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Giuseppe Di Vittorio e la RAI TV

Qualche mese fa su Raiuno è stata trasmessa un’interessante fiction in due puntate su Giuseppe Di Vittorio, intitolata Pane e Libertà diretta da Alberto Negrin con un bravissimo Pierfrancesco Favino. Lo storico sindacalista meridionale (praticamente il padre della CGIL) diventa un eroe popolare da fiction italiana e spesso le situazione narrate sono intrise di retorica tipica di questo genere televisivo. Fin qui, le critiche al lavoro di Negrin. La cosa che salta subito all’occhio in Pane e Libertà è una chiara impostazione di sinistra. Il padrone, il cui maggiore alleato è il prete del paese, è un barone che disprezza i braccianti ed il cui padre faceva massacrare a bastonate bambini ed adulti che lavoravano nei suoi campi ad ogni richiesta di miglioramento delle condizioni di lavoro. La prima guerra mondiale, a cui Di Vittorio partecipa, è vista come uno stupido eccidio, un massacro senza senso tra povera gente mandata a morire da potenti che non vediamo neanche in faccia. Negli episodi narrati successivamente, anche i fascisti vengono trattati per quello che sono: dei vigliacchi al servizio dei potenti di turno, a Cerignola (paese di Di Vittorio) sono infatti alleati del barone Rubino (il fetente di cui sopra). Già queste indicazioni bastano per farci sospettare che questa fiction sia stata ideata, scritta e realizzata durante il breve periodo del secondo governo Prodi. Qualcuno si chiederà il perché di questa affermazione. Dietro c’è un semplice ragionamento:  la fiction italiana cerca di riscrivere la storia attraverso la televisione, è in qualche caso uno strumento politico. Pensiamo a La Luna nel Pozzo, terribile esempio di revisionismo sulla questione foibe. In quell’occasione, alcuni politici di destra dissero, pomposi, che si era restituita giustizia alle vittime. Fiumi d’inchiostro sono stati versati, migliaia di parole sprecate per parlare di questo capolavoro che annoverava nel cast addirittura il fratello di Fiorello. Vespa ha ci ha propinato ore e ore di discussione sull’argomento con un paio di puntate preparatorie all’evento e poi con altre puntate, dal numero ormai indefinito, post evento. Sono anni che si parla di foibe e sembra quasi che non ci sia stata neanche la seconda guerra mondiale. Fatte queste premesse, v’immaginate La Russa, che ha istituito nuovamente la festa per la fine della prima guerra mondiale, che da il via libera per una fiction che tratta la guerra come un inutile spargimento di sangue? Oppure, nel clima revisionista imposto da questo governo cialtrone, pensate se è mai possibile far apparire i fascisti come degli squallidi picchiatori al servizio del potente di turno! In Pane e Libertà, c’è anche spazio per ricordare agli italiani l’ingannevole promessa del regime dispotico di Mussolini, che prometteva 3000 lire al mese ed un pezzo di terra a chi partiva volontario per aiutare il generale Franco e la sua banda di assassini a prendere il potere contro gli antifascisti. Porta a Porta non ha dedicato neanche un secondo alla vita di Giuseppe Di Vittorio. Al di là delle opinioni personali sulla figura del sindacalista e parlamentare del P.C.I., capisco che è scomodo parlare di uno che voleva l’unità sindacale ad ogni costo e c’ha pure provato con Bruno Buozzi (socialista) e Achille Grandi (cattolico). Provate a pensare a rievocare una possibilità del genere nel momento in cui il segretario della CISL e quello della UIL (senza CGIL) vanno a cena a casa del presidente del Consiglio in carica e quando vengono scoperti, come delle volpi (per evitare sospetti), negano tutto. E’ storia nota che dopo pochissimo hanno dovuto ritrattare ed ammettere il fattaccio. Da quel giorno Bonanni ed Angeletti sono andati d’amore e d’accordo con Berlusconi e Sacconi, anche quando, questi ultimi, hanno minacciato di eliminare, di fatto, il diritto allo sciopero. Anche in questo caso parlare di uno come Di Vittorio che s’è battuto, anche nella costituente, per rivendicare il diritto dei lavoratori allo sciopero sempre e comunque, era troppo di disturbo al sire. Sapete di cosa ha parlato Vespa la sera della seconda ed ultima puntata della serie? Del fatto che A.N. sta sparendo nel partito del capo! In studio c’erano La Russa, il simpatico e per nulla presuntuoso Ronchi, Bocchino ed altri. Non solo non si parla di Giuseppe Di Vittorio, ma anzi si glorificano i successori ripuliti (ma siamo in molti a sentire ancora la puzza) degli stessi fascisti che sono stati combattuti dal bracciante di Cerignola per tutto il ventennio, finanche dall’esilio. Gli stessi fascisti che hanno quasi reso paralitico il figlio Vindice, partigiano il cui nome di battaglia era Silvio. Un vero insulto. E’ chiaro: si poteva mai dedicare una puntata ad una famiglia del genere? Il padre che organizzava occupazioni delle terre ai danni del padrone, reagiva ai fascisti ed era un costituente, il figlio un partigiano che ha lottato contro i fascisti ed i nazisti. Un altro motivo per prendersela con Vespa è il fatto che solo qualche settimana dopo questo exploit dedica due puntate alla nuova, imperdibile,  fiction di Raiuno dedicata allo smemorato di Collegno. DUE PUNTATE, con il cast, l’esperto, i giornali d’epoca e tutto il corredo tipicamente vespese. Per tornare a Pane e Libertà: come dimenticare che nella fiction viene anche ricordato il brutale e vigliacco omicidio di Giacomo Matteotti, preso di mira dai servi in camicia nera perché denunciava le loro nefandezze? Oppure, in un episodio precedente, Di Vittorio viene arrestato ingiustamente e per sfuggire al carcere viene candidato dai socialisti, ma i fascisti promettono al suo nemico, il barone Rubino, di non farlo eleggere ed arrivano a sparare sulla folla davanti al seggio elettorale. Col cavolo che s’è morto nella stessa maniera da un parte e dall’altra! Viene ricordata anche la morte di Bruno Buozzi, il socialista amico di Di Vittorio anche dopo la scissione tra PSI e PCI. Egli venne catturato dai nazisti che stavano lasciando Roma, in fuga dagli americani,  messo su un carro e trucidato insieme ad altre 13 persone nell’eccidio di La Storta il 4 giugno del 1944. Questa strage non è mai stata capita fino in fondo dagli storici, perché non si spiega come durante la fuga i tedeschi abbiamo deciso di portarsi 14 persone in un camion per poi fucilarle appena fuori Roma e scappare. Per concludere, questa fiction, avrebbe dato (e dà a chi decide di guardarla, ve la consiglio) moltissimi spunti per una puntata di un qualsiasi talk show, per tutti i motivi di cui sopra ed al di là di come la si pensi sulla figura di Di Vittorio.

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