Il crimine

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Tuesday 27 July 2010 at 1:05 pm
Più di 300 arresti ed ancora siamo solo all’inizio. L’inchiesta denominata Il Crimine, condotta dalle procure di Reggio Calabria e Milano è esplosa come un fulmine a ciel quasi sereno. In Calabria era da un pò che gli arresti si susseguivano, insieme ai sequestri di beni che comunque restano esegui, in rapporto al patrimonio delle ‘ndrine. E’ probabile che ci sia un riassetto mafioso nel dopo Duisburg, punto di snodo delle strategie della ‘ndrangheta e dello Stato. L’ondata di arresti è iniziata in quel periodo, durante il governo Prodi, con buona pace del ministro razzista, Maroni. Questo per dire che sono le procure che fanno le indagini e non i governi che si succedono di volta in volta.

Nessuno potrà dire che non sapeva che la ‘ndrangheta è parte integrante del sistema economico della Lombardia. La regione è governata dal 3 giugno 1994 dal centro destra, quando diventa presidente della regione Lombardia, Paolo Arrigoni della Lega Nord. Dopo un anno gli succede Roberto Formigoni, (dal 27 giugno 1995). In questi anni di governo della Lega e di Formigoni, ne abbiamo sentite di tutti i colori sul problema sicurezza. Hanno  rimbambito i milanesi ed i lombardi con le storielle su migranti, sui rom. Hanno seguito le dichiarazioni tremende di Maroni che disse che bisogna essere cattivi con i clandestini, in un agghiacciante conferenza stampa. Hanno reso impossibile la vita a chi gestiva internet point ed a chi vende kebab. La Moratti, assieme al questore ed al prefetto  di Milano, ha deciso di far girare i propri vigili con degli autobus, adibiti a carceri ambulanti per rinchiuderci dentro i migranti trovati senza documenti. Scene e parole da deportazione, da terzo Reich, da nazi-fascismo. In molti comuni della regione se siei nero è impossibile vivere, grazie a delibere comunali razziste, come se non bastasse la legge criminale, denominata Bossi-Fini. Quando, qualcuno ha obiettato che la ‘ndrangheta si stava mangiando la Lomabardia e che vi si riproducevano fenomeni, come l’omertà, la paura di parlare per strada di certi argomenti, la Moratti rispondeva, sprezzante, che quella non era la vera Milano. Formigoni non ha mai espresso un giudizio di merito su queste questione. In gennaio, il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha sostenuto, che la mafia al nord non esiste. Frasi avventate, è stato frainteso, si dirà. Forse, il prefetto, era troppo impegnato a dare il suo contributo alla lotta al kebab in centro oppure a quei covi di clandestini che sono diventati parchi e panchine pubbliche.

Omertà.

L’omertà, in alcuni paesi della cinta milanese è diventata, uno stile di vita, proprio come in alcune zone della Calabria. Nessuno parla, nessuna denuncia. In Calabria, in realtà, ci sono state persone che hanno deciso di denunciare i propri aguzzini, spesso hanno pagato con la vita, spesso hanno dovuto cambiare aria o sono stati uccisi dalla ‘ndrangheta e da uno Stato che non li ha aiutati.

A Milano, come nella maggior parte della Lombardia, è facilissimo trovare qualcuno pronta a dire che i cinesi puzzano, che copiano il made in Italy e che distruggono l’economia italiana. Sui neri, tante persone sono disposte a dire che devono tornare a casa loro o che, ovviamente, anche loro puzzano. Saranno sprezzanti nel dare questi giudizi. Sarà più difficile trovare qualcuno che parli male o anche solamente che parli degli affari delle cosche e dei mafiosi radicati nel loro quartiere o paese. Certo è più facile prendersela con uno che non ha niente piuttosto che con chi è ricco ed armato. Il coraggio viene meno.

Tante volte si sono espressi giudizi duri sui calabresi, su una società civile deteriorata o inesistente, ma i lombardi che votano Lega Nord, non si rendono conto di quale sia  il loro problema? I piccoli e medi imprenditori, non capiscono che la vera concorrenza sleale la fanno i mafiosi?

Inoltre, si pensa sempre al Sud, come un luogo altro, dove la sanità è in mano a politici e mafiosi senza scrupoli, dove c’è un massiccio voto di scambio. Ora nessuno potrà dire di non sapere che succede la stessa cosa in Lombardia. Dalla clinica Santa Rita, dove si operava la gente per fare soldi all’ ASL di Pavia di cui è stato arrestato il direttore generale, proprio per reati di mafia.

Pacchetti di voti.

Si è letto sui giornali e sentito in televisione, che, pare, ci siano, in Lombardia, circa 500 affiliati. Non è una piccola cifra e preoccupa soprattutto per il fatto che, accanto agli affiliati, non si conosce il numero dei fiancheggiatori esterni, di quelli che agivano per conto delle cosche o in sinergia con esse, tra cui sicuramente molti colletti bianchi, politici ed imprenditori del ricco nord idustrializzato, locomotiva del paese.

Abbiamo solo alcuni esempi. Uno di essi è il direttore generale dell’ ASL di Pavia, Carlo Antonio Chiriaco che sembra essere un personaggio importante al servizio delle cosche. E’ una persona in grado di far confluire voti su un candidato, piuttosto che su un altro. Dalle indagini emerge che i voti venivano convogliati, su esponenti del PDL. Ad esempio, Chiriaco chiedeva di far votare Abelli, un altro pdiellino, il ras politico di Pavia. Se così fosse, Abelli, sarebbe in buona compagnia, c’è più di un consigliere regionale implicato nelle indagini. Secondo il gip del tribunale di Milano, Giuseppe Gennari, ad esempio, Massimo Ponzoni, consigliere regionale del PDL ed ex assessore regionale all’ambiente è “parte del capitale sociale dell’organizzazione”. Anche il mondo dell’impresa non rimane fuori: l’ imprenditore edile Perego, ad esempio, era, anche lui, organico alle cosche, in particolare aveva rapporto con gli Strangio. Di fatto la sua ditta, doveva essere il cavallo di Troia per entrare negli appalti dell’expo 2015, ma ricordiamo che la mafia a Milano non esiste. Leggiamo sul quotidiano on line “Nuova Cosenza” (http://www.nuovacosenza.com):  ‘Il 19 luglio 2010, emerge il nome di Angelo Giammario, consigliere regionale del Pdl e sottosegretario della Regione Lombardia, nell’informativa del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Monza, redatta nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Milano, che nei giorni scorsi ha portato a un maxi blitz con circa 300 arresti in tutta Italia. Nell’informativa viene riportata una telefonata tra Carlo Antonio Chiriaco, direttore della Asl di Pavia, e Cosimo Barranca, boss del ‘locale’ della ‘Ndrangheta di Milano, entrambi arrestati, nella quale si fa riferimento ”a denaro che per il tramite” di un avvocato, sarebbe dovuto “giungere a Giammario per finanziarsi la campagna elettorale 2010″.’

Anche la Lega Nord non è immune dal contagio mafioso: il Brad Pitt padano, come ama definirsi, Angelo Ciocca è stato fotografato dai carabinieri, mentre parla con il boss Pino Neri, capo de La Lombardia che è il nome che viene dato all’insieme delle cosche che operano nella regione. Pare che, Ciocca, promettesse a Neri di poter spingere un candidato all’interno del suo partito. Silenzio dai vertici dei razzisti verdi. Per restare, in casa PDL, veniamo anche a sapere che Giovanni Zumbo, di professione commercialista, è una talpa della ‘ndrangheta all’interno delle istituzioni. Zumbo, conosce le inchieste, addirittura conosce il numero degli arrestati dell’operazione giudiziaria ed avverte i boss. Questo commercialista è uomo di fiducia di Alberto Sarra. Il sottosegretario nella giunta regionale di Scopelliti però, sminuisce. Non può smentire, il fatto che sempre Zumbo era il suo segretario particolare quando, all’epoca della giunta (sempre di centro destra) guidata da Giuseppe Chiaravaloti, Sarra era assessore al personale. Alle collusione mafiose dei politici si è cercato di porre rimedio in vari modi, ma sembra un’impresa veramente ardua. La maggioranza di centro destra al comune di Milano, governato dalla sindaca Moratti e dal suo vice sindaco sceriffo De Corato, preso atto di questa difficoltà, ha deciso il 20 luglio 2010, di votare contro alla creazione di una commissione antimafia interna al comune. Come si dice? Chi non fa, non falla.

Informazione/i.

Dicevamo che abbiamo ufficialità del fatto che la ‘ndrangheta agisce ed investe al nord ed è in gradi di decidere gli equilibri politici nella regione. Avvicina, compra e fa eleggere i politici della Lega Nord e del PDL.

L’altra conferma è, che ogni decisione dev’essere presa informando le cosche, consorziate, della provincia di Reggio Calabria, che hanno il predominio. Queste cose si sanno già da qualche anno: c’è stata la relazione della commissione antimafia, guidata da Forgione, durante l’ultimo governo Prodi, ci sono pagine e pagine fondamentali scritte da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso (vedi Fratelli di Sangue) o il libro di Laudati e Veltri, Mafia Pulita, che racconta di come le mafie si muovano nell’economia globalizzata, tra appalti, cocaina, ed emergenze varie. E’ noto da anni che il comune di Buccinasco viene chiamato la Platì del nord  e non solo per il numero di emigrati, arrivati nel comune del milanese, ma per la concentrazione mafiosa.

Le grandi firme del giornalismo antimafia nostrano pubblicano articoloni scrivendo che esiste una società minore ed una maggiore di ‘ndranghetisti. Anche i non addetti ai lavori, potevano saperlo almeno dal 2008, quando è uscito Fratelli di sangue di Nicaso e Gratteri. Leggiamo a pagina 8, dell’edizione del gennaio 2009, per Mondadori:

“Per limitare i cruenti conflitti interni e per migliorare sensibilmente la gestione dell’elevato volume di affari in mano alla  ‘ndrangheta, sono stati creati tre mandamenti: quello ionico, da Monasterace a Condufuri; quello centrale, da San Lorenzo a Bagnara; e quello tirrenico, o della Piana, da  Seminara al confine con la provincia di Vibo Valentia. Alcune intercettazioni ambientali hanno confermato, oltre ai nuovi assetti organizzativi, anche l’esistenza di una commissione denominata  <la Provincia>, con funzioni di garanzia, soprattutto tese a evitare o a comporre situazioni di conflittualità tra i vari clan.”.

In tv, continuiamo a sentire belle interviste, dell’ esperto di turno, che, cade nel tranello, tanto caro al nostro giornalismo, del Capo dei capi. Siamo rimasti traumatizzati da Totò Riina. Apprendiamo dalla stampa nazionale (i giornali locali, invece, conoscono sicuramente meglio l’argomento) che la ‘ndrangheta ha cambiato strutture e che adesso c’è un capo supremo, tale Domenico Oppedisano. In realtà, Oppedisano, è a capo di un organismo interno all’organizzazione che è la Provincia, appunto. Essa assomiglia, anche, ad una sorta di consiglio di amministrazione della ‘ndrangheta ed ogni anno viene eletto un presidente a rotazione o se preferiamo, per venire incontro ad alcuni analfabeti con il tesserino da giornalisti, viene eletto il capo dei capi. L’organizzazione criminale calabrese sembra organizzata come un’azienda, con gli azionisti che eleggono un amministratore. Ci sono dei locali che hanno maggiore potere di altri, esattamente come funziona in una società per azioni. Chi ha più azioni, ha maggiore potere decisionale. C’è una grande autonomia organizzativa negli affari e soprattutto, famiglie nemiche, si mettono d’accordo nel momento in cui arriva un appalto sul territorio o un qualsiasi altro affare lucroso. Per i soldi, l’onore può aspettare. Prima di tutto i soldi. I narcos colombiani dicevano por la plata lo que sea.

Come scrive Giuseppe Baldassarro, su Il Quotidiano della Calabria del 14 luglio 2010, autonomia non significa “non dare conto”. Quindi, le ‘ndrine, rendono conto ad un’entità superiore che, però, è composta da loro stessi. Lo dimostrano anche gli ultimi arresti, tra cui quelli di Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri che avevano fatto nascere una “supercosca”, così l’hanno chiamata i giornalisti, che consisteva in un altro passo verso l’imprenditorialità. Tra le nuove regole, ad esempio, l’obbligo per gli affiliati di pagare tutto quello che compravano nei negozi, dai vestiti, alle macchine, ai pranzi al ristorante. Bisognava essere, però, inflessibili sui pagamenti del pizzo, non ci dovevano essere sconti o pagamenti, diciamo, in natura. Solo soldi.

In realtà, la semplicazione giornalistica è quella a cui assistiamo costantemente per non fare andare in difficoltà quello che in molti giornalisti, soprattutto televisivi, considerano “popolo bue”. Ovviamente, se non s’informa correttamente, il popolo non potrà far altro che ignorare, tanti aspetti di questa ennesima inchiesta sull’organizzazione criminale più potente del mondo.

Criminalità e massoneria.

In Italia è il momento del revival della P2, la loggia massonica che aveva radici in tutti gli apparati dello Stato e, spesso, li controllava in maniera esclusiva. In questa afosa estate del 2010, viene fuori di nuovo, prepotente, una nuova loggia ‘deviata’ che i giornali,  hanno chiamato da subito P3. Pare ne facciano parte politici, imprenditori, faccendieri vari ed addirittura anche Silvio Berlsuconi, già tesserato nella P2 di Licio Gelli e che lo scopo. Nell’ inchiesta denominata “Il Crimine” che a portato in galera trecento tra ‘ndranghetisti, imprenditori e politici, c’è anche più di un massone. Quello più in vista è Pino Neri che pare fosse il capo de La Lombardia, cioè l’organizzazione ‘ndranghetistica della regione governata dal centrodestra dal 1993. Neri è succeduto a Carmelo Novella, ucciso perché voleva rendersi autonomo dalla ‘mamma calabrese’. L’ordine a cui appartiene il boss, secondo quanto dice lui stesso, è “l’ordine dei cavalieri di Cipro, detto della Spada e del Silenzio”. Da alcune intercettazioni si  scopre che anche un altro affiliato di rilievo è un pezzo grosso della massoneria: Rocco Coluccio. Non è che si vuole intavolare un processo alla massoneria, ma è lecito chiedersi se questa associazione, con aderenti segreti, è solo “un modo per stare insieme”, per darsi un aiuto reciproco, senza complotti e favoritismi oppure è il luogo non fisico dove, spesso, s’intrecciano affari non sempre puliti e dove si decidono appalti, processi e nomine, come mai la ‘ndrangheta ne fa parte? Come mai, alla fine della seconda guerra di ‘ndrangheta (1991, circa 700 morti), venne reso possibile ciò che prima era proibito agli uomini delle ‘ndrine, cioè entrare nella massoneria? Uno dei vantaggi che da far parte della società superiore e della Santa è poter diventare massone. Sarà solo una questione di prestigio all’interno della propria comunità?

Chiesa e ‘ndrangheta.

Guido Palange autore del libro, La regina dei tre seni, Rubettino editore, scrive, in una breve biografia di Massaro Peppe, al secolo Giuseppe Delfino, carabiniere regio, nemico dei mafiosi: “…in occasione d’ un appuntamento irrinunciabile per gli aspromontani quale era la festa della Madonna di Polsi, concedeva ai malviventi la tregua di un giorno, e magari lui stesso si metteva a ballare la rituale tarantella gomito a gomito con questo o quel ricercato…”.

Apprendiamo da queste brevi righe che già all’inizio del ’900, la festa per la Madonna di Polsi era un evento a cui partecipavano mafiosi e non mafiosi, visto che questo evento religioso è molto sentito in tutta la Calabria.

Mi vorrei soffermare sul fatto che, però, già da allora gli ‘ndranghetisti partecipavano ai rituali e via negli anni, hanno preso il controllo della festa. Com’è successo per l’ affruntata di Sant’ Onofrio, sospesa quest’anno per non dare spazio, visibilità e prestigio alle ‘ndrine locali. Il rapporto con la religione degli ‘ndranghetisti è molto forte. Infatti, nel rituale di affiliazione per entrare nella ‘ndrangheta, viene bruciato un santino nella mano del nuovo adepto. Le festività religiose vengono usate, non solo dalla ‘ndrangheta, come momenti per accrescere il prestigio all’interno della propria comunità, magari donando grosse somme di denaro che finiscono nella parrocchia.

Le immagini degli ‘ndranghetisti che si riuniscono al santuario di Polsi, nel comune di San Luca (ecco perché viene chiamato mamma della ‘ndrangheta) hanno fatto il giro del mondo. Le gerarchie ecclesiastiche tollerano da anni che queste assemblee si tengano nei giorno dei festeggiamenti. In un’ intercettazione telefonica si sente Oppedisano che dice a Domenico Gangemi (uomo d’onore residente a Genova) che c’è la riunione a Polsi e che bisogna andarci. Il vescovo di Locri-Gerace, Giuseppe Fiorini Morosini, ha scritto una lettera agli uomini delle ‘ndrine, chiedendogli, che senso abbia andare a Polsi ad incontrarsi e cosa c’entrano loro con la religione. In alcune dichiarazione precendenti invitava “…a non chiudere gli occhi sulla tradizione religiosa di Polsi che affonda in secoli lontani.”. Sicuramente è così, ma gli occhi mi pare che li abbiano chiusi tutti i vescovi e molti dei preti che hanno prestato servizio in queste zone. Anche dopo la strage di Duisburg, non si è riusciti ad avere una condanna unanime, sottolineo unanime, della strage e della ‘ndrangheta. Sarebbe interessante sapere, con chiarezza, quale ruolo svolge l’istituzione ecclesiastica calabrese nella lotta alle mafie, perché ancora non si è capita. Al di là dei proclami e delle pochissime persone che hanno provato a cambiare lo stato delle cose (gente prontamente trasferita in altra sede), la Chiesa calabrese non riesce ancora  a staccarsi dal suo ancestrale legame con la ‘ndrangheta che, ha portato, spesso sacerdoti ad abbracciare un’altra religione, cioè quella delle cosche. Un altro elemento da ricordare, a proposito di religione, è che la ‘ndrangheta fonda il suo potere e la sua coesione sul denaro, ma anche sui rituali. Ci sono i giovani avvocati, figli di boss che parlano tre lingue, che concludono affare in Messico, Spagna, Russia che parlano di project financing, di general contractors, ma quello che tiene unite le cosche è il sentimento comune di appartenenza che si può creare solo attraverso i riti ed ad un proprio orizzonte culturale, con miti, eroi, santi e madonne, visto che siamo pur sempre nella cattolicissima terra di Calabria da dove nasce e si propaga questa malapianta.

Claudio Metallo

Razzismo di Calabria

Posted under Articoli,Audio News e Racconti,Local news by Kioshi on Friday 8 January 2010 at 3:07 pm

Come volevasi dimostrare! Altro che rivolta di popolo e comitati spontanei:

A Rosarno è stato arrestato Antonio Bellocco, 29 anni. Considerato tra i fomentatori della rivolta di ieri.

E’ nipote del capo della ponte famiglia mafiosa dei Bellocco, affiliati con i Pesce.

Rosarno 7 gennaio 2010:
“Quello che sta succedendo è intollerabile e la cittadinanza non lo accetta più…Non possiamo accettare che queste persone devastino il nostro paese suscitando una situazione di paura tra gli abitanti”!
Questo grido di battaglia arriva, oggi, da un rosarnese. Finalmente la cittadinanza si vuole ribellare allo strapotere delle ‘ndrine Pesce e Bellocco? Quei mafiosi che strozzano le persone e gli imprenditori onesti(se ci sono), che muovono enormi capitali lasciando le loro terra d’origine nell’indigenza e sommersa di rifiuti nocivi, interrati nei luoghi dove i loro stessi nipoti e figli vivono e crescono? Purtroppo quello che “la cittadinanza non lo accetta più” sono i migranti, che vanno bene quando si devono raccogliere le arance a 20 euro al giorno, lavorando per 12 ore. Vanno un pò meno bene se dopo l’ennesimo episodio di violenza vigliacca contro due ragazzi, queste persone si rivoltano ed organizzano un riot in paese per protestare. Molti rosarnesi (come moltissimi calabresi), sono persone pacifiche che non amano la protesta. Avete mai visto un riot nella piana di Gioia Tauro dopo un omicidio di ‘ndrangheta? O dopo il ferimento di un italiano?
La frase citata, è stata pronunciata dall’ ex-assessore alla protezione civile, Domenico Ventre. Ex-assessore non perché si è dimesso in un moto d’orgoglio, ma perché la giunta di cui faceva parte è stata sciolta perché pesantemente infiltrata dalla ‘ndrangheta.
Per ritornare ai fatti: la sera del 7 gennaio vengono feriti due raccoglitori di arance con una carabina ad aria compressa. Gli agguati avvengono in due luoghi diversi. Questo fatto può fare balenare in mente che ci sia stata premeditazione. Inoltre bisogna ricordare sia il ferimento di un migrante lo scorso anno, sempre a Rosarno e poi l’incendio doloso all’ ex cartiera dove molti migranti dormivano nel periodo della raccolta degli agrumi. E’ sempre bene ricordare che la cartiera di Rosarno è stata tirata su con i soldi della legge 488, che poi sono stati abilmente rubati da un imprenditore del nord che non ha neanche aperto l’attività. La perdita della ‘casa’ ha fatto spostare i migranti nei sylos abbandonati che erano stati costruiti per contenere l’olio che imprenditori del nord avrebbero prodotto in Calabria. Anche in questo caso i soldi sono spariti prima che iniziasse l’attività, alla faccia di Bossi, Maroni, Castelli e Calderoli.
A proposito di questi paladini della legalità:  La mattina dell’8 gennaio, il ministro degli interni, Roberto Maroni, telefona alla trasmissione Mattino 5, (su Canale 5, la televisione del capo) e dice che a Rosarno c’è “una situazione difficile, così come in altre realtà”, determinata dal fatto che “in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, una immigrazione clandestina che da un lato ha alimentato la criminalità e dall’altro ha generato situazioni di forte degrado”. E’ inutile ritornare sul fatto che in quella zona ci sono i Pesce – Bellocco, una delle cosche più potenti del mondo, il Piromalli – Molè, I Mancuso e così dicendo. Quindi solo un idiota o una persona che è in campagna elettorale può dire che gli immigrati portano degrado e criminalità, in una situazione del genere. Tra l’altro, uno dei ragazzi feriti il 7, è un rifugiato politico, quindi ha un permesso di soggiorno, ma per tre voti in più, si possono dire delle stupidaggini.
Come al solito la Lega parla agli istinti più bassi delle persone che ci cascano immediatamente: a Rosarno si è formato un comitato ‘spontaneo’ (non è che ci sono le regionali e qualcuno vuole sfruttare la situazione, figuriamoci!) contro i migranti. Ricordiamo che, Rosarno, è il paese di Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista Italiano che fu assassinato in un agguato mafioso l’11 giugno 1980, dopo una conviviale riunione di partito. A parte la sindacatura di Giuseppe Lavorato, eletto nel ’94, movimenti di popolo non è che se ne vedano spesso. Ci pensa il razzismo a riportare in auge la voglia di aggregarsi. Nel tg regionale della Calabria s’è data voce ad un aderente al comitato che diceva di aver paura per i suoi bambini. Un’affermazione che è ridicola in una zona dove c’è, di media, una sparatoria al giorno. Siamo sotto elezione, il razzismo in questo paese è un’ideologia aggregante. Come volevasi dimostrare le frasi di circostanza di alcune persone come ad esempio:”Noi siamo razzisti!” si sono rivelate per quello che sono: bugie. In serata (8 gennaio) sono stati gambizzati due migranti ed altri due sono stati pestati con spranghe e bastoni, in puro stile fascista. Inoltre Rosarno è completamente inavvicinabile, per chi viene da fuori.
L’unico sentimento che si riesci a provare è il disprezzo per le persone che hanno compiuto questi atti e la vergogna che si siano verificati nella nostra.


La cartiera di Rosarno

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Monday 6 October 2008 at 10:55 am

In Italia, dal 1992 esiste una legge che eroga finanziamenti a fondo perduto per attività produttive da insediare nelle zone economicamente depresse del paese. Questa legge si chiama 488 ed ha sostituito la vecchia ed ormai impresentabile Cassa del Mezzogiorno. Si stima che dall’entrata in vigore della sopra citata legge i solerti e coraggiosi imprenditori italiani (gente che non muove un dito senza un finanziamento pubblico, ma che farnetica continuamente di libero mercato) hanno truffato allo Stato circa 80 miliardi di euro.
La storia della cartiera di Rosarno parte proprio da uno di questi finanziamenti pubblici: 9 milioni di euro vengono generosamente regalati ad un imprenditore bresciano di nome Cadenotti che memore di un noto film di Woody Allen prende i soldi e scappa.
A testimoniare il passaggio di questo benefattore proveniente dal nord produttivo, nel comune della piana rimane una struttura (la cartiera) che viene utilizzata come casa dai migranti che arrivano nella zona durante il periodo della raccolta delle arance.
Queste persone dormono in condizione igieniche pessime, abbandonati a loro stessi ed alla violenza razzista di una parte della popolazione locale. Non sono pochi i casi di lavoratori pestati e derubati mentre tornavano verso la cartiera. A Rosarno la caccia all’immigrato è diventata un’attività ricreativa ed è molto difficile contrapporsi a queste pratiche fasciste per le persone che vogliono avvicinare i braccianti ed aiutarli a vivere in maniera meno drammatica il loro lavoro. A questo va aggiunte che le cosche la fanno da padrone e non gradiscono che le braccia che hanno ordinato si mettano pure a stringere rapporti con la gente del luogo. Devono rimanere nell’indigenza in cui sono arrivati, non devono avere la certezza se quel giorno mangieranno o meno.
I migranti arrivano da vari paesi: ci sono senegalesi, ivoriani, rumeni o liberiani.
All’alba vengono reclutati sulle strade. Nessuno di loro quando si sveglia sa se quel giorno lavorerà o meno, chi viene scartato torna alla cartiera o cerca di trovare un modo per svoltare la giornata.
I prescelti salgono su pick-up o furgoni e vengono scaricati sul posto di lavoro. Ovviamente “il passaggio” lo pagano, pare costi cinque euro, circa un quinto della loro paga giornaliera.
Lavorano tra le dodici e le quattordici ore al giorno.
Rosarno è il laboratorio della Bossi-Fini: arrivi in paese, lavori e riparti per andare a lavorare in un’altra zona dove c’è bisogno delle tue braccia e della tua schiena.
In mezzo c’è qualche retata fatta ad hoc dalle forze dell’ordine, i maltrattamenti, le minacce e certe volte anche un morto, come è successo ad un giovane rumeno rapinato ed ucciso.
Nel novembre 2007 Medici senza frontiere ha realizzato un’indagine nella zona tra Rosarno, San Ferdinando e contrada Marotta evidenziando come la situazione in quei luoghi, per i migranti non sia dissimile da quella di una crisi umanitaria.
Pensando a questa storia non si può non riflettere sul fatto che la Calabria (terra di emigrati) è la prima meta toccata da molte persone che sbarcano in Italia. Il primo impatto con il belpaese è ‘ndrangheta, sfruttamento e razzismo.
A settembre esce Un destino sgarbato – storia degli schiavi di Rosarno un libro importante di Antonello Mangano che racconta le storie di queste persone che arrivano in un luogo che ha dimenticato di non essere “nord produttivo”, ma anch’esso sud del mondo.


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