Laurito: se c’è la frana la discarica non si fa

Posted under Articoli,Local news,Video by mall on Tuesday 3 April 2012 at 3:59 pm

Laurito, dicembre 2011 Nel luglio 2011 il Presidente della regione Campania,Caldoro, nomina il Prefetto Vardè Commissario straordinario per risolvere la questione rifiuti nella provincia di Salerno. Vengono individuati 4 siti, di cui uno nella zona Rizzoli di Laurito.
L’area si trova ad 1 km dal confine del Parco Nazionale del Cilento e Valle del Diano, parco protetto riconosciuto come bene Unesco. La zona scelta, oltre a trovarsi nel pieno della macchia mediterranea, è ad 1,5 km dalla zona ZPS(zona a protezione speciale) del fiume Mingardo.
I cittadini, il comitato ” cilento oltre il rifiuto” e l’amministrazione locale esprimono la loro contrareità, lamentando la mancanza di comunicazione riguardo le procedure di individuazione del sito e dei primi carotaggi del terreno avvenuti all’insaputa di tutti. L’inchiesta parte dalle differenti analisi che riguardano l’idoneità del terreno su cui dovrebbe sorgere la discarica…su una zona soggetta a frana..

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scaricalo da qui qui


La Fabbrica dei Clandestini-da Manduria a Ventimiglia 2011

Posted under Immigrazione,Local news,Projects by mafalda on Wednesday 8 June 2011 at 1:26 pm

5-6 giugno 2011

Sole, caldo, ombrelloni aperti e bagnanti a spasso sul lungomare; ma non come al solito quest’anno. Il turismo
infatti, nella bella località ligure, è diminuito da quando neanche 200 migranti, provenienti dalla Tunisia, abitano qui in attesa (e con la speranza) di poter migrare in Francia o altrove in Europa.

Una fioraia al mercato ci tiene a precisare che la presenza di turisti non è diminuita per la presenza dei tunisini, ma perché i giornalisti hanno fatto diventare Ventimiglia come Lampedusa, pur non essendo minimamente vero.
Ieri, come già annunciato, la stazione è stata sgomberata definitivamente e il centro di accoglienza chiuso per essere restituito alle ferrovie italiane. Il tutto senza intoppi. I ragazzi si sono auto organizzati e hanno proposto alla regione delle liste per la “distribuzione” nei centri di accoglienza individuati. Naturalmente gestiti dalla Croce Rossa e dalla Protezione Civile.

E’ passato un mese da quando alcuni politici della regione, tra cui Enrico Vesco, (assessore alle Politiche attive del
lavoro e dell’occupazione, con delega alle politiche dell’immigrazione e dell’emigrazione), annunciarono la fine dello sciopero della fame, che durava da 4 giorni, e si assunsero l’impegno ad elaborare una soluzione di alloggio e lavoro. Da allora la Protezione civile, la Croce rossa, l’Arci e due portavoce dei migranti tunisini a Ventimiglia, Maher e
Jamhel, si sono incontrati quasi ogni giorno per stilare una lista dei 167 tunisini presenti a Ventimiglia ed elaborare un piano di dislocamento fra i vari centri di accoglienza di Torino, Genova e Savona. In questi centri resteranno per una settimana circa (o almeno questo è il piano accordato) per poi essere dislocati in realtà più piccole come Albenga, unico centro dato per certo anche dal Presidente provinciale della Croce Rossa Vincenzo Palmero.

La speranza che cogliamo nelle testimonianze dei cittadini  è che questo restituirà la stazione, la spiaggia e il giardino pubblico ai ventimigliesi in parte infastiditi da questa presenza.

Giorni e giorni di discussioni per permettere che dai centri di accoglienza più grandi si riescano a distribuire le persone in unità di accoglienza più piccole senza precludere la possibilità ad amici e parenti di restare insieme.
L’ultima notte sono in 30 gli uomini che ancora dormono alla stazione, quelli che nonostante il centro di accoglienza trovano qui più libertà. C’è chi racconta che sia all’ingresso che all’uscita vengono  perquisiti per trovare droga, armi o chissà che altro. A uno dei ragazzi hanno aperto la suola della scarpa, dopo averlo tenuto nudo per mezzora,  per verificare che non ci fosse nulla nascosto dentro. Dal giorno dopo ha deciso di ritornare a dormire sul pavimento della stazione. Sporco, scomodo, ma pur sempre libero.

Ospiti della stazione sono anche una famiglia di africani,  clandestini ovviamente, che cercano la loro via per la Francia con la speranza di ottenere l’asilo politico. Da domani di sicuro si vedranno meno tunisini in giro a Ventimiglia, ma non sarà certo la fine dei problemi d’immigrazione di questa città di frontiera di estrema destra in cui, anche per tenersi
un lavoro alle poste, è meglio tacere la propria filosofia politica se in contrasto con la maggioranza. Si parla tanto di omertà tipica del sud Italia, eppure a Ventimiglia c’è chi non rilascia interviste davanti ad una telecamera perché li governa il PDL ed esprimere una diversa opinione significa perdere il lavoro e il rispetto dei concittadini.

Tra i tunisini che si sono occupati delle trattative con le autorità ci sono Jamhel e Maher. Il primo portavoce della protesta e impegnato nella  contrattazione che ha permesso questa soluzione temporanea, un uomo di circa 55 anni che per 12 ha vissuto e lavorato in Francia da clandestino e che, stanco di vivere da emarginato,  è ritornato in Tunisia nella speranza di poter creare nel suo paese un’esistenza dignitosa. Poi la rivoluzione e la crisi economica. La possibilità di provare nuovamente, assieme a tanti connazionali, a rientrare in Francia attraverso l’Italia con un “permesso di soggiorno” che si rivelerà “inutile”.

Maher, 26 anni, parla correntemente 5 lingue, ex atleta agonista, diplomato e qualificato, intraprendente e colto, con una forte volontà di trovare delle migliori possibilità nella vita per se e quelli che condividono le stesse problematiche. Anche lui è stato un personaggio importante di questa contrattazione. Insieme a Jamhel ha scritto la lista, includendo anche chi, alla fine non è potuto partire perché il permesso non l’ha avuto. Quando il 6 giugno il primo pullman ha lasciato Ventimiglia per Torino, Maher e Jamhel sono partiti per il Lussemburgo, sfidando la fortuna alla frontiera, per recarsi ad un incontro con i parlamentari europei in cui si discuterà di una soluzione a questo “problema”. Questo “problema” fatto di persone la cui dignità è stata nuovamente calpestata nel momento in cui hanno toccato la terra della libertà, l’Italia, rischiando la vita per mare per poi essere rinchiusi, raggruppati, sfamati e accuditi come fossero incapaci di badare a se stessi. Derisi e respinti alle frontiere, impossibilitati dalle istituzioni a trovare un lavoro regolare. Oggetto di maltrattamenti e ingiuste detenzioni in Francia, dove i permessi italiani vengono strappati in faccia ai ragazzi tunisini, dove il razzismo sembra aver vinto su tutto.

Quello che viviamo ogni volta che siamo in mezzo agli uomini di questo popolo è una cultura del rispetto e della dignità forte come la nostra, per moltissimi valori accomunabile, per altri anche superiore. Certo è semplice farsi prendere dal pregiudizio davanti ad un uomo che non può farsi la doccia da un mese, che non sa cosa sarà della sua vita, che nonostante riceva “amorevolmente” cibo e vestiti non possa incamminarsi liberamente verso il futuro che ha sognato, il futuro che noi gli abbiamo mostrato attraverso televisioni e turismo sfrenato. Il futuro che ora gli neghiamo.

Dall’altra parte c’è ancora una Tunisia che ci spera, che confida nelle parole dei politici: da giorni infatti i media tunisini passano la notizia di un accordo fra le istituzioni italiane e quelle tunisine, accordo che prevedrebbe l’assegnazione di un permesso di soggiorno valevole per due anni per circa 3000 persone. Rimane il fatto che le altre 3000 persone in possesso di permesso temporaneo  verranno rimpatriate allo scadere dello stesso , salvo che l’incontro di questi giorni tra parlamentari europei e tunisini porti davvero alla formulazione di una soluzione concreta, stavolta europea e condivisa. Alla fine di tutto partiamo con una frase ripetuta nelle orecchie … “Moi, je veux rester en Italie, la France c’est raciste….”.E noi?

 

18 maggio 2011, Ventimiglia.
Il portavoce dei migranti di nazionalità tunisina alla stazione di Ventimiglia è Jamel, anch’esso tunisino, in Italia da 10 anni, con un passato da clandestino ed oggi in contatto con Arci, politici, digos, ex digos e varie associazioni e gruppi, italiani e francesi presenti in loco.
Questa mattina è avvenuto un incontro fra gli occupanti la stazione e questo Jamel.
Dalla nostra fonte, M., 26 anni, tunisino occupante della stazione de più di un mese, risulta che sia stata confermata la reale presenza di centri di accoglienza atti a contenere tutti i 200 tunisini, ma finora non vengono indicate né tempistiche né modalità di inserimento.
Le promesse sono rivolte anche alla possibilità di inserimento nel mondo del lavoro grazie a speciali accordi intercorsi fra lo stato Italiano e quello Tunisino; allo stesso tempo continuano ad essere proposte facilitazioni per tutti quelli che desiderino rientrare nella loro patria.
Dei 200 occupanti ogni sera circa 150 vengono portati con bus della croce rossa in un centro di accoglienza vicino a Ventimiglia, e la mattina riportati in stazione. Gli altri 50 restano in stazione anche per la notte.
Nella pratica, sostiene M., non è più possibile lasciare la stazione per recarsi ai giardini o alla spiaggia, se si vogliono evitare continue sollecitazioni da parte della polizia a rientrare alla stazione.

17 maggio 2011, Ventimiglia .
Lo scenario è ancora la stazione, da più di un mese luogo di accoglienza precaria per le centinaia di immigrati tunisini ancora speranzosi di oltrepassare il confine con la Francia.
Dopo che gli assessori alle politiche d’immigrazione e del lavoro della regione Lombardia avevano promesso di risolvere la questione alloggi per tutti i Tunisini che vivono e dormono in stazione, in 10 giorni a partire dall’8 maggio 2011, nella realtà le pratiche di svuotamento della stazione si stanno svolgendo del tutto differentemente dalle promesse fatte.
Il numero delle persone occupanti l’area bagagli a mano della stazione è in costante crescita e con loro le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Se è vero che i migranti in questa sala devono dormirci, mangiarci e cambiarcisi allora è anche naturale che sia il posto dove spendono tutta la loro giornata, ma non è altrettanto naturale la pretesa della polizia che non si alzi mai la voce e che tutti si adeguino ad un comportamento pubblico, quando questo luogo pubblico per qualcuno da un mese mezzo è una camera da letto.
Immediatamente dopo le promesse dell’Ass. Enrico Vesco che durante la conferenza stampa di domenica 8 maggio 2011 disse chiaramente: “siamo qui per soddisfare le vostre aspettative ed il governo Italiano deve fare di più” e “diamo accoglienza dignitosa a chi vuole stare qua e come è stato fatto a Genova, troveremo per voi u posto in accoglienza” partì una ordinanza del sindaco di Ventimiglia per liberare la stazione dai suoi ospiti.
Di fatto Venerdì 13 notte le autorità, dopo aver tentato di sgomberare la stazione alle 3.30 del mattino, con la scusa di dover pulire l’area, hanno proceduto all’arresto di 10 migranti, processati per direttissima il giorno seguente. Il processo si è concluso con un patteggiamento per una pena di 8 mesi di reclusione. La pena è stata sospesa condizionalmente e il permesso temporaneo di soggiorno è stato revocato, con conseguente atto di espulsione. Tale espulsione è di tipo amministrativo ricorribile entro 60 giorni al Tribunale Amministrativo Regionale.
Tutte le promesse, oggi, paiono un tentativo ben riuscito di far cessare lo sciopero della fame agli 80 tunisini in quei giorni occupanti la stazione e la spiaggia della ridente e assolata Ventimiglia, onde evitare che sempre più persone dovessero essere soccorse dalla croce rossa in seguito a malori e di dare troppa eco alla voce di questi migranti, non ritenuti in stato di emergenza da nessuno stato in Europa.
Di contro le autorità si sono ben ed efficacemente adoperate per garantire il rientro in patri di 26 tunisini, garantendo una totale copertura delle spese di viaggio, vitto, vestiario e 200 euro per ogni sorta di imprevisto.
Di fatto esiste un’associazione italo francese di 30 cittadini chiamata “collettive de la valleè de la Roya” che si occupa di assistenza a questo gruppo di migranti dispensando cibo, coperte, supporto morale che in parte collabora con un collettivo di Dolce Acqua chiamato insurreale.
Ciò che vorremmo evidenziare è la mancanza di un costante ed organizzato supporto legale e politico, di forme di protesta nazionali per dare rilievo alla situazione ed un margine di risonanza più ampio alla situazione ed una opposizione alle dinamiche di confini territoriali sia per quel che riguarda il caso di Ventimiglia che in generale sul territorio nazionale.
Denunciamo lo stato di incertezza in cui queste persone vengono tenute da lungo tempo e vorremmo promuovere una politica di inclusione in cui ci siano piani e risposte serie e non vaghe promesse.
teleimmagini+sara

da non perdere berlusconi che invita i tunisini a venire in italia per avere una vita migliore
http://www.youtube.com/watch?v=UkmsUUIuulc

 

6 maggio 2011, Ventimiglia
Anche qui, come a Manduria, trovo il caos. Ognuno sa una cosa diversa ed ha avuto una esperienza diversa. Quando siamo arrivati il gruppo di tunisini al momento in città (circa 250) era diviso fra la stazione e la spiaggia.
Gia da 3 giorni era in atto uno scipperò della fame (partecipato non da tutti) e visto che i giornalisti hanno strumentalizzato la parte di loro che non vi partecipava per screditare la valenza di tale azione, chi invece voleva rivendicare dei diritti e lo sciopero stesso, si era spostato in un accampamento costruito sulla spiaggia. Le ragioni di questo sciopero, non erano solo relative alla possibilità di prendere il treno per un paese Europeo ma piuttosto la possibilità di rendere il documento da loro in possesso un possibile permesso di lavoro. All’oggi, tale permesso di soggiorno per diritti umanitari può essere convertito in permesso di lavoro solo in Italia ed in pratica la Francia ha fatto partire delle ricerche nelle case dei tunisini per verificare se vi sono alcuni di quelli in possesso del permesso di sogg. in questione con conseguenti arresti.
Dopo poche ore di occupazione della spiaggia un cospicuo gruppo di forze dell’ordine ha sgomberato l’accampamento con la minaccia di ripercussioni sul permesso di soggiorno e la promessa di riavere i materassi alla notte in stazione (promessa mai mantenuta), per garantire un minimo di dignità a chi ha bisogno di un posto x dormire e vuole continuare lo sciopero della fame.
Durante la notte, un ragazzo viene portato via dall’ambulanza a seguito di un malore causato dai giorni di digiuno.
http://www.riviera24.it/articoli/2011/05/07/109167/emergenza-profughi-sg…

7 maggio 2011
Nella mattinata viene indetta una conferenza stampa, organizzata dall’arci e dal coordinamento antirazzista imperese durante la quale Enrico Vesco (ass. politiche di lavoro e immigrazione regione Liguria) in primis rilascia una serie di promesse che fanno terminare lo sciopero della fame, quali che verranno distribuiti entro 10 giorni tutti gli occupanti della stazione all’interno di centri più o meno grandi di accoglienza dove si potrà trovare un corso di italiano ed un aiuto a trovare lavoro.
Saranno presenti anche Giancarlo Manti e Conti Giacomo della ed. della sinistra.
Per non risparmiare false promesse viene aggiunto che saranno organizzati pullman per chi ancora vuole andare in Francia, accompagnati da giornalisti con l’intento di far passare la frontiera a chi lo desidera.
Di fatto appena i giornalisti lasciano la conferenza stringiamo Vesco in un angolo, che subito si sbottona e confessa che non esiste ancora nessun tipo di accordo in materia e che le trattative con la regione devono ancora essere tutte intavolate.
la mia idea su questa vicenda è che fra i giovani tunisini che ho incontrato a ventimiglia ben pochi godevano di cultura politico-istituzionale e ancora meno avevano una idea chiara della loro posizione legale in italia. Di fatto sono stati manovrati da accordi intercosi fra Famà,del coordinamento antirazzista imperiese ed un certo Jahmal, di origine tunisine, da molti anni in Italia, con percorsi da clandestino, scelto come portavoce del gruppo di tunisini ma che in realtà non ha mai interpellato il gruppo per capirne la volontà e le intenzioni.

http://arciliguria.it/2011/05/07/ventimiglia-arrivano-le-rassicurazioni-…

Durante la giornata segue una assemblea alla quale partecipano gli attivisti di ventimigli e Torino, alcune associazioni francesi, i tunisini e dei cittadini italiani dalla quale emergono dei dettagli sui centri di accoglienza:
non sarà possibile per nessuno sciegliere con chi essere alloggiato, anche se ci sono gradi di parentela
non sarà possibile lasciare il centro per più di 2 giorni senza indicare dove si va e con chi se non si vuole essere ricercati

9 maggio 2011
Nella notte, verso le 3 la stazione viene totalmente sgomberata e vengono fatti degli arresti.
Molti  sono dispersi e gli altri restano x ora a dormire in spiaggia non ho trovato pubblicato nessun articolo in proposito
Durante il giorno un’associazione locale ha raccolto i nomi di quelli rimasti x collocarli nei centri di accoglienza come dichiarato alla conferenza stampa.
A rimini dallo sprar ed un assessore alle politiche migrazione di riccione mi dicono che a quelli dei tunisini che vengono alloggiati nei centri caritas e protezione civile viene convertito il permesso di soggiorno in un permesso di non lavoro estendibile fino a dicembre. Incredibile vero???
Ogni ospite costa 50 euro al giorno e non potrà mai lavorare. Per assurdo pare che l’unica soluzione per avere un futura sia essere un clandestino. Infatti si discuteva l’idea di far partire una denuncia su questa situazione degli alloggi che deve però estendersi al nazionale e non può rimanere locale per avere una certa eco.Mercoledì sera se ne discute a Rimini
Un privato può ospitare un migrante tunisino con questo permesso per diritti umanitari, ovviamente previa denuncia alle autorità.

 

21, 22, 23 aprile 2011 contrada Tripoli, s.s. Oria-Manduria
Il campo di contrada Tripoli, sulla Manduria Oria, in questo mese luogo di accoglienza i migranti della tunisia è gestito da due coperative che si occupano di progetti di accoglienza per migranti, la Connecting People e la Nuvola.
La questione emergenziale, anche qui come per i terremoti, viene gestita senza gara d’ apalto e di sub-appalto e di fatto in 2 giorni hanno costruito un campo da 2 milioni di euro, con 500 tende, atto ad accogliere 4200 persone (quando la convenzione è per 2000 persone), identico a quello dell’Aquila. Costa 45.00e. al giorno per il vitto degli utenti e viene servita 2 volte al giorno pasta al sugo.
Non è chiara la valenza giuridica di questo campo, in quanto non è un CIE e non è un CARA per definizione e forma, i ragazzi possono entrare ed uscire liberamente e non sono profughi. Se in possesso della cifra di 30 euro possono ottenere un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie valido 6 mesi che gli permette di muoversi liberamente in tutta Europa.
La magior parte di loro vuole andare in Francia o Germania, dove hanno parenti o contatti, moltissimi sono scappati, o meglio semplicemente usciti dal campo per vie secondarie, palesemente sotto gli occhi delle forze dell’ordine e della protezione civile,ma appena si è diffusa la voce che era possibile ottenere facilemnte un documento, tutti sono tornati.
Attraverso un mediatore colturale che lavora all’interno del campo, ho saputo che legalmente non è prevista questa clausola dei 30 euro e da oggi, per accellerare l’uscita degli ultimi 600 sono stati rilasciati documenti indipendentemente dai soldi.
Fin’ora per diverse settimana i cittadini dei paesi limitrofi e della puglia in generale si sono operati a risolvere molte difficoltà degli stranieri, come fare da prestanome e aiuto per ritirare i soldi mandati dalle famiglie alle varie western union.
3 giorni fa all’interno del campo gli immigrati erano 1700 e ogni giorno partono diversi pulman per destinazioni non ben chiarite. In alcuni momenti, per alcuni giorni sembrava che prendere l’autobus fosse un’altra condizione essenziale per avere il permesso. Da ieri i ragazzi se ne potevanoandavano alcuni a piedi, altri con gli amici locali fatti durante la permanenza al campo, altri col bus. Quindi ogni giorno o ogni 12 ore le regole paiono mutare.
La volontà quindi, dopo il mega investimento per la costruzione del campo e di svuotarlo totalmente ed in fretta (visto che hanno cominciato a distribuire documenti a tutti), sembra entro lunedì, ciononostante negli ultimi giorni sono state riparate la rete di recinzione e gli impianti idrici.
Le dinamiche all’interno del campo, secondo quanto riportato da un mediatore culturale (Giuseppe) sono le stesse di un carcere o un luogo di detenzione, ed in pratica lo è per chi non ha alcuna risorsa economica.
Da questo, probabilmente dipendono le fughe in massa dei primi del mese (2200 scappati, su 2400 sotto gli occhi dell’inerme ed ancora una volta incompetente polizia, il 1 aprile)
La stampa ufficiale ha calcato la mano sul malcontento dei cittadini di Oria e Manduria, che invece per le testimonianze che ho raccolto io sono sempre stati molto accoglienti e ospitali, portando cibo, amicizia e solidarietà. Le ronde accadute durante la notte di fuga in massa sono rimaste un caso isolato e organizzato da cittadini simpatizzanti x forze di destra.

Le esperienze dei giovani intervistati sono comunque molto simili. Sono partiti carichi di speranze per cercarsi una vita migliore, visto che dopo la rivoluzione anche chi aveva il lavoro si è trovato disoccupato.
Il turismo e l’industria si sono fermati.
Il viaggio è stato tragico per tutti, qualcuno ha visto dei compagni morire in mare di stenti, per giorni senza acqua nè cibo.
Riad non voleva neanche partire, è stato scelto dalla famiglia per trovare un lavoro che li avrebbe aiutati.
“Prima della rivoluzione” -dice- ” avevo un lavoro nel turismo e studiavo e ora sono solo qui da 19 giorni. Siamo come dei clandestini, ma ogni giorno migliora.”
Dali invece è stato fra gli attivisti durante la rivoluzione e passava ogni notte su internet per mesi per diffondere la controinformazione e ha scavalcare i proxy. Prima della rivoluzione, dice, ci siamo uniti e ora non abbiamo più paura di Ben Ali e dell’esercito in strada. Dopo il 20 marzo ero a Lampedusa, e ho lasciato la tunisia perchè non c’erano combiamenti, e non si poteva parlare di politica se si voleva restare vivi. Sono stato in mare 4 gg, senza acqua nè cibo e ho avuto paura di morire. Se tornassi indietro e mi offrissero soldi e lavoro non lo rifarei più il viaggio.
Continua dicendo che vorrebbe stare in politica, ma non in un partito, ma con la gente della rivoluzione, senza soldi, perchè ama la tunisia.
Mohamed, come gli altri ha pagato 2000diram (1000 euro) per imbarcarsi. Ed il viaggio è stato molto pericoloso, con 100 persone su una barca da 6 mt. “Ora provo ad andare a Roma” dice, la “ho degli amici, ma non ho soldi e non so se mi faranno partire e dove dovrò andare. Poi si vedrà.” In passato ero già sbarcato a Malta, ma la polizia lo aveva rimpatriato.
Aberatak è stato 4 giorni nella barca, poi a Lampedusa, poi a Manduria 20 giorni. Racconta anche lui quanto il viaggio fosse stato duro a causa del maltempo. Ringrazia il suo dio di averli fatti arrivare tutti sani e salvi, e anche il ragazzo di 23 anni che ha condotto la barca. La sorella è in Germania, come la compagna. Racconta anche lui della perdita di lavoro seguente la rivoluzione e della generale corsa all’Europa, con l’aspettativa di migliorare le condizioni di vita. Anche lui conferma che gli abitanti del posto sono stati generosi e accoglienti e la sua speranza è di trovare amici e rispetto in Europa.
Francesco (centro sociale di Taranto Cloro Rosso) ci racconta si continua a non capire bene quale sia la destinazione dei ragazzi, soprattutto ora che stanno distribuendo permessi.Chi non ha soldi a sufficienza non può lasciare il campo e si creano molte divisioni interne (la logica del campo è quella di dividere). Per sopperire a questo gli attivisti che ruotano attorno al campo forniscono tutta una serie di servizi che manca alla gestione. L’istituzione abbandona i ragazzi che devono ricercare fra la popolazione risorse alimentari, assistenza giuridica e medica e purtroppo i volontari autonomi sono troppo pochi. Non si conosce il futuro di questo centro; se sarà chiuso e se sarà adibito ad ospitare nuove ondate di migranti, vuoi libici vuoi tunisini. Ogni diritto umano viene violato al campo per condizioni fisiche e psicologiche, alimentando principalmente uno stato di incertezza generale (fra popolazione e utenti del campo). Chi ha i soldi se ne andrà dove ha contatti o vuole andare, gli altri (che non posseggono 30 euro) saranno portati dopo martedì27-4 alle diverse strutture caratis di tutta italia.

Lasciando il campo comunque i problemi non sono finiti, ora bisogna capire come sarà affrontare le frontiere e le diverse polizie. La Francia ha richiesto 30 euro al giorno per ogni giorno di permanenza e fatto il calcolo nessuno avrà 5000 euro in tasca il giorno che passa la frontiera.

Oggni 23 aprile, il campo è quasi vuoto, sono rimasti in 202 tunisini incerti su quello che avverrà. Come già detto questi non hanno soldi e la loro destinazione sarà in mano alle istituzioni.

http://www.youtube.com/watch?v=3-5n5b3NYYE&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=RMxzN-WB_0E

 


Acqua pubblica!

Posted under Articoli,Local news,Video by Teleimmagini on Monday 6 December 2010 at 1:50 pm

Teleimmagini sostine la campagna “Acqua bene comune” e per l’occasione ha partecipato alla realizzazione di questo video.

Per avere più informazioni sulla campagna vai a questo link.


Renoize 2010

Posted under Articoli,Local news by lsd on Friday 27 August 2010 at 8:38 am

renoize2010

Parco Schuster (San Paolo) Via Ostiense, 182 Rome, Italy

Il 27 Agosto di quest’anno saranno 4 anni che Renato è stato ucciso; un’aggressione fascista che si è trasformata in assassinio.
Quattro anni di vita, di lotte, di sorrisi e di lacrime, di rabbia, di processi, di partenze e ritorni, di nuovi arrivi e nuove nascite, di sogni realizzati e altri lasciati in sospeso ma mai persi.
Quattro anni di cambiamenti, di crisi, di crescente delirio securitario.
Quattro anni in cui, nonostante il… passaggio di questa città ad un’amministrazione di destra, i sani anticorpi antifascisti hanno continuato a difendere e a tenere viva la memoria di questa città ribelle e mai domata, di questa Roma Città Aperta.
Quattro anni di abbracci e sguardi forti, intrecciati con le storie di Dax, Carlo, Federico, di Carlos e Alexis, di Nicola, Aldo, di Stefano e di tanti altri purtroppo, per non dimenticare, per raccontare la verità, per chiedere giustizia.
Quattro anni in cui il nome di Renato ha risuonato ovunque, perché la sua storia è un pezzo di quell’ingranaggio collettivo che anima questa città e non solo.
Partigiani dei nostri tempi, con le radici forti strette alla memoria della Resistenza e con le ali robuste per volare e lottare nel tempo della crisi.

Per questo, anche quest’anno, vogliamo organizzare un appuntamento pubblico nel territorio in cui viveva Renato:
Sabato 28 Agosto a Parco Schuster (San Paolo) con mostre, banchetti, buon cibo accompagnati dall’esibizione a partire dalle 18 di:

-Rock MC
-Mandrillos
-Taxi de brusse
-Palcoscenico al neon
-Reading resistente
-Ill Nano feat. Rancore
-Assalti frontali
-Ardecore

Una serata di musica e parole in una serata di fine agosto, come quella che ci ha portato via Renato in cui dare voce alle lotte e ai percorsi che portiamo avanti durante tutto l’anno, e dare spazio alle note di chi suona nella sala prove Renoize e non solo.

Finchè ci saranno quelli/e come noi, ci sarà sempre il tempo di far vivere chi troppo presto, ingiustamente e con un’assurda e inconcepibile violenza ci è stato tolto.
Finchè ci saranno quelli/e come noi, si potrà sempre dire: “è una questione di memoria”.
L’invito quindi è quello ad esserci, ancora una volta, anche quest’anno!
Per ribadire che non facciamo un passo indietro e abbiamo gli occhi ben aperti, che i sogni di Renato vivono in noi, perchè chi pensava di fermarci ci vedrà muovere, chi pensava di zittirci ci sentirà urlare la verità!

“Per combattere questo nuovo fascismo non ci saranno i vostri nonni, o i padri dei vostri nonni. Affrontarlo toccherà a voi. “ Enio Sardelli “Partigiano Foco”

Watch live streaming video from resistotv at livestream.com

Il crimine

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Tuesday 27 July 2010 at 1:05 pm
Più di 300 arresti ed ancora siamo solo all’inizio. L’inchiesta denominata Il Crimine, condotta dalle procure di Reggio Calabria e Milano è esplosa come un fulmine a ciel quasi sereno. In Calabria era da un pò che gli arresti si susseguivano, insieme ai sequestri di beni che comunque restano esegui, in rapporto al patrimonio delle ‘ndrine. E’ probabile che ci sia un riassetto mafioso nel dopo Duisburg, punto di snodo delle strategie della ‘ndrangheta e dello Stato. L’ondata di arresti è iniziata in quel periodo, durante il governo Prodi, con buona pace del ministro razzista, Maroni. Questo per dire che sono le procure che fanno le indagini e non i governi che si succedono di volta in volta.

Nessuno potrà dire che non sapeva che la ‘ndrangheta è parte integrante del sistema economico della Lombardia. La regione è governata dal 3 giugno 1994 dal centro destra, quando diventa presidente della regione Lombardia, Paolo Arrigoni della Lega Nord. Dopo un anno gli succede Roberto Formigoni, (dal 27 giugno 1995). In questi anni di governo della Lega e di Formigoni, ne abbiamo sentite di tutti i colori sul problema sicurezza. Hanno  rimbambito i milanesi ed i lombardi con le storielle su migranti, sui rom. Hanno seguito le dichiarazioni tremende di Maroni che disse che bisogna essere cattivi con i clandestini, in un agghiacciante conferenza stampa. Hanno reso impossibile la vita a chi gestiva internet point ed a chi vende kebab. La Moratti, assieme al questore ed al prefetto  di Milano, ha deciso di far girare i propri vigili con degli autobus, adibiti a carceri ambulanti per rinchiuderci dentro i migranti trovati senza documenti. Scene e parole da deportazione, da terzo Reich, da nazi-fascismo. In molti comuni della regione se siei nero è impossibile vivere, grazie a delibere comunali razziste, come se non bastasse la legge criminale, denominata Bossi-Fini. Quando, qualcuno ha obiettato che la ‘ndrangheta si stava mangiando la Lomabardia e che vi si riproducevano fenomeni, come l’omertà, la paura di parlare per strada di certi argomenti, la Moratti rispondeva, sprezzante, che quella non era la vera Milano. Formigoni non ha mai espresso un giudizio di merito su queste questione. In gennaio, il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha sostenuto, che la mafia al nord non esiste. Frasi avventate, è stato frainteso, si dirà. Forse, il prefetto, era troppo impegnato a dare il suo contributo alla lotta al kebab in centro oppure a quei covi di clandestini che sono diventati parchi e panchine pubbliche.

Omertà.

L’omertà, in alcuni paesi della cinta milanese è diventata, uno stile di vita, proprio come in alcune zone della Calabria. Nessuno parla, nessuna denuncia. In Calabria, in realtà, ci sono state persone che hanno deciso di denunciare i propri aguzzini, spesso hanno pagato con la vita, spesso hanno dovuto cambiare aria o sono stati uccisi dalla ‘ndrangheta e da uno Stato che non li ha aiutati.

A Milano, come nella maggior parte della Lombardia, è facilissimo trovare qualcuno pronta a dire che i cinesi puzzano, che copiano il made in Italy e che distruggono l’economia italiana. Sui neri, tante persone sono disposte a dire che devono tornare a casa loro o che, ovviamente, anche loro puzzano. Saranno sprezzanti nel dare questi giudizi. Sarà più difficile trovare qualcuno che parli male o anche solamente che parli degli affari delle cosche e dei mafiosi radicati nel loro quartiere o paese. Certo è più facile prendersela con uno che non ha niente piuttosto che con chi è ricco ed armato. Il coraggio viene meno.

Tante volte si sono espressi giudizi duri sui calabresi, su una società civile deteriorata o inesistente, ma i lombardi che votano Lega Nord, non si rendono conto di quale sia  il loro problema? I piccoli e medi imprenditori, non capiscono che la vera concorrenza sleale la fanno i mafiosi?

Inoltre, si pensa sempre al Sud, come un luogo altro, dove la sanità è in mano a politici e mafiosi senza scrupoli, dove c’è un massiccio voto di scambio. Ora nessuno potrà dire di non sapere che succede la stessa cosa in Lombardia. Dalla clinica Santa Rita, dove si operava la gente per fare soldi all’ ASL di Pavia di cui è stato arrestato il direttore generale, proprio per reati di mafia.

Pacchetti di voti.

Si è letto sui giornali e sentito in televisione, che, pare, ci siano, in Lombardia, circa 500 affiliati. Non è una piccola cifra e preoccupa soprattutto per il fatto che, accanto agli affiliati, non si conosce il numero dei fiancheggiatori esterni, di quelli che agivano per conto delle cosche o in sinergia con esse, tra cui sicuramente molti colletti bianchi, politici ed imprenditori del ricco nord idustrializzato, locomotiva del paese.

Abbiamo solo alcuni esempi. Uno di essi è il direttore generale dell’ ASL di Pavia, Carlo Antonio Chiriaco che sembra essere un personaggio importante al servizio delle cosche. E’ una persona in grado di far confluire voti su un candidato, piuttosto che su un altro. Dalle indagini emerge che i voti venivano convogliati, su esponenti del PDL. Ad esempio, Chiriaco chiedeva di far votare Abelli, un altro pdiellino, il ras politico di Pavia. Se così fosse, Abelli, sarebbe in buona compagnia, c’è più di un consigliere regionale implicato nelle indagini. Secondo il gip del tribunale di Milano, Giuseppe Gennari, ad esempio, Massimo Ponzoni, consigliere regionale del PDL ed ex assessore regionale all’ambiente è “parte del capitale sociale dell’organizzazione”. Anche il mondo dell’impresa non rimane fuori: l’ imprenditore edile Perego, ad esempio, era, anche lui, organico alle cosche, in particolare aveva rapporto con gli Strangio. Di fatto la sua ditta, doveva essere il cavallo di Troia per entrare negli appalti dell’expo 2015, ma ricordiamo che la mafia a Milano non esiste. Leggiamo sul quotidiano on line “Nuova Cosenza” (http://www.nuovacosenza.com):  ‘Il 19 luglio 2010, emerge il nome di Angelo Giammario, consigliere regionale del Pdl e sottosegretario della Regione Lombardia, nell’informativa del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Monza, redatta nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Milano, che nei giorni scorsi ha portato a un maxi blitz con circa 300 arresti in tutta Italia. Nell’informativa viene riportata una telefonata tra Carlo Antonio Chiriaco, direttore della Asl di Pavia, e Cosimo Barranca, boss del ‘locale’ della ‘Ndrangheta di Milano, entrambi arrestati, nella quale si fa riferimento ”a denaro che per il tramite” di un avvocato, sarebbe dovuto “giungere a Giammario per finanziarsi la campagna elettorale 2010″.’

Anche la Lega Nord non è immune dal contagio mafioso: il Brad Pitt padano, come ama definirsi, Angelo Ciocca è stato fotografato dai carabinieri, mentre parla con il boss Pino Neri, capo de La Lombardia che è il nome che viene dato all’insieme delle cosche che operano nella regione. Pare che, Ciocca, promettesse a Neri di poter spingere un candidato all’interno del suo partito. Silenzio dai vertici dei razzisti verdi. Per restare, in casa PDL, veniamo anche a sapere che Giovanni Zumbo, di professione commercialista, è una talpa della ‘ndrangheta all’interno delle istituzioni. Zumbo, conosce le inchieste, addirittura conosce il numero degli arrestati dell’operazione giudiziaria ed avverte i boss. Questo commercialista è uomo di fiducia di Alberto Sarra. Il sottosegretario nella giunta regionale di Scopelliti però, sminuisce. Non può smentire, il fatto che sempre Zumbo era il suo segretario particolare quando, all’epoca della giunta (sempre di centro destra) guidata da Giuseppe Chiaravaloti, Sarra era assessore al personale. Alle collusione mafiose dei politici si è cercato di porre rimedio in vari modi, ma sembra un’impresa veramente ardua. La maggioranza di centro destra al comune di Milano, governato dalla sindaca Moratti e dal suo vice sindaco sceriffo De Corato, preso atto di questa difficoltà, ha deciso il 20 luglio 2010, di votare contro alla creazione di una commissione antimafia interna al comune. Come si dice? Chi non fa, non falla.

Informazione/i.

Dicevamo che abbiamo ufficialità del fatto che la ‘ndrangheta agisce ed investe al nord ed è in gradi di decidere gli equilibri politici nella regione. Avvicina, compra e fa eleggere i politici della Lega Nord e del PDL.

L’altra conferma è, che ogni decisione dev’essere presa informando le cosche, consorziate, della provincia di Reggio Calabria, che hanno il predominio. Queste cose si sanno già da qualche anno: c’è stata la relazione della commissione antimafia, guidata da Forgione, durante l’ultimo governo Prodi, ci sono pagine e pagine fondamentali scritte da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso (vedi Fratelli di Sangue) o il libro di Laudati e Veltri, Mafia Pulita, che racconta di come le mafie si muovano nell’economia globalizzata, tra appalti, cocaina, ed emergenze varie. E’ noto da anni che il comune di Buccinasco viene chiamato la Platì del nord  e non solo per il numero di emigrati, arrivati nel comune del milanese, ma per la concentrazione mafiosa.

Le grandi firme del giornalismo antimafia nostrano pubblicano articoloni scrivendo che esiste una società minore ed una maggiore di ‘ndranghetisti. Anche i non addetti ai lavori, potevano saperlo almeno dal 2008, quando è uscito Fratelli di sangue di Nicaso e Gratteri. Leggiamo a pagina 8, dell’edizione del gennaio 2009, per Mondadori:

“Per limitare i cruenti conflitti interni e per migliorare sensibilmente la gestione dell’elevato volume di affari in mano alla  ‘ndrangheta, sono stati creati tre mandamenti: quello ionico, da Monasterace a Condufuri; quello centrale, da San Lorenzo a Bagnara; e quello tirrenico, o della Piana, da  Seminara al confine con la provincia di Vibo Valentia. Alcune intercettazioni ambientali hanno confermato, oltre ai nuovi assetti organizzativi, anche l’esistenza di una commissione denominata  <la Provincia>, con funzioni di garanzia, soprattutto tese a evitare o a comporre situazioni di conflittualità tra i vari clan.”.

In tv, continuiamo a sentire belle interviste, dell’ esperto di turno, che, cade nel tranello, tanto caro al nostro giornalismo, del Capo dei capi. Siamo rimasti traumatizzati da Totò Riina. Apprendiamo dalla stampa nazionale (i giornali locali, invece, conoscono sicuramente meglio l’argomento) che la ‘ndrangheta ha cambiato strutture e che adesso c’è un capo supremo, tale Domenico Oppedisano. In realtà, Oppedisano, è a capo di un organismo interno all’organizzazione che è la Provincia, appunto. Essa assomiglia, anche, ad una sorta di consiglio di amministrazione della ‘ndrangheta ed ogni anno viene eletto un presidente a rotazione o se preferiamo, per venire incontro ad alcuni analfabeti con il tesserino da giornalisti, viene eletto il capo dei capi. L’organizzazione criminale calabrese sembra organizzata come un’azienda, con gli azionisti che eleggono un amministratore. Ci sono dei locali che hanno maggiore potere di altri, esattamente come funziona in una società per azioni. Chi ha più azioni, ha maggiore potere decisionale. C’è una grande autonomia organizzativa negli affari e soprattutto, famiglie nemiche, si mettono d’accordo nel momento in cui arriva un appalto sul territorio o un qualsiasi altro affare lucroso. Per i soldi, l’onore può aspettare. Prima di tutto i soldi. I narcos colombiani dicevano por la plata lo que sea.

Come scrive Giuseppe Baldassarro, su Il Quotidiano della Calabria del 14 luglio 2010, autonomia non significa “non dare conto”. Quindi, le ‘ndrine, rendono conto ad un’entità superiore che, però, è composta da loro stessi. Lo dimostrano anche gli ultimi arresti, tra cui quelli di Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri che avevano fatto nascere una “supercosca”, così l’hanno chiamata i giornalisti, che consisteva in un altro passo verso l’imprenditorialità. Tra le nuove regole, ad esempio, l’obbligo per gli affiliati di pagare tutto quello che compravano nei negozi, dai vestiti, alle macchine, ai pranzi al ristorante. Bisognava essere, però, inflessibili sui pagamenti del pizzo, non ci dovevano essere sconti o pagamenti, diciamo, in natura. Solo soldi.

In realtà, la semplicazione giornalistica è quella a cui assistiamo costantemente per non fare andare in difficoltà quello che in molti giornalisti, soprattutto televisivi, considerano “popolo bue”. Ovviamente, se non s’informa correttamente, il popolo non potrà far altro che ignorare, tanti aspetti di questa ennesima inchiesta sull’organizzazione criminale più potente del mondo.

Criminalità e massoneria.

In Italia è il momento del revival della P2, la loggia massonica che aveva radici in tutti gli apparati dello Stato e, spesso, li controllava in maniera esclusiva. In questa afosa estate del 2010, viene fuori di nuovo, prepotente, una nuova loggia ‘deviata’ che i giornali,  hanno chiamato da subito P3. Pare ne facciano parte politici, imprenditori, faccendieri vari ed addirittura anche Silvio Berlsuconi, già tesserato nella P2 di Licio Gelli e che lo scopo. Nell’ inchiesta denominata “Il Crimine” che a portato in galera trecento tra ‘ndranghetisti, imprenditori e politici, c’è anche più di un massone. Quello più in vista è Pino Neri che pare fosse il capo de La Lombardia, cioè l’organizzazione ‘ndranghetistica della regione governata dal centrodestra dal 1993. Neri è succeduto a Carmelo Novella, ucciso perché voleva rendersi autonomo dalla ‘mamma calabrese’. L’ordine a cui appartiene il boss, secondo quanto dice lui stesso, è “l’ordine dei cavalieri di Cipro, detto della Spada e del Silenzio”. Da alcune intercettazioni si  scopre che anche un altro affiliato di rilievo è un pezzo grosso della massoneria: Rocco Coluccio. Non è che si vuole intavolare un processo alla massoneria, ma è lecito chiedersi se questa associazione, con aderenti segreti, è solo “un modo per stare insieme”, per darsi un aiuto reciproco, senza complotti e favoritismi oppure è il luogo non fisico dove, spesso, s’intrecciano affari non sempre puliti e dove si decidono appalti, processi e nomine, come mai la ‘ndrangheta ne fa parte? Come mai, alla fine della seconda guerra di ‘ndrangheta (1991, circa 700 morti), venne reso possibile ciò che prima era proibito agli uomini delle ‘ndrine, cioè entrare nella massoneria? Uno dei vantaggi che da far parte della società superiore e della Santa è poter diventare massone. Sarà solo una questione di prestigio all’interno della propria comunità?

Chiesa e ‘ndrangheta.

Guido Palange autore del libro, La regina dei tre seni, Rubettino editore, scrive, in una breve biografia di Massaro Peppe, al secolo Giuseppe Delfino, carabiniere regio, nemico dei mafiosi: “…in occasione d’ un appuntamento irrinunciabile per gli aspromontani quale era la festa della Madonna di Polsi, concedeva ai malviventi la tregua di un giorno, e magari lui stesso si metteva a ballare la rituale tarantella gomito a gomito con questo o quel ricercato…”.

Apprendiamo da queste brevi righe che già all’inizio del ’900, la festa per la Madonna di Polsi era un evento a cui partecipavano mafiosi e non mafiosi, visto che questo evento religioso è molto sentito in tutta la Calabria.

Mi vorrei soffermare sul fatto che, però, già da allora gli ‘ndranghetisti partecipavano ai rituali e via negli anni, hanno preso il controllo della festa. Com’è successo per l’ affruntata di Sant’ Onofrio, sospesa quest’anno per non dare spazio, visibilità e prestigio alle ‘ndrine locali. Il rapporto con la religione degli ‘ndranghetisti è molto forte. Infatti, nel rituale di affiliazione per entrare nella ‘ndrangheta, viene bruciato un santino nella mano del nuovo adepto. Le festività religiose vengono usate, non solo dalla ‘ndrangheta, come momenti per accrescere il prestigio all’interno della propria comunità, magari donando grosse somme di denaro che finiscono nella parrocchia.

Le immagini degli ‘ndranghetisti che si riuniscono al santuario di Polsi, nel comune di San Luca (ecco perché viene chiamato mamma della ‘ndrangheta) hanno fatto il giro del mondo. Le gerarchie ecclesiastiche tollerano da anni che queste assemblee si tengano nei giorno dei festeggiamenti. In un’ intercettazione telefonica si sente Oppedisano che dice a Domenico Gangemi (uomo d’onore residente a Genova) che c’è la riunione a Polsi e che bisogna andarci. Il vescovo di Locri-Gerace, Giuseppe Fiorini Morosini, ha scritto una lettera agli uomini delle ‘ndrine, chiedendogli, che senso abbia andare a Polsi ad incontrarsi e cosa c’entrano loro con la religione. In alcune dichiarazione precendenti invitava “…a non chiudere gli occhi sulla tradizione religiosa di Polsi che affonda in secoli lontani.”. Sicuramente è così, ma gli occhi mi pare che li abbiano chiusi tutti i vescovi e molti dei preti che hanno prestato servizio in queste zone. Anche dopo la strage di Duisburg, non si è riusciti ad avere una condanna unanime, sottolineo unanime, della strage e della ‘ndrangheta. Sarebbe interessante sapere, con chiarezza, quale ruolo svolge l’istituzione ecclesiastica calabrese nella lotta alle mafie, perché ancora non si è capita. Al di là dei proclami e delle pochissime persone che hanno provato a cambiare lo stato delle cose (gente prontamente trasferita in altra sede), la Chiesa calabrese non riesce ancora  a staccarsi dal suo ancestrale legame con la ‘ndrangheta che, ha portato, spesso sacerdoti ad abbracciare un’altra religione, cioè quella delle cosche. Un altro elemento da ricordare, a proposito di religione, è che la ‘ndrangheta fonda il suo potere e la sua coesione sul denaro, ma anche sui rituali. Ci sono i giovani avvocati, figli di boss che parlano tre lingue, che concludono affare in Messico, Spagna, Russia che parlano di project financing, di general contractors, ma quello che tiene unite le cosche è il sentimento comune di appartenenza che si può creare solo attraverso i riti ed ad un proprio orizzonte culturale, con miti, eroi, santi e madonne, visto che siamo pur sempre nella cattolicissima terra di Calabria da dove nasce e si propaga questa malapianta.

Claudio Metallo

Via padova è meglio di Milano

Posted under Local news,Video by Nix on Sunday 25 July 2010 at 10:16 am

Il Trailer -Un’autoproduzione Insu^tv & Teleimmagini

VIA PADOVA E’ MEGLIO DI MILANO from Nicola Angrisano on Vimeo.

Prenota una copia del documentario su:
produzionidalbasso.com/pdb_476.html
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Milano, febbraio 2010: Abdel Aziz el Saied, 19 anni, muratore, fidanzato, mantiene la famiglia, egiziano, è accoltellato in via Padova dopo una lite banale. Muore aspettando per un’ora l’ambulanza che arriva troppo tardi, ma non è questo ciò che si ricorda. Nelle cronache di quei giorni, per la memoria collettiva, la narrazione ha altre priorità: vetrine rotte, macchine ribaltate, scontri con la polizia, i cortei falliti della Lega, la paura della violenza degli immigrati.

Febbraio-Marzo 2010: Insu^tv e Teleimmagini cercano di raccontare questa stessa strada attraverso le voci di chi ci vive da anni. Via Padova è lunga kilometri e attraversa da un capo all’altro l’ordine sociale di Milano e mezzo secolo di migrazioni, dai napoletani e calabresi ai maghrebini e sudamericani.
Ne nasce la narrazione variegata di uno spazio urbano carico di problematiche comuni a molte città italiane, ma, come dice uno degli intervistati, via Padova è anche
“un processo di globalizzazione dal basso in assenza di politiche sociali”.

Una video inchiesta che attraverso “occhiali diversi” guarda ad un pezzo di città spesso descritta come periferia in degrado e che invece è molto di più: uno spazio in cui conflitto, negoziazione, autorganizzazione cercano di conquistare nuovi spazi di cittadinanza nella metropoli post-coloniale.
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In coerenza con la nostra policy il documentario sarà liberamente riproducibile, ma prenotare una copia in dvd (che sarà pagata solo quando è pronta – ottobre 2010 -) serve a sostenere l’autoproduzione dal basso e la realizzazione del progetto

AUTOPRODUZIONE: INSU^TV & TELEIMMAGINI
- MUSICHE: ORCHESTRA DI VIA PADOVA


Un uomo da bruciare

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Wednesday 9 June 2010 at 3:33 pm

“Ancilu era e nun avìa l’ali,
santu nun era e miraculi facìa
‘ncelu acchianava senza cordi e scali
e senza appidamenti nni scinìa,
era l’amuri lu so’ capitali
e sta ricchezza a tutti la spartìa
Turiddu Carnivali nnuminatu
E comu Cristu murìu ammazzatu”.

tratto da Lamentu pi la morti di Turiddu Carnevali
di Ignazio Buttitta

Un uomo da bruciare  è un film straordinario scritto e diretto da Valentino Orsini e Paolo e Vittorio Taviani nel 1962.
La storia che vi si narra è liberamente ispirata alla vita di Salvatore ‘Turiddu’ Carnevale (interpretato da Gian Maria Volontè), sindacalista siciliano, ucciso il 16 maggio del 1955 da mano mafiosa su ordine dei latifondisti di Sciara, in provincia di Palermo. La storia di Turiddu Carnevale è emblematica di un passaggio, importante, della storia del nostro paese e del Meridione: Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre, sintetizza così il concetto: «l’uccisione di Carnevale segnò simbolicamente il passaggio della mafia dalle campagne alla città. Dal feudo alle cave, dalla lotta per la terra alla difesa dei diritti sindacali, fu un processo continuo di emancipazione fondata sull’organizzazione moderna degli sfruttati. Carnevale fu ucciso mentre si recava nella cava dove aveva iniziato una dura lotta sindacale per il rispetto delle otto ore giornaliere di lavoro».
Nel film di Orsini e dei fratelli Taviani, si racconta anche questo passaggio, con coraggio, in un periodo dove non esisteva neppure il reato di associazione mafiosa. I mandanti dell’omicidio Carnevale, non furono mai scoperti ed il processo si concluse con tre assoluzioni. Tra i difensori dei tre accusati c’era il futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone.
I giornali del continente trattarono questo omicidio con sufficienza, cercando di denigrare la figura di Carnevale. Il giornale padronale per eccellenza, Il Corriere della Sera, dedica un trafiletto alla vicenda, non sentendo il bisogno di approfondire queste storie di terroni.
In Sicilia, c’erano voluti parecchi morti per sollecitare gli abitanti dell’ isola a votare per la Democrazia Cristiana e non per socialisti e comunisti. Ci ricorda Umberto Ursetta nella presentazione del suo libro Salvatore Carnevale. La mafia uccise un angelo senza ali, che “Nel giro di pochi anni, dal 1944 al 1948, sono quarantuno le persone assassinate e centinaia quelle ferite. L’episodio più eclatante della strategia terroristica della mafia è la strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio del 1947 in occasione della festa del lavoro.”
Il Fronte popolare (Partito Socialista e Partito Comunista) vinse le elezioni dell’ Assemblea Regionale Siciliana, tenutesi il 20 aprile 1947. Il 18 aprile del 1948, alle elezioni politiche, la DC ottene uno straordinario consenso in Sicilia e vinse anche le elezioni nazionali. Nei primi dieci giorni di marzo dello stesso anno vengono uccisi Epifanio Li Puma e Placido Rizzotto due dirigenti sindacali molto in vista, riconosciuti come leader popolari. Scrive così Umberto Ursetta sempre nella presentazione del suo libro: “La mattanza consumatasi nella seconda metà degli anni quaranta non aveva avuto come teatro solo la Sicilia, le masse lavoratrici dell’intero Meridione erano state colpite da un’ondata di brutale violenza. In tutte le regioni furono in molti a cadere sotto il piombo della mafia e delle forze di polizia. Lo scontro sociale in quegli anni si manifestò in forme molto aspre. Gli interessi padronali furono difesi con particolare durezza e si può tranquillamente dire, senza tema di sbagliare, che ci fu una pianificazione nella repressione delle lotte dei braccianti e dei contadini nelle campagne e nei centri urbani agricoli. Solo così si spiega l’elevato numero di caduti che si ebbe in quegli anni.”
L’omicidio di Carnevale matura in un contesto pacificato, in una situazione in cui c’erano ancora molti diritti da conquistare, ma bisognava già iniziare a difendere quelli appena conquistati.
Quest’anno ricorrono anche altri due anniversari importanti: uno di Giuseppe Valarioti, segretario del Partito Comunista di Rosarno, assassinato l’11 giugno del 1980  e l’altro di Giannino Lo Sardo, segretario capo della procura di Paola (CS) ed esponente comunista di Cetraro, ucciso il 21 giugno dello stesso anno. Tutti e due gli omicidi hanno a che fare con la ‘ndrangheta, ma in tutti e due i casi i moventi non sono stati provati al di sopra ogni ragionevole dubbio, soprattutto per quanto riguarda il delitto Lo Sardo i punti oscuri rimangono moltissimi.

Claudio Metallo


Mentre vietate il kebab, la `ndrangheta si sta mangiando la `Padania`

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Wednesday 26 May 2010 at 5:28 pm
Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra. Ma anche norme ridicole – come quelle sulle panchine – o assurdamente razziste. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori – sono i venditori di cibo etnico.

Mentre vietate il kebab, la `ndrangheta si sta mangiando la `Padania`

Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.

Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.

A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. “Si ammazzano tra loro?”.

Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli,  a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della “Padania”. Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.

Se sei nero cambia tutto

La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.

Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro – Buccinasco – viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.

Ad Adro (Brescia), c`è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il “White Christmas” di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

La mafia non esiste

Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto “Ombre nella nebbia”, Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero.

Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un “mercato a cielo aperto” con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della “Padania”, la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi).

Le “profezie” sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai “grandi eventi”. Le cosiddette “infiltrazioni” mafiose nei cantieri TAV del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.

Leggi criminogene

E’ facile diventare “clandestino” al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.

La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può; adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.

La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli.

Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.

di Claudio Metallo e Antonello Mangano

pubblicato su terrelibere.org

(http://www.terrelibere.it/terrediconfine/mentre-vietate-il-kebab-la-ndrangheta-si-sta-mangiando-la-padania)

e da Il Manifesto

(http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/04/articolo/2575/)


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