a Bologna, nel maggio del 2002, nel centro sociale eXMercato 24. Durante la serata i temi discussi furono molti. Tra gli altri si parlò di creare una rete di tv di quartiere di uso comunitario che potesse favorire il libero scambio d’informazioni attraverso la rete e l’ etere. Era presente anche Franco Berardi Bifo ed altri componenti del gruppo storico che fondò ‘radio Alice’ nel 1976 e che si apprestavano a lanciare un nuovo progetto sotto il nome di ‘Orfeotv’ e Bifo invitava a comprendere come, con l’abbattimento dei costi delle attrezzature che servono a creare una tv via etere, per non parlare di quanto sia ancora meno dispendioso fare lo streaming via internet di un segnale video (lui non né parlò) e quindi utilizzare il media contro se stesso per respingere l’attacco che si stava portando alla corretta informazione nel nostro paese dopo l’avvento del secondo governo Berlusconi. Da questo grido d’allarme, lanciato in parecchie città italiane, nascono le tv di strada nostrane. Ognuno, poi, con il suo bagaglio di esperienze e conoscenze ha deciso di scegliersi una strada da percorrere sempre con la consapevolezza di non essere un matto che crede di poter, con una fionda far cadere un gigante che ha i piedi ben piantati a terra tra le abitudini della gente e ha la possibilità qualora queste abitudini cambiassero di scatenare un apparato repressivo che può infierire duri colpi alle istanze di cambiamento provenienti da queste sotterranee e sovvertenti materie intangibili che sono la rete e etere. In realtà il fenomeno è stato ed è tutt’ora di così ampia portata che non ci si è mai sentiti soli perchè da subito dopo la nascita di Orfeotv, il numero delle telestreet è andato sempre aumentando, tra il primo e il secondo incontro tra tv di strada e di quartiere (Eterea ed Eterea 2) il numero delle telestreet si è decuplicato. E’ anche vero che molte tv adesso non trasmettono più, ma continuano il loro lavoro di documentazione della realtà che vivono e diventano più che televisioni veri e propri gruppi di avanguardia del video digitale, in quanto prima generazione a trovarsi di fronte una simile possibilità di fare informazione, ma anche lavori di finzione attraverso nuove apparecchiature, da questo punto di vista il digitale è un vero privilegio. Ovviamente ognuna delle telestreet ha trovato la sua ragione di essere (in un percorso individuale, ma comunque di gruppo) in una modalità di raccontare le cose o, come ‘Telefebbrica’, nel bisogno di dar voce a questioni che dai tg nazionali sono stati escluse, ad esempio è scandaloso il trattatmento riservato alla manifestazione sindacale a Melfi, il 4 maggio 2004 relegata dal tg1 nell’edizione economica che segue quella generale delle 13:30, il che implica un calo di ascolti di parecchi punti percentuali. Tornando a ‘Telefabbrica’ si capisce quanto può dare fastidio una tv che da voce ad una protesta, in questo caso, la fabbrica in questione è la F.I.A.T. in terra siciliana, che qualche anno fa come oggi vive nella costante minaccia di un’azienda che continua a perdere pezzi e (come è costume della grande impresa, ma non solo) se la prende con chi è meno protetto, nell’indifferenza totale del governo, dei partiti d’opposizione. Questa telestreet nasce con la volontà di dare voce agli operai dello stabilimento e di documentare le fasi della protesta da vicino e criticamente, senza quel detestabile filtro, che (anche se un pò retrò) definirei padronale applicato ai telegiornali fotocopia della tv italiana. ‘Telefabbrica’ viene chiusa, riaperta, richiusa, riaperta, più di una volta. Le forze dell’ordine fanno irruzione nella sua “sede” blaterando intimidazioni (“Se sparite, non vi denunciamo” tra le altre). ‘Telefabbrica’ resiste e continua a farlo. Il raggio d’azione di questa tv è di 150 metri, l’equivalente di una persona che urla a gran voce dal balcone. ‘Telefabbrica’ trasmetteva senza concessione governativa. Ma è anche vero che rappresentava uno dei mezzi più efficaci che gli operai Fiat avevano a disposizione per difendere il proprio posto di lavoro e per poter discutere. Altre tv come quella di Senigallia, ‘Discovolante’, nasce per dare spazio ai disabili, è fondata da disabili e la maggior parte di chi ci lavorava è disabile, non deve suonare strano quel “lavorava” infatti anche quella tv è stata chiusa il 13 settembre 2003 da un ordinanza del ministero delle telecomunicazioni, comunque molti ragazzi continuano a lavorare al progetto pur non potendo, per ora, trasmettere. Grazie ad un accordo con il quotidiano online senigalliese Vivere Senigallia sarà possibile scaricare dal web i nuovi servizi di Disco Volante mai andati in onda ed una selezione dei migliori filmati già trasmessi. “Siamo particolarmente vicini a Disco Volante – ha dichiarato Michele Pinto, editore del portale – la libertà di informazione è un valore fondamentale che ci sentiamo in dovere di difendere. Offrire il lavoro di Disco Volante agli abitanti del quartiere Porto, a tutti i senigalliesi e a chiunque lo voglia, seppur in maniera parziale, è un passo importante in questa direzione”. Si tratta, comunque di una soluzione tampone perché la visione di Disco Volante sarà possibile solo per chi dispone di una connessione veloce, dall’ADSL in su, e perché non sarà possibile offrire tutti quei contributi che la telestreet riceve quotidianamente dagli abitanti del quartiere Porto e che rappresentano la sua vera ricchezza. I servizi di Disco Volante, la cui qualità è testimoniata dalla recente vittoria del premio Ilaria Alpi, saranno nuovamente disponibili a tutti in alta qualità. Ovviamente, anche altre telestreet in tutto il paese potranno trasmetterli una volta scaricati dal web. “Sui filmati non c’è copyright, sono distribuiti sotto creatve commons,-ha spiegato Enea Discepoli, responsabile di Disco Volante -la filosofia del mondo delle telestreet è quella della condivisione. Tutti possono usare i nostri servizi se ne citano la fonte e se non ne fanno un uso commerciale”. Le ultime evoluzioni del caso ‘Disco Volante’ ci dicono che la tv di Senigallia ha ripreso a trasmettere vincendo la causa con il ministero delle telecomunicazioni (all’epoca dell’inizio del processo il titolare del ministero era Gasparri, della defunta A.N.). Negli ultimi anni il panorama delle telestreet italiano s’è assottigliato c’è anche chi ha riciclato le modalità di fare street tv per propaganda elettorale come Nessuno TV (ora YouDEm) che trasmette sul satellite. Comunque ancora adesso esistono varie tv di quartiere e di strada. Una delle più attive e con una presenza importante sul territorio è Insu^TV (www.insutv.it)che è sempre pronta a seguire ogni iniziativa sociale e di movimento nella città di Napoli e dintorni, ad esempio in questo periodo i mediattivisti che ne fanno parte si sono spesi molto per la questione “monnezza” tra Serre, Pianura, Gianturco e Chiaiano. Inoltre molte telestreet che non trasmettono più sono comunque vive ed hanno preso altre strade, ad esempio sono diventati gruppi video aperti a varie collaborazione e che si muovono autonomamente utilizzando “il marchio” come Teleimmagini(www.autistici.org/teleimmagini) che è nata a Bologna, ma ormai si muove tra l’America Latina (www.reporter.indivia.net) e l’Europa, producendo vari documentari e lavorando sulla socializzazione di attrezzature e culture proprio nello spirito delle prime televisioni di strada. E’ chiaro che, in questi anni non s’è mai potuto tracciare una vera e propria politica comune tra le telestreet che non sia il perseguire un informazione nuova, orizzontale e liberata ed è altresì chiaro che, aldilà delle divergenze personali o collettive che possono sorgere è vitale far si che tra il maggior numero di questo tipo di tv o dei gruppi video che ne sono scaturati ci sia contatto, scambio e condivisione di esperienze e progetti in modo tale si possa restare pungenti e vitali, non che sia il numero che fa la forza, ma la socializzazione dei saperi si e più persone sono a collaborare e più concetti, idee e nuove vie ci sono da percorrere.
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