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PARLANDO CATATUMBO STORIE DI ORDINARIA COMUNICAZIONE Nella parte bassa del Catatumbo, nel dipartimento del Nord di Santander, nasce Catatumbo Habla: un piccolo giornale, autoprodotto e indipendente, realizzato dalle comunità contadine della zona. Raccoglie articoli sulla tragica situazione di repressione da parte dell’esercito nazionale che quotidianamente subisce la popolazione civile. Ci sono racconti che recuperano la memoria storica della regione. La memoria delle fatiche dei contadini per insediarsi tra la selva rigogliosa, la memoria tragica delle violenze paramilitari che hanno spopolato la regione, la memoria del lento ritorno difficile e triste. Tutto ciò si sta lentamente perdendo, dimenticando. Perché fa male ricordare la tragedia e i lutti, ma soprattutto perché allo stato, colpevole, conviene nascondere e nascondersi: quando la storia verrà seppellita nell’oblio, tutto continuerà nell’impunità, ricominciando magari con nuove ondate di violenza, strappando queste terre così ricche a chi ci sta vivendo. Ma tra le comunità contadine cresce la consapevolezza di quanto sia importante conoscere e diffondere la memoria storica per poter costruire un futuro differente. Con disegni, articoli, reportage, Catatumbo Habla vuole essere una voce dei e per i contadini: un progetto indipendente, finanziato e sostenuto dalle comunità stanche di subire la comunicazione. In questa regione del Catatumbo non arrivano giornali e sono pochi i contadini che hanno avuto la fortuna di leggerne uno. Dato che nei villaggi non c’è la corrente elettrica, nessuno guarda la televisione se non per vedere qualche film accendendo il generatore per poche ore. Inoltre il segnale televisivo dei canali colombiani si riceve molto male. La radio è il mezzo di comunicazione più fruito, ma l’unica stazione colombiana che si riesce ad ascoltare è quella dell’esercito nazionale: un misto di vallenato (uno dei generi popolari più ascoltati, ma dai contenuti futili) e propaganda dell’esercito. Oltretutto l’informazione su questa emittente è necessariamente di parte e gli episodi di censura e disinformazione sono all’ordine del giorno: quotidianamente passano notizie di decine di guerriglieri morti in combattimento. In questo modo per tutta la nazione si costruisce l’idea di un esercito seriamente impegnato in combattimenti e azioni di contrasto contro i gruppi guerriglieri, ma chi vive nel campo sa bene che questi guerriglieri presentati all’opinione pubblica come morti in combattimento, altro non sono che semplici contadini disgraziatamente caduti nelle mani di feroci assassini che portano la divisa dell’esercito nazionale. Purtroppo chi conosce la verità, i familiari, gli amici, gli amanti di questi presunti guerriglieri, non possono parlare, non hanno spazi di comunicazione: difficilmente i mezzi di informazione arrivano nella regione e non esiste nessuna possibilità di portare fuori le parole, le opinione, gli sguardi di chi in queste regioni ci vive. Da sempre alle comunità viene negato il diritto alla libertà di comunicazione e di informazione. In questo modo la repressione statale e parastatale, che mira a spopolare l’area per impadronirsi delle risorse naturali, può agire indisturbata. Queste aree sono considerate pericolosi covi di guerriglieri e narcotrafficanti, non c’è sicurezza per entrarci e ne motivo dato che le fonti ufficiali sono considerate uniche e totalmente affidabili. Si deve tenere conto che in Colombia c’è un solo quotidiano nazionale. Sicuramente nessuno dei pochi media ufficiali che esistono si metterà mai ad indagare i fatti al di là delle semplici dichiarazioni delle fonti ufficiali dell’esercito e del governo. Di fronte ad una tale spaventosa situazione IPO COMUNICACION ha promosso insieme all’associazione contadina del Catatumbo, ASCAMCAT, un progetto di formazione che avesse l’obiettivo di stimolare autodeterminazione rispetto ai processi comunicativi. Con la Scuola di Comunicazione Popolare Alberto Grifi, nata all’interno di IPO COMUNICACION con il sostegno del centro sociale italiano XM24 e con il progetto Diario Colombia abbiamo organizzato un corso itinerante in due comunità contadine dove sarebbero convogliate persone anche delle località vicine. L’idea è stata quella di portare i ragazzi del primo corso anche al secondo, sia per dare loro la possibilità di muoversi in sicurezza nella regione, ma soprattutto per stimolarli a condividere le conoscenze acquisite. Questo è un principio fondamentale della scuola: non la formazione di professionisti della comunicazione ma di gruppi popolari che stimolino la condivisione dei saperi affinché la comunicazione sia realmente un processo sociale partecipato. Il corso si è strutturato in quattro giornate per ogni comunità lavorando circa sei ore al giorno. Nella prima giornata, nella comunità della India il presidente aveva invitato tutti a partecipare. Abbiamo quindi dato vita ad una lunga e piacevole discussione sulle condizioni della comunicazione nel territorio dove vivono, sull’importanza strategica della comunicazione per il processo comunitario, su come avviare e difendere progetti di comunicazione popolare. In questa prima giornata l’argomento centrale è quindi la teoria della comunicazione indipendente e l’obiettivo è sottolineare la sua importanza con la necessità di avviare dei processi di autodeterminazione e non di dipendenza rispetto a chi sta facendo il corso. Tra le due comunità che hanno partecipato sono stati inoltre prodotti e condivisi, due progetti. Uno corredato da una documentazione sul contesto socio-politico della regione e sulla situazione della comunicazione, mira ad ottenere finanziamenti per l’acquisto delle tecnologie di base (come telecamera, macchina fotografica, registratore audio, ecc…) necessarie per avviare progetti di comunicazione. L’altro specifica quali sono i progetti di media di comunicazione popolare su cui le comunità contadine vogliono lavorare e che richiede l’appoggio politico delle comunità della regione e di organismi nazionali e internazionali: è infatti facile e non eccessivamente dispendioso realizzare un progetto di comunicazione come ad esempio una radio, il problema è riuscire a mantenerla e difenderla dagli attacchi repressivi dello stato. In regioni come queste l’esercito detta legge e arriverebbe solerte a distruggere qualsiasi tipo di progetto sulla comunicazione insinuando un legame con i gruppi guerriglieri. In questo senso quindi questa seconda carta cerca un sostegno per dimostrare che i progetti di comunicazione da sviluppare nelle comunità contadine della regione sono innanzitutto l’espressione del diritto fondamentale alla comunicazione e alla libertà d’informazione e sono progetti comunitari e sociali. Nell’ambito di questa discussione sulle strategie per difendere i progetti si è valutata l’opportunità di non promuovere e realizzare un solo progetto di comunicazione per tutta la regione, ad esempio una radio o un giornale, ma di stimolare la nascita di più mezzi d’informazione in relazione tra di loro e nel maggior numero di comunità possibili. Il concetto di rete di comunicazione diventa quindi strategia per difendere il diritto stesso a comunicare ed essere informato. Per chiarire la dinamica: se si riuscisse ad esempio a realizzare una sola radio con la capacità di emettere segnale in tutta la regione del Catatumbo, sarebbe molto facile per le autorità statali e parastatali (ricordiamoci che i paramilitari in Colombia continuano ad operare e proliferare) intervenire e chiudere le trasmissioni in forma più o meno legale. Sarebbe invece impossibile dover chiudere 10 o 100 stazioni radio che le comunità autonomamente costruiscono, perché si avrebbe la possibilità di denunciare i fatti con immediata risonanza nazionale ed internazionale. Dal secondo giorno si cominciano ad analizzare alcuni media cercando di individuarne le caratteristiche essenziali e rielaborale nell’ottica di un sistema di comunicazione popolare. Iniziamo quindi a parlare del giornalismo con l’idea di realizzare un giornale da diffondere nella regione. Il primo passaggio sono gli argomenti da trattare e quindi dall’informazione sulle violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito, ai racconti sulla storia della regione, ai reportage sulla cultura e le tradizioni contadine. Dopo di che si analizzano le forme secondo cui è possibile parlare di questi argomenti in un giornale, come articoli, reportage, fumetti, evidenziandone le caratteristiche essenziali e modalità di realizzazione. Si fa un piano di lavoro, si cominciano a realizzare i materiali che andranno sul giornale. Grande spazio è dedicato alla realizzazione di un’intervista che riteniamo sia una forma comunicativa diretta attraverso cui la comunità può facilmente raccontarsi e raccontare. Utilizziamo un registratore audio per le interviste che verranno poi sbobinate e trascritte in forma d’articolo e a fine giornata abbiamo tutti gli elementi. Raccolti gli articoli realizzati nelle due comunità, alla fine del corso ci spostiamo alla Gabarra, un piccolo villaggio sulle rive del fiume Catatumbo, da cui ci si imbarca per raggiungere l’interno delle regioni: qui c’è luce elettrica e qualche negozietto in cui fare fotocopie. Con alcuni rappresentati della neonata equipe di comunicazione popolare, impaginiamo il giornale, mettiamo le foto negli articoli, lo stampiamo e ne facciamo un centinaio di copie. Ognuno ne prenderà un po’ per riportarle nella propria comunità e distribuirle tra i contadini presentando questi nuovi progetti sulla comunicazione al fine di far vedere concretamente che c’è un lavoro in atto e che ha bisogno dell’appoggio e della collaborazione di tutta la comunità per poter andare avanti. Il terzo giorno si lavora con la macchina fotografica digitale presentandone le caratteristiche e il funzionamento. Si scattano foto tra di noi maneggiando, forse per la prima volta, un piccolo strumento che ha la capacità di restituire uno sguardo originale, proprio, di una regione vista ad oggi solo con gli occhi bramosi dello sfruttamento. Si passa poi alla riflessione sulla fotografia come mezzo comunicativo: si parla dell’uso all’interno degli articoli, dei fotoreportage, delle mostre fotografiche… e scattiamo, ognuno cercando di regalare in ogni foto un pezzo del proprio paesaggio. Concentrati quindi sul fantastico mondo della visione, cominciamo a ragionare sulle peculiarità del linguaggio per immagini, addentrandoci nel campo dell’audiovisivo. I campi, i piani, i movimenti di macchina si analizzano secondo il loro significato espressivo. Siamo così pronti per scrivere una storia per immagini: realizzare una sceneggiatura. Sono molte le storie che salgono alla mente tra i partecipanti al corso. Ne scegliamo quindi una e costruiamo la sceneggiatura utilizzando quegli elementi della grammatica visuale che fanno del linguaggio cinematografico un linguaggio universale. Nel quarto e ultimo giorno di laboratorio accendiamo le telecamere. Non è difficile spiegare il loro funzionamento base e cominciamo a lavorare sui campi e le inquadrature, sulla luce, la registrazione del suono, i movimenti. Cominciamo a costruire le scene, gli attori imparano le parti, scriviamo i cartelli con i titoli. Tutto è pronto per cominciare a girare il film. Utilizziamo il sistema del montaggio in camera, ovvero la possibilità di poter realizzare piccole fiction o documentari senza il bisogno di dover editare con un apparato esterno alla telecamera. Questa scelta serve anche per rendere chiaro che la creatività e la volontà di sfruttare al massimo gli strumenti che si hanno a disposizione possono sopperire alla mancanza di strumenti tecnologici. Per questo l’idea e la pratica del montaggio in camera. Coscienti di non dover sbagliare niente quando giriamo, cominciamo a lavorare, ripetendo le scene varie volte, prima di quella definitiva da registrare. Il caldo e le zanzare non aiutano ma i ragazzi seguono entusiasti il lavoro fino all’ultima scena, fino al cartello finale con i ringraziamenti e la parola fine. Sanno che questo è l’inizio di un lungo e difficoltoso lavoro nell’ambito della comunicazione. Sentono la responsabilità di dover proseguire ora da soli nel progettare strumenti di comunicazione in forma creativa e alternativa. Parlare e diffondere tra le comunità le storie di violenza e repressione, le storie del campo che nessuno ha mai potuto e voluto raccontare, perché a volte ricordare è tanto, troppo doloroso. Perchè la possibilità reale di riprendere in mano la parola per comunicare esiste e per farlo c’è bisogno dell’appoggio e della collaborazione di tutti. Ed è su questi sguardi che ritroviamo le parole e le visioni di Alberto Grifi. Sguardi che ci hanno accompagnato a demolire le barriere del professionismo borghese, verso una realtà della comunicazione comunitaria dove si infrangono definitivamente i ruoli di autori e protagonisti. LA COMUNICAZIONE È UN’ATTIVITÀ UMANA, COLLETTIVA E DI LIBERTÀ.
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