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Da Pagliarelle al Mugello

November 11th, 2008

Da Pagliarelle al Mugello

Pagliarelle è un piccolo paese del crotonese che conta duemila abitanti circa. E’ arroccato sulle montagne sopra Petilia Policastro e non è per niente facile da raggiungere, non c’è una stazione. L’unica strada percorribile in auto, in alcuni punti, è così stretta che due macchine nei sensi opposti di marcia non riescono a transitare. Il paesaggio lamenta una mancanza atavica di un piano regolatore cittadino ed anche Pagliarelle come Petilia ha strade strette e palazzoni di cinque o sei piani non rifiniti. Sembra strano, ma mi trovo in questo paese senza stazione e strade per parlare con gli abitanti del TAV, il treno ad alta velocità, presunto fiore all’occhiello della modernizzazione del nostro paese. Infatti sto girando per l’Italia un documentario che parla degli effetti collaterali della linea veloce (Fratelli di TAV) seguendo le linee ferroviarie in costruzione. Nel novembre del 2006 avevo incontrato un gruppo di abitanti di Pagliarelle che vivevano nel Mugello in file di container che gli stessi minatori chiamano baracche, chiamate campi base. Erano emigrati per lavorare come minatori nelle gallerie dove sarebbe sfreccita l’alta velocità. Lì ho incotrato Pietro Mirabelli, cinquant’anni di cui più della metà passati in giro per l’Italia a scavare nel sottosuolo. E’ proprio Pietro che mi ha parlato del suo paese dicemdomi che c’è una tradizione di minatori, gente che s’è spaccata mani e polmoni costruendo strade e ferrovie. Comincia a raccontarmi la sua storia partendo proprio da qui: “Mio padre morì di silicosi, era un minatore anche lui, come me e tanti altri compaesani più vecchi ed è per questo che ci siamo autonominati figli d’arte. Io ho passato tre quarti della mia vita fuori di casa. Scavando gallerie.” D: Da quando fai questo lavoro e cosa comporta? R: Io sono andato via di casa nel 1972. Da quel giorno la mia vita è stata un viaggiare su macchine, treni ed arei che mi portavano lontano prima da mia madre e poi da mia moglie e dai miei figli. In trentasei anni ho passato tre quarti della mia vita fuori di casa, facendo il minatore, scavando gallerie. Non è un bel lavoro, ma si guadagna di più di un metalmeccanico e ci si ammala prima (sorride). I miei figli li ho visti crescere a spanne, visto che mancavo da casa per lunghi periodi. Ci sono colleghi che hanno un figlio piccolo e quando tornano a casa neanche li riconosce. Ecco cosa comporta fare questo lavoro dal punto di vista affettivo. Per quanto riguarda la salute prima o poi ci si ammala tutti lavorando in mezzo a macchine, polvere e gas di scarico delle macchine. Perchè in galleria, forse non tutti lo sanno, ci sono ventidue, dico ventidue macchine che lavorano. Vanno a diesel. Questo da anche la dimensione di che cosa significa sicurezza o salute nel nostro lavoro. D: Qual è il posto più vicino a casa dove hai lavorato? R: A Firenze per l’alta velocità. Prima ho lavorato in Friuli, in Val d’Aosta, in Liguria. Insomma in quasi tutto il nord Italia. Nè abbiamo scavato di gallerie…Noi di Pagliarelle, negli anni, abbiamo sfornato molta mano d’opera per il benessere del paese, ma come si emigrava nel 1950 si emigra adesso, forse di più, dal sud al nord e su questo la politica non ci ha mai dato una risposta. Il nostro lavoro è molto duro anche per il fatto che si vive spesso nella solutidine. Io avevo chiesto all’impresa (CAVET) di prendere a lavorare i miei figli, ma hanno sempre detto no. Forse perché sono delegato sindacale… D: Volevo insistere con la questione della provenienza dei lavoratori che lavorano sulla tratta. Siete quasi tutti meridionali. R: Siamo persone che veniamo da zone dove non c’è lavoro e c’è disperazione ed in alternativa scegli l’emigrazione. Anche se parlare di scelta mi sembra una forzatura. Sei costretto ad emigrare. Noi di Pagliarelle siamo più di un centinaio, ma poi ci sono siciliani, lucani, pugliesi, campani. Io fiorentini e bolognesi non né ho mai visto uno. Noi facciamo questi lavori “sporchi”. All’inizio l’impatto con la popolazione è stato duro, molti pensavano che erano dei disperati pronti a tutto, cattivi e avremmo portato la prostituzione e bivacchi vari attorno ai loro paesi, poi per fortuna si sono ricreduti, almeno alcuni, e hanno capito che non siamo gente malavagia. Comunque è stato difficile fare amicizia. Anche se per me è stata anche una bella esperienza, perché quelli che si sono ricreduti c’hanno dato una mano ad uscire dall’isolamento. Il problema è che anche tra di noi c’è gente, quasi tutti, che conta i giorni e non vede l’ora di tornare a casa sua in Calabria o Basilicata. E questo, aggiunto alle altre cose, non aiuta l’integrazione D: Ci vuoi raccontare di quando avevi deciso di smettere con questo lavoro? R: Nel 1997 lavoravo sull’alta velocità in Emilia Romagna. Mi sono ammalato di broncopolmonite e non volevo più tornare in galleria. Poi costretto dalla contingenze ci tornai, ma sul versante Toscano. Lì abbiamo scavato la galleria più lunga della tratta: galleria Vaglia. Proprio in questo cantiere ho avuto la sfortuna di essere presente ad un incidente mortale, una morte bianca. Il ragazzo che è morto era un mio compaesano si chiamava Pasqualino Costanzo, aveva ventitré anni. E’ morto nella galleria. Da lì abbiamo cominciato una battaglia che ancora non abbiamo smesso di combattere per migliorare le nostre condizioni sul posto di lavoro. D: Mi vuoi parlare dei turni che fate? R: I turni di lavoro sono quelli che abbiamo contestato di più. Perché non si può lavorare anche al sabato ed alla domenica a ciclo continuo. Con i turni di sei giorni di lavoro ed uno di riposo, sei giorni di lavoro e due di riposo e sei giorni di lavoro e tre di riposo. E’ un fatto che se si fanno turni di lavoro molto lunghi, l’attenzione si abbassa: più ore lavori di fila e più c’è il rischio incidenti. Infatti abbiamo avuti molti infortuni. Siamo l’unica categoria che non ha la pausa pranzo. Ti fai otto ore filate. Se hai l’attimo che ti puoi riposare è bene, altrimenti lavori tutto il tempo. D: Come vivete nei campo base? R: Non bene. Questi campi base sono divisi in container e non abbiamo stanze singole, ma solo stanze doppie, non abbiamo mai un momento di privacy. Questi posti sono sempre distanti da paese abitato più vicino come se ci volessero far evitare di venire a contatto con la popolazione locale. Tra l’altro spesso i campi sono anche lontani dal luogo di lavoro, se impieghiamo mezz’ora per arrivarci quella mezz’ora non ci viene pagata. La mensa è stata anch’essa un terreno di lotta. L’alimentazione è una cosa importante per chi fa questo lavoro e tra l’altro non è che puoi dire: ”La mensa fa schifo, vado a mangiare a casa”. Poi ci sono alcune cose che sono ridicole, ad esempio: nei campi base ci sono dei campetti calcio! A parte che spesso, con gli amici, abbiamo turni diversi e non riusciamo neanche a vedereci, ma sfido chiunque dopo otto ore di lavoro in galleria in mezzo a polvere, fumo e rumore ad andare a fare una partita di calcietto. Spesso finito il turno non hai neanche voglia di farti la doccia. D: Le vostre lotte hanno portato dei risultati? R: Si. All’inizio delle nostre battaglia l’azienda era molto dura ed le condizioni di lavoro erano più dure. Se adesso la sicurezza rimane un problema(basti pensare che ci sono state dieci vittime legate alla cantierizzazione TAV fra Firenze e Bologna) prima, far rispettare le norme era praticamente impossibile. Anche perché l’impresa sfruttava il fatto che non tutti i lavoratori impegnati conoscevano le norme di sicurezza, nessuno li aveva istruiti e questo è colpa anche del sistema dei subappalti.Ci sono lavoratori che non sanno per chi lavorano con precisione, figurati se conoscono le norme elementari di sicurezza. L’impresa ora è obbligata a far seguire dei corsi. Però quando si lavora ad alta velcità…In questa galleria abbiamo avuti due morti Pasqualino Costanzo e Damiano Giovanni di quarantadue anni con due figli. Anche grazie al loro sacrificio s’è creata anche una coscienza diversa tra noi minatori e la consapevolezza che non morire sul posto di lavoro, non farsi male è un nostro diritto.
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