Il crimine

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Tuesday 27 July 2010 at 1:05 pm
Più di 300 arresti ed ancora siamo solo all’inizio. L’inchiesta denominata Il Crimine, condotta dalle procure di Reggio Calabria e Milano è esplosa come un fulmine a ciel quasi sereno. In Calabria era da un pò che gli arresti si susseguivano, insieme ai sequestri di beni che comunque restano esegui, in rapporto al patrimonio delle ‘ndrine. E’ probabile che ci sia un riassetto mafioso nel dopo Duisburg, punto di snodo delle strategie della ‘ndrangheta e dello Stato. L’ondata di arresti è iniziata in quel periodo, durante il governo Prodi, con buona pace del ministro razzista, Maroni. Questo per dire che sono le procure che fanno le indagini e non i governi che si succedono di volta in volta.

Nessuno potrà dire che non sapeva che la ‘ndrangheta è parte integrante del sistema economico della Lombardia. La regione è governata dal 3 giugno 1994 dal centro destra, quando diventa presidente della regione Lombardia, Paolo Arrigoni della Lega Nord. Dopo un anno gli succede Roberto Formigoni, (dal 27 giugno 1995). In questi anni di governo della Lega e di Formigoni, ne abbiamo sentite di tutti i colori sul problema sicurezza. Hanno  rimbambito i milanesi ed i lombardi con le storielle su migranti, sui rom. Hanno seguito le dichiarazioni tremende di Maroni che disse che bisogna essere cattivi con i clandestini, in un agghiacciante conferenza stampa. Hanno reso impossibile la vita a chi gestiva internet point ed a chi vende kebab. La Moratti, assieme al questore ed al prefetto  di Milano, ha deciso di far girare i propri vigili con degli autobus, adibiti a carceri ambulanti per rinchiuderci dentro i migranti trovati senza documenti. Scene e parole da deportazione, da terzo Reich, da nazi-fascismo. In molti comuni della regione se siei nero è impossibile vivere, grazie a delibere comunali razziste, come se non bastasse la legge criminale, denominata Bossi-Fini. Quando, qualcuno ha obiettato che la ‘ndrangheta si stava mangiando la Lomabardia e che vi si riproducevano fenomeni, come l’omertà, la paura di parlare per strada di certi argomenti, la Moratti rispondeva, sprezzante, che quella non era la vera Milano. Formigoni non ha mai espresso un giudizio di merito su queste questione. In gennaio, il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha sostenuto, che la mafia al nord non esiste. Frasi avventate, è stato frainteso, si dirà. Forse, il prefetto, era troppo impegnato a dare il suo contributo alla lotta al kebab in centro oppure a quei covi di clandestini che sono diventati parchi e panchine pubbliche.

Omertà.

L’omertà, in alcuni paesi della cinta milanese è diventata, uno stile di vita, proprio come in alcune zone della Calabria. Nessuno parla, nessuna denuncia. In Calabria, in realtà, ci sono state persone che hanno deciso di denunciare i propri aguzzini, spesso hanno pagato con la vita, spesso hanno dovuto cambiare aria o sono stati uccisi dalla ‘ndrangheta e da uno Stato che non li ha aiutati.

A Milano, come nella maggior parte della Lombardia, è facilissimo trovare qualcuno pronta a dire che i cinesi puzzano, che copiano il made in Italy e che distruggono l’economia italiana. Sui neri, tante persone sono disposte a dire che devono tornare a casa loro o che, ovviamente, anche loro puzzano. Saranno sprezzanti nel dare questi giudizi. Sarà più difficile trovare qualcuno che parli male o anche solamente che parli degli affari delle cosche e dei mafiosi radicati nel loro quartiere o paese. Certo è più facile prendersela con uno che non ha niente piuttosto che con chi è ricco ed armato. Il coraggio viene meno.

Tante volte si sono espressi giudizi duri sui calabresi, su una società civile deteriorata o inesistente, ma i lombardi che votano Lega Nord, non si rendono conto di quale sia  il loro problema? I piccoli e medi imprenditori, non capiscono che la vera concorrenza sleale la fanno i mafiosi?

Inoltre, si pensa sempre al Sud, come un luogo altro, dove la sanità è in mano a politici e mafiosi senza scrupoli, dove c’è un massiccio voto di scambio. Ora nessuno potrà dire di non sapere che succede la stessa cosa in Lombardia. Dalla clinica Santa Rita, dove si operava la gente per fare soldi all’ ASL di Pavia di cui è stato arrestato il direttore generale, proprio per reati di mafia.

Pacchetti di voti.

Si è letto sui giornali e sentito in televisione, che, pare, ci siano, in Lombardia, circa 500 affiliati. Non è una piccola cifra e preoccupa soprattutto per il fatto che, accanto agli affiliati, non si conosce il numero dei fiancheggiatori esterni, di quelli che agivano per conto delle cosche o in sinergia con esse, tra cui sicuramente molti colletti bianchi, politici ed imprenditori del ricco nord idustrializzato, locomotiva del paese.

Abbiamo solo alcuni esempi. Uno di essi è il direttore generale dell’ ASL di Pavia, Carlo Antonio Chiriaco che sembra essere un personaggio importante al servizio delle cosche. E’ una persona in grado di far confluire voti su un candidato, piuttosto che su un altro. Dalle indagini emerge che i voti venivano convogliati, su esponenti del PDL. Ad esempio, Chiriaco chiedeva di far votare Abelli, un altro pdiellino, il ras politico di Pavia. Se così fosse, Abelli, sarebbe in buona compagnia, c’è più di un consigliere regionale implicato nelle indagini. Secondo il gip del tribunale di Milano, Giuseppe Gennari, ad esempio, Massimo Ponzoni, consigliere regionale del PDL ed ex assessore regionale all’ambiente è “parte del capitale sociale dell’organizzazione”. Anche il mondo dell’impresa non rimane fuori: l’ imprenditore edile Perego, ad esempio, era, anche lui, organico alle cosche, in particolare aveva rapporto con gli Strangio. Di fatto la sua ditta, doveva essere il cavallo di Troia per entrare negli appalti dell’expo 2015, ma ricordiamo che la mafia a Milano non esiste. Leggiamo sul quotidiano on line “Nuova Cosenza” (http://www.nuovacosenza.com):  ‘Il 19 luglio 2010, emerge il nome di Angelo Giammario, consigliere regionale del Pdl e sottosegretario della Regione Lombardia, nell’informativa del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Monza, redatta nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Milano, che nei giorni scorsi ha portato a un maxi blitz con circa 300 arresti in tutta Italia. Nell’informativa viene riportata una telefonata tra Carlo Antonio Chiriaco, direttore della Asl di Pavia, e Cosimo Barranca, boss del ‘locale’ della ‘Ndrangheta di Milano, entrambi arrestati, nella quale si fa riferimento ”a denaro che per il tramite” di un avvocato, sarebbe dovuto “giungere a Giammario per finanziarsi la campagna elettorale 2010″.’

Anche la Lega Nord non è immune dal contagio mafioso: il Brad Pitt padano, come ama definirsi, Angelo Ciocca è stato fotografato dai carabinieri, mentre parla con il boss Pino Neri, capo de La Lombardia che è il nome che viene dato all’insieme delle cosche che operano nella regione. Pare che, Ciocca, promettesse a Neri di poter spingere un candidato all’interno del suo partito. Silenzio dai vertici dei razzisti verdi. Per restare, in casa PDL, veniamo anche a sapere che Giovanni Zumbo, di professione commercialista, è una talpa della ‘ndrangheta all’interno delle istituzioni. Zumbo, conosce le inchieste, addirittura conosce il numero degli arrestati dell’operazione giudiziaria ed avverte i boss. Questo commercialista è uomo di fiducia di Alberto Sarra. Il sottosegretario nella giunta regionale di Scopelliti però, sminuisce. Non può smentire, il fatto che sempre Zumbo era il suo segretario particolare quando, all’epoca della giunta (sempre di centro destra) guidata da Giuseppe Chiaravaloti, Sarra era assessore al personale. Alle collusione mafiose dei politici si è cercato di porre rimedio in vari modi, ma sembra un’impresa veramente ardua. La maggioranza di centro destra al comune di Milano, governato dalla sindaca Moratti e dal suo vice sindaco sceriffo De Corato, preso atto di questa difficoltà, ha deciso il 20 luglio 2010, di votare contro alla creazione di una commissione antimafia interna al comune. Come si dice? Chi non fa, non falla.

Informazione/i.

Dicevamo che abbiamo ufficialità del fatto che la ‘ndrangheta agisce ed investe al nord ed è in gradi di decidere gli equilibri politici nella regione. Avvicina, compra e fa eleggere i politici della Lega Nord e del PDL.

L’altra conferma è, che ogni decisione dev’essere presa informando le cosche, consorziate, della provincia di Reggio Calabria, che hanno il predominio. Queste cose si sanno già da qualche anno: c’è stata la relazione della commissione antimafia, guidata da Forgione, durante l’ultimo governo Prodi, ci sono pagine e pagine fondamentali scritte da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso (vedi Fratelli di Sangue) o il libro di Laudati e Veltri, Mafia Pulita, che racconta di come le mafie si muovano nell’economia globalizzata, tra appalti, cocaina, ed emergenze varie. E’ noto da anni che il comune di Buccinasco viene chiamato la Platì del nord  e non solo per il numero di emigrati, arrivati nel comune del milanese, ma per la concentrazione mafiosa.

Le grandi firme del giornalismo antimafia nostrano pubblicano articoloni scrivendo che esiste una società minore ed una maggiore di ‘ndranghetisti. Anche i non addetti ai lavori, potevano saperlo almeno dal 2008, quando è uscito Fratelli di sangue di Nicaso e Gratteri. Leggiamo a pagina 8, dell’edizione del gennaio 2009, per Mondadori:

“Per limitare i cruenti conflitti interni e per migliorare sensibilmente la gestione dell’elevato volume di affari in mano alla  ‘ndrangheta, sono stati creati tre mandamenti: quello ionico, da Monasterace a Condufuri; quello centrale, da San Lorenzo a Bagnara; e quello tirrenico, o della Piana, da  Seminara al confine con la provincia di Vibo Valentia. Alcune intercettazioni ambientali hanno confermato, oltre ai nuovi assetti organizzativi, anche l’esistenza di una commissione denominata  <la Provincia>, con funzioni di garanzia, soprattutto tese a evitare o a comporre situazioni di conflittualità tra i vari clan.”.

In tv, continuiamo a sentire belle interviste, dell’ esperto di turno, che, cade nel tranello, tanto caro al nostro giornalismo, del Capo dei capi. Siamo rimasti traumatizzati da Totò Riina. Apprendiamo dalla stampa nazionale (i giornali locali, invece, conoscono sicuramente meglio l’argomento) che la ‘ndrangheta ha cambiato strutture e che adesso c’è un capo supremo, tale Domenico Oppedisano. In realtà, Oppedisano, è a capo di un organismo interno all’organizzazione che è la Provincia, appunto. Essa assomiglia, anche, ad una sorta di consiglio di amministrazione della ‘ndrangheta ed ogni anno viene eletto un presidente a rotazione o se preferiamo, per venire incontro ad alcuni analfabeti con il tesserino da giornalisti, viene eletto il capo dei capi. L’organizzazione criminale calabrese sembra organizzata come un’azienda, con gli azionisti che eleggono un amministratore. Ci sono dei locali che hanno maggiore potere di altri, esattamente come funziona in una società per azioni. Chi ha più azioni, ha maggiore potere decisionale. C’è una grande autonomia organizzativa negli affari e soprattutto, famiglie nemiche, si mettono d’accordo nel momento in cui arriva un appalto sul territorio o un qualsiasi altro affare lucroso. Per i soldi, l’onore può aspettare. Prima di tutto i soldi. I narcos colombiani dicevano por la plata lo que sea.

Come scrive Giuseppe Baldassarro, su Il Quotidiano della Calabria del 14 luglio 2010, autonomia non significa “non dare conto”. Quindi, le ‘ndrine, rendono conto ad un’entità superiore che, però, è composta da loro stessi. Lo dimostrano anche gli ultimi arresti, tra cui quelli di Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri che avevano fatto nascere una “supercosca”, così l’hanno chiamata i giornalisti, che consisteva in un altro passo verso l’imprenditorialità. Tra le nuove regole, ad esempio, l’obbligo per gli affiliati di pagare tutto quello che compravano nei negozi, dai vestiti, alle macchine, ai pranzi al ristorante. Bisognava essere, però, inflessibili sui pagamenti del pizzo, non ci dovevano essere sconti o pagamenti, diciamo, in natura. Solo soldi.

In realtà, la semplicazione giornalistica è quella a cui assistiamo costantemente per non fare andare in difficoltà quello che in molti giornalisti, soprattutto televisivi, considerano “popolo bue”. Ovviamente, se non s’informa correttamente, il popolo non potrà far altro che ignorare, tanti aspetti di questa ennesima inchiesta sull’organizzazione criminale più potente del mondo.

Criminalità e massoneria.

In Italia è il momento del revival della P2, la loggia massonica che aveva radici in tutti gli apparati dello Stato e, spesso, li controllava in maniera esclusiva. In questa afosa estate del 2010, viene fuori di nuovo, prepotente, una nuova loggia ‘deviata’ che i giornali,  hanno chiamato da subito P3. Pare ne facciano parte politici, imprenditori, faccendieri vari ed addirittura anche Silvio Berlsuconi, già tesserato nella P2 di Licio Gelli e che lo scopo. Nell’ inchiesta denominata “Il Crimine” che a portato in galera trecento tra ‘ndranghetisti, imprenditori e politici, c’è anche più di un massone. Quello più in vista è Pino Neri che pare fosse il capo de La Lombardia, cioè l’organizzazione ‘ndranghetistica della regione governata dal centrodestra dal 1993. Neri è succeduto a Carmelo Novella, ucciso perché voleva rendersi autonomo dalla ‘mamma calabrese’. L’ordine a cui appartiene il boss, secondo quanto dice lui stesso, è “l’ordine dei cavalieri di Cipro, detto della Spada e del Silenzio”. Da alcune intercettazioni si  scopre che anche un altro affiliato di rilievo è un pezzo grosso della massoneria: Rocco Coluccio. Non è che si vuole intavolare un processo alla massoneria, ma è lecito chiedersi se questa associazione, con aderenti segreti, è solo “un modo per stare insieme”, per darsi un aiuto reciproco, senza complotti e favoritismi oppure è il luogo non fisico dove, spesso, s’intrecciano affari non sempre puliti e dove si decidono appalti, processi e nomine, come mai la ‘ndrangheta ne fa parte? Come mai, alla fine della seconda guerra di ‘ndrangheta (1991, circa 700 morti), venne reso possibile ciò che prima era proibito agli uomini delle ‘ndrine, cioè entrare nella massoneria? Uno dei vantaggi che da far parte della società superiore e della Santa è poter diventare massone. Sarà solo una questione di prestigio all’interno della propria comunità?

Chiesa e ‘ndrangheta.

Guido Palange autore del libro, La regina dei tre seni, Rubettino editore, scrive, in una breve biografia di Massaro Peppe, al secolo Giuseppe Delfino, carabiniere regio, nemico dei mafiosi: “…in occasione d’ un appuntamento irrinunciabile per gli aspromontani quale era la festa della Madonna di Polsi, concedeva ai malviventi la tregua di un giorno, e magari lui stesso si metteva a ballare la rituale tarantella gomito a gomito con questo o quel ricercato…”.

Apprendiamo da queste brevi righe che già all’inizio del ’900, la festa per la Madonna di Polsi era un evento a cui partecipavano mafiosi e non mafiosi, visto che questo evento religioso è molto sentito in tutta la Calabria.

Mi vorrei soffermare sul fatto che, però, già da allora gli ‘ndranghetisti partecipavano ai rituali e via negli anni, hanno preso il controllo della festa. Com’è successo per l’ affruntata di Sant’ Onofrio, sospesa quest’anno per non dare spazio, visibilità e prestigio alle ‘ndrine locali. Il rapporto con la religione degli ‘ndranghetisti è molto forte. Infatti, nel rituale di affiliazione per entrare nella ‘ndrangheta, viene bruciato un santino nella mano del nuovo adepto. Le festività religiose vengono usate, non solo dalla ‘ndrangheta, come momenti per accrescere il prestigio all’interno della propria comunità, magari donando grosse somme di denaro che finiscono nella parrocchia.

Le immagini degli ‘ndranghetisti che si riuniscono al santuario di Polsi, nel comune di San Luca (ecco perché viene chiamato mamma della ‘ndrangheta) hanno fatto il giro del mondo. Le gerarchie ecclesiastiche tollerano da anni che queste assemblee si tengano nei giorno dei festeggiamenti. In un’ intercettazione telefonica si sente Oppedisano che dice a Domenico Gangemi (uomo d’onore residente a Genova) che c’è la riunione a Polsi e che bisogna andarci. Il vescovo di Locri-Gerace, Giuseppe Fiorini Morosini, ha scritto una lettera agli uomini delle ‘ndrine, chiedendogli, che senso abbia andare a Polsi ad incontrarsi e cosa c’entrano loro con la religione. In alcune dichiarazione precendenti invitava “…a non chiudere gli occhi sulla tradizione religiosa di Polsi che affonda in secoli lontani.”. Sicuramente è così, ma gli occhi mi pare che li abbiano chiusi tutti i vescovi e molti dei preti che hanno prestato servizio in queste zone. Anche dopo la strage di Duisburg, non si è riusciti ad avere una condanna unanime, sottolineo unanime, della strage e della ‘ndrangheta. Sarebbe interessante sapere, con chiarezza, quale ruolo svolge l’istituzione ecclesiastica calabrese nella lotta alle mafie, perché ancora non si è capita. Al di là dei proclami e delle pochissime persone che hanno provato a cambiare lo stato delle cose (gente prontamente trasferita in altra sede), la Chiesa calabrese non riesce ancora  a staccarsi dal suo ancestrale legame con la ‘ndrangheta che, ha portato, spesso sacerdoti ad abbracciare un’altra religione, cioè quella delle cosche. Un altro elemento da ricordare, a proposito di religione, è che la ‘ndrangheta fonda il suo potere e la sua coesione sul denaro, ma anche sui rituali. Ci sono i giovani avvocati, figli di boss che parlano tre lingue, che concludono affare in Messico, Spagna, Russia che parlano di project financing, di general contractors, ma quello che tiene unite le cosche è il sentimento comune di appartenenza che si può creare solo attraverso i riti ed ad un proprio orizzonte culturale, con miti, eroi, santi e madonne, visto che siamo pur sempre nella cattolicissima terra di Calabria da dove nasce e si propaga questa malapianta.

Claudio Metallo

Un uomo da bruciare

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Wednesday 9 June 2010 at 3:33 pm

“Ancilu era e nun avìa l’ali,
santu nun era e miraculi facìa
‘ncelu acchianava senza cordi e scali
e senza appidamenti nni scinìa,
era l’amuri lu so’ capitali
e sta ricchezza a tutti la spartìa
Turiddu Carnivali nnuminatu
E comu Cristu murìu ammazzatu”.

tratto da Lamentu pi la morti di Turiddu Carnevali
di Ignazio Buttitta

Un uomo da bruciare  è un film straordinario scritto e diretto da Valentino Orsini e Paolo e Vittorio Taviani nel 1962.
La storia che vi si narra è liberamente ispirata alla vita di Salvatore ‘Turiddu’ Carnevale (interpretato da Gian Maria Volontè), sindacalista siciliano, ucciso il 16 maggio del 1955 da mano mafiosa su ordine dei latifondisti di Sciara, in provincia di Palermo. La storia di Turiddu Carnevale è emblematica di un passaggio, importante, della storia del nostro paese e del Meridione: Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre, sintetizza così il concetto: «l’uccisione di Carnevale segnò simbolicamente il passaggio della mafia dalle campagne alla città. Dal feudo alle cave, dalla lotta per la terra alla difesa dei diritti sindacali, fu un processo continuo di emancipazione fondata sull’organizzazione moderna degli sfruttati. Carnevale fu ucciso mentre si recava nella cava dove aveva iniziato una dura lotta sindacale per il rispetto delle otto ore giornaliere di lavoro».
Nel film di Orsini e dei fratelli Taviani, si racconta anche questo passaggio, con coraggio, in un periodo dove non esisteva neppure il reato di associazione mafiosa. I mandanti dell’omicidio Carnevale, non furono mai scoperti ed il processo si concluse con tre assoluzioni. Tra i difensori dei tre accusati c’era il futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone.
I giornali del continente trattarono questo omicidio con sufficienza, cercando di denigrare la figura di Carnevale. Il giornale padronale per eccellenza, Il Corriere della Sera, dedica un trafiletto alla vicenda, non sentendo il bisogno di approfondire queste storie di terroni.
In Sicilia, c’erano voluti parecchi morti per sollecitare gli abitanti dell’ isola a votare per la Democrazia Cristiana e non per socialisti e comunisti. Ci ricorda Umberto Ursetta nella presentazione del suo libro Salvatore Carnevale. La mafia uccise un angelo senza ali, che “Nel giro di pochi anni, dal 1944 al 1948, sono quarantuno le persone assassinate e centinaia quelle ferite. L’episodio più eclatante della strategia terroristica della mafia è la strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio del 1947 in occasione della festa del lavoro.”
Il Fronte popolare (Partito Socialista e Partito Comunista) vinse le elezioni dell’ Assemblea Regionale Siciliana, tenutesi il 20 aprile 1947. Il 18 aprile del 1948, alle elezioni politiche, la DC ottene uno straordinario consenso in Sicilia e vinse anche le elezioni nazionali. Nei primi dieci giorni di marzo dello stesso anno vengono uccisi Epifanio Li Puma e Placido Rizzotto due dirigenti sindacali molto in vista, riconosciuti come leader popolari. Scrive così Umberto Ursetta sempre nella presentazione del suo libro: “La mattanza consumatasi nella seconda metà degli anni quaranta non aveva avuto come teatro solo la Sicilia, le masse lavoratrici dell’intero Meridione erano state colpite da un’ondata di brutale violenza. In tutte le regioni furono in molti a cadere sotto il piombo della mafia e delle forze di polizia. Lo scontro sociale in quegli anni si manifestò in forme molto aspre. Gli interessi padronali furono difesi con particolare durezza e si può tranquillamente dire, senza tema di sbagliare, che ci fu una pianificazione nella repressione delle lotte dei braccianti e dei contadini nelle campagne e nei centri urbani agricoli. Solo così si spiega l’elevato numero di caduti che si ebbe in quegli anni.”
L’omicidio di Carnevale matura in un contesto pacificato, in una situazione in cui c’erano ancora molti diritti da conquistare, ma bisognava già iniziare a difendere quelli appena conquistati.
Quest’anno ricorrono anche altri due anniversari importanti: uno di Giuseppe Valarioti, segretario del Partito Comunista di Rosarno, assassinato l’11 giugno del 1980  e l’altro di Giannino Lo Sardo, segretario capo della procura di Paola (CS) ed esponente comunista di Cetraro, ucciso il 21 giugno dello stesso anno. Tutti e due gli omicidi hanno a che fare con la ‘ndrangheta, ma in tutti e due i casi i moventi non sono stati provati al di sopra ogni ragionevole dubbio, soprattutto per quanto riguarda il delitto Lo Sardo i punti oscuri rimangono moltissimi.

Claudio Metallo


Mentre vietate il kebab, la `ndrangheta si sta mangiando la `Padania`

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Wednesday 26 May 2010 at 5:28 pm
Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra. Ma anche norme ridicole – come quelle sulle panchine – o assurdamente razziste. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori – sono i venditori di cibo etnico.

Mentre vietate il kebab, la `ndrangheta si sta mangiando la `Padania`

Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.

Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.

A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. “Si ammazzano tra loro?”.

Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli,  a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della “Padania”. Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.

Se sei nero cambia tutto

La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.

Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro – Buccinasco – viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.

Ad Adro (Brescia), c`è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il “White Christmas” di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

La mafia non esiste

Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto “Ombre nella nebbia”, Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero.

Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un “mercato a cielo aperto” con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della “Padania”, la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi).

Le “profezie” sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai “grandi eventi”. Le cosiddette “infiltrazioni” mafiose nei cantieri TAV del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.

Leggi criminogene

E’ facile diventare “clandestino” al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.

La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può; adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.

La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli.

Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.

di Claudio Metallo e Antonello Mangano

pubblicato su terrelibere.org

(http://www.terrelibere.it/terrediconfine/mentre-vietate-il-kebab-la-ndrangheta-si-sta-mangiando-la-padania)

e da Il Manifesto

(http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/04/articolo/2575/)


Nord Italia, 'ndrangheta e migranti

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Friday 19 March 2010 at 4:58 pm

Letizia Moratti ha chiesto, al ministro Maroni, un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti anche senza mandato, per individuare i clandestini.
Ormai siamo ritornati al nazifascismo ed alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. La Moratti, come il ministro Maroni ed il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che ormai sono entrate in appalti e forniture pubbliche, che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Anzi, a chi si permette di ricordarlo, la sindaca risponde che la mafia non esiste al nord. Men che meno adesso che ci sono le elezioni regionali. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle regioni del nord. E’ chiaro che al sud, il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste, neanche al nord. Sperando che ci sia una certa attenzione da parte dei partiti e dei magistrati.

Omicidi di mafia in Lombardia.

A Legnano, roccaforte della Lega Nord, qualche anno fa è stato ucciso Cataldo Aloiso genero di Giuseppe Farao, della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso, a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina. Erano legati a questo tizio due altri morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta legati al clan Filippelli,  alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio, il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dov’è sepolto tale Novella esponente dei Guardavalle, clan catanzarese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’ aspromonte o sulle coste tirreniche della Calabria, ma tra la provincia di Bergamo e quella di Milano.  Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in prefettura e nemmeno decreti legge d’urgenza.

Se sei nero cambia tutto.

La commissione antimafia, presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (anni 2006/2008) è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia ed ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione antimafia, deve ancora battere un colpo per capire se c’è vita.
Secondo la commissione con presidente Forgione, in Lombardia operano, con tutta probabilità, i De Stefano i Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Guardavalle, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica. Alcune di queste ‘ndrine, fanno riferimento alla loro cosca che sta in Calabria. Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro si chiama Buccinasco e viene chiamata la Platì del Nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio  Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 ed il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca.
Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.
Ho letto su articolo di Antonello Mangano, pubblicato su terre libere che ad Adro (Brescia) c’è una taglia di 500 euro che verrà versata ad ogni vigile che catturerà un clandestino. I vigili bresciani si chiamano, magari, più Giorgio Zampetti  che Butch Cassedy, ma comunque, il comune i soldini li ha trovati, alla faccia degli sprechi.
A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, si è puntato, sulle stramaledette panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, la città dei fiori, devi avere tra gli 0 ed i 12 anni oppure più di sessanta. Quindi tua madre o tuo padre non ti possono portare al parco, potrebbe farlo tuo nonno se riesce a spingere il passeggino. Potrei andare avanti a raccontare queste meravigliose soluzione antimafia, come ad esempio il White Christmas di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. E’ vero che i cattolici nel periodo natalazio hanno una marcia un più! Preferisco fermarmi qui e  pensare che adesso i migranti dopo un anno di lavoro al nord, potranno finalmente, venire al sud che è tutto un esplodere di odori primaverili. Certo le cosche ci sono e sono pure più violente verso i migranti, però hai il lavoro assicurato, magari a raccogliere arance nella piana di Gioia Tauro, magari potrebbero ritornare  proprio a Rosarno.


Razzismo di Calabria

Posted under Articoli,Audio News e Racconti,Local news by Kioshi on Friday 8 January 2010 at 3:07 pm

Come volevasi dimostrare! Altro che rivolta di popolo e comitati spontanei:

A Rosarno è stato arrestato Antonio Bellocco, 29 anni. Considerato tra i fomentatori della rivolta di ieri.

E’ nipote del capo della ponte famiglia mafiosa dei Bellocco, affiliati con i Pesce.

Rosarno 7 gennaio 2010:
“Quello che sta succedendo è intollerabile e la cittadinanza non lo accetta più…Non possiamo accettare che queste persone devastino il nostro paese suscitando una situazione di paura tra gli abitanti”!
Questo grido di battaglia arriva, oggi, da un rosarnese. Finalmente la cittadinanza si vuole ribellare allo strapotere delle ‘ndrine Pesce e Bellocco? Quei mafiosi che strozzano le persone e gli imprenditori onesti(se ci sono), che muovono enormi capitali lasciando le loro terra d’origine nell’indigenza e sommersa di rifiuti nocivi, interrati nei luoghi dove i loro stessi nipoti e figli vivono e crescono? Purtroppo quello che “la cittadinanza non lo accetta più” sono i migranti, che vanno bene quando si devono raccogliere le arance a 20 euro al giorno, lavorando per 12 ore. Vanno un pò meno bene se dopo l’ennesimo episodio di violenza vigliacca contro due ragazzi, queste persone si rivoltano ed organizzano un riot in paese per protestare. Molti rosarnesi (come moltissimi calabresi), sono persone pacifiche che non amano la protesta. Avete mai visto un riot nella piana di Gioia Tauro dopo un omicidio di ‘ndrangheta? O dopo il ferimento di un italiano?
La frase citata, è stata pronunciata dall’ ex-assessore alla protezione civile, Domenico Ventre. Ex-assessore non perché si è dimesso in un moto d’orgoglio, ma perché la giunta di cui faceva parte è stata sciolta perché pesantemente infiltrata dalla ‘ndrangheta.
Per ritornare ai fatti: la sera del 7 gennaio vengono feriti due raccoglitori di arance con una carabina ad aria compressa. Gli agguati avvengono in due luoghi diversi. Questo fatto può fare balenare in mente che ci sia stata premeditazione. Inoltre bisogna ricordare sia il ferimento di un migrante lo scorso anno, sempre a Rosarno e poi l’incendio doloso all’ ex cartiera dove molti migranti dormivano nel periodo della raccolta degli agrumi. E’ sempre bene ricordare che la cartiera di Rosarno è stata tirata su con i soldi della legge 488, che poi sono stati abilmente rubati da un imprenditore del nord che non ha neanche aperto l’attività. La perdita della ‘casa’ ha fatto spostare i migranti nei sylos abbandonati che erano stati costruiti per contenere l’olio che imprenditori del nord avrebbero prodotto in Calabria. Anche in questo caso i soldi sono spariti prima che iniziasse l’attività, alla faccia di Bossi, Maroni, Castelli e Calderoli.
A proposito di questi paladini della legalità:  La mattina dell’8 gennaio, il ministro degli interni, Roberto Maroni, telefona alla trasmissione Mattino 5, (su Canale 5, la televisione del capo) e dice che a Rosarno c’è “una situazione difficile, così come in altre realtà”, determinata dal fatto che “in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, una immigrazione clandestina che da un lato ha alimentato la criminalità e dall’altro ha generato situazioni di forte degrado”. E’ inutile ritornare sul fatto che in quella zona ci sono i Pesce – Bellocco, una delle cosche più potenti del mondo, il Piromalli – Molè, I Mancuso e così dicendo. Quindi solo un idiota o una persona che è in campagna elettorale può dire che gli immigrati portano degrado e criminalità, in una situazione del genere. Tra l’altro, uno dei ragazzi feriti il 7, è un rifugiato politico, quindi ha un permesso di soggiorno, ma per tre voti in più, si possono dire delle stupidaggini.
Come al solito la Lega parla agli istinti più bassi delle persone che ci cascano immediatamente: a Rosarno si è formato un comitato ‘spontaneo’ (non è che ci sono le regionali e qualcuno vuole sfruttare la situazione, figuriamoci!) contro i migranti. Ricordiamo che, Rosarno, è il paese di Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista Italiano che fu assassinato in un agguato mafioso l’11 giugno 1980, dopo una conviviale riunione di partito. A parte la sindacatura di Giuseppe Lavorato, eletto nel ’94, movimenti di popolo non è che se ne vedano spesso. Ci pensa il razzismo a riportare in auge la voglia di aggregarsi. Nel tg regionale della Calabria s’è data voce ad un aderente al comitato che diceva di aver paura per i suoi bambini. Un’affermazione che è ridicola in una zona dove c’è, di media, una sparatoria al giorno. Siamo sotto elezione, il razzismo in questo paese è un’ideologia aggregante. Come volevasi dimostrare le frasi di circostanza di alcune persone come ad esempio:”Noi siamo razzisti!” si sono rivelate per quello che sono: bugie. In serata (8 gennaio) sono stati gambizzati due migranti ed altri due sono stati pestati con spranghe e bastoni, in puro stile fascista. Inoltre Rosarno è completamente inavvicinabile, per chi viene da fuori.
L’unico sentimento che si riesci a provare è il disprezzo per le persone che hanno compiuto questi atti e la vergogna che si siano verificati nella nostra.


"Io ti salverò" – l'esempio dei migranti di Rosarno

Posted under Local news by Kioshi on Tuesday 19 May 2009 at 9:27 pm

Gli africani salveranno Rosarno (e, probabilmente, anche l`Italia) a cura di Antonello Mangano, è uno straordinario libro che narra le vicende dei migranti di Rosarno e l’ambiente che vivono. Un ambiente difficile, uno dei territori più ferito dalla ‘ndrangheta e dalle sue logiche.
Quando ci siamo incontrati, Antonello mi ha descritto, con una frase, questo lavoro in 104 pagine: “E’ un libro politico, è un grido di protesta, è una ricognizione.”
Mangano mi spiega che il titolo del libro, per lui, non è provocatorio e prende spunto dall’ultimo atto di violenza compiuto a Rosarno da italiani contro i migranti. Il 12 dicembre del 2008 (lo stesso giorno della strage fascista di piazza Fontana) vengono sparati vari colpi di pistola contro degli africani, uno di essi viene ferito e finisce in ospedale. Una rapina. Se fosse stato ferito un tabaccaio di Cernusco Lombardone, durante un furto, ne avremmo sentito parlare fino alla prossima era glaciale!
Molti migranti vengono da Castel Volturno e dal casertano, dove raccolgono i pomodori o fanno altri lavori ed arrivano a Rosarno per la raccolta degli agrumi tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre.
Hanno già visto, in Campania, sei persone morte ammazzate solo a settembre, cui seguì una rivolta. Sei ragazzi uccisi da un gruppo di camorristi strafatti di coca, con l’ordine di far andare via i neri da Castel Volturno, visto che si sono riaperti i giochi di cementificazione nella zona del famoso Villaggio Coppola.
Con ancora negli occhi quei sei cadaveri, gli africani di Rosarno, danno vita ad una forte protesta (o meglio un riot) antimafia come non se ne vedevano da anni in queste zone. Scendono in strada, protestano, ribaltano i cassonetti. Più o meno in contemporanea si forma una fila di gente davanti al commissariato che vuole collaborare alle indagini. La protesta contro la ‘ndrangheta arriva per le strade senza paura, esasperata e cade anche il muro dell’omertà. Per tutta risposta vengono arrestati i presunti colpevoli, ma alcuni migranti rischiano di essere espulsi perché non in regola con i documenti. La solita ottusa imbecillità burocratica di zelanti funzionari di stato.
Questa premessa spiega il perché del titolo del libro: “il gesto di ribellione degli africani può essere un simbolo di salvezza per tutti coloro che vivono non solo a Rosarno, ma in tutte le aree oppresse dalla mafia ed in generale da forme di dominio basate sulla violenza.” dice Mangano.
La Calabria ha avuto e ha possibilità di combattere la mafia e vincere (anche se sono termini da ministro della guerra) sia con l’aiuto dei migranti, ma anche aiutandosi e prendendo coraggio.
Questo uno degli spunti importanti che dà Gli africani salveranno Rosarno: non c’è un compiacimento nella rassegnazione a vivere un territorio dov’ è rischioso anche solo mettersi troppo in mostra.
Il messaggio è, anche, che la ‘ndrangheta non è così totalizzante e che ci sono degli spazi in cui inserirsi ed attaccare il suo potere.
Certo, la situazione non è rosea: “Ho frequentato per una decina di anni il vibonese, e mai ho sentito nominare i Mancuso*, che invece sono celeberrimi nelle cronache nere e nei rapporti giudiziari di mezzo mondo. Solamente, ho colto di rado qualche riferimento realmente grottesco, del tipo “quelli lì”, la “famiglia” o addirittura la “Banda Bassotti”. Pur se pronunciato nella sicurezza della propria abitazione, tra quattro mura, ogni riferimento alla mafia avveniva sempre a bassa voce…I clan non hanno solo il controllo militare del territorio: hanno conquistato pure le anime, terrorizzato le menti. Ecco perché la rivolta di Rosarno mi è sembrata così importante!
E’ un segnale che dice: tutti insieme la paura scompare; da ora in poi saranno loro a doversi preoccupare, a doversi nascondere.”
E’ probabile che questo idea non sia stata colta da tutti gli abitanti della piana di Gioia Tauro.

- Dove sono le istituzioni?

Nella zona dove vivono i migranti (molti nella cosiddetta cartiera), la Regione Calabria ha messo a disposizione dei bagni, qualche doccia (con acqua fredda) e Medici Senza Frontiere ha fatto qualche vaccinazione. Sembra assurdo, ma anche questi piccoli interventi hanno in minima parte contribuito a migliorare una situazione da crisi umanitaria. Loiero ha consigliato ad ogni calabrese di passare per la cartiera. Non è una cattiva idea, ma dopo quattro anni di governo, ha il sapore di una pessima battuta che lascia l’amaro in bocca. Mentre qualcosa nel centrosinistra si muoveva (giusto il tempo di un tg regionale), alcuni sindaci ed amministratori di centrodestra, che governavano la piana, erano stati arrestati, accusati di vari reati, tra cui concorso esterno in associazione mafiosa.
Quando una macchina delle suore è stata bruciata nella stessa zona, si è scelto, però, di parlare genericamente di ‘inciviltà’. I migranti, invece, non si vogliono rassegnare a questo Sud che attraversano da comparse da Castel Volturno a Rosarno, mentre noi del posto siamo come assuefatti dalla violenza e dalla prevaricazione.
Non possiamo neanche dimenticare che solo qualche mese fa il ministro degli interni Maroni ha detto, con la sua solita arroganza, che bisogna essere cattivi con i clandestini. Sinceramente, è triste ed ingiusto pronunciare e solo pensare una frase del genere, soprattutto avendo negli occhi la coraggiosa rivolta di settembre in Campania e di dicembre in Calabria. E’ un modo di esprimersi da nazifascista, inutile girarci intorno.
Tra luglio ed ottobre sono stato a Castel Volturno, Caserta e Napoli a girare un documentario (titolo provvisorio: Rifiutati) sui migranti in Campania. Questo nuovo lavoro mi ha dato la possibilità di conoscere la situazione campana e, indirettamente, anche quella di Rosarno. Per quello che ho visto e sentendo le testimonianze delle persone con cui ho parlato, posso dire che se non ci fossero centri sociali ed associazione organizzate dal basso (come l’ Osservatorio Migranti di Rosarno) molti migranti sarebbero completamente abbandonati a sé stessi, frastornati da una società che non conoscono.
Vedendo il migliaio di persone che arriva a Caserta due volte a settimana, al centro sociale autogestito Ex Canapificio, per avere consulenza legale, sui permessi di soggiorno o su questioni legate al lavoro, ho provato un forte disagio. Lì c’erano un sacco di ragazzi italiani e stranieri, chiaramente anche avvocati, che davano un aiuto, gratuito, ad altre persone che spesso parlano solo inglese o francese (altro segno d’isolamento).
Tutto questo lavoro è completamente autorganizzato ed autogestito. L’avanguardia della tanto sbandierata integrazione è in mano a gruppi di ragazze/i spesso comunisti (ma non ravanelli: rossi fuori e bianchi dentro), spesso anarchici.
Vorrei sottolineare che il significato della parola  ‘integrazione’  non vuol dire  che uno nero deve diventare bianco.

- Politiche d’integrazione.

Tra le politiche sull’immigrazione vanno segnalate le esperienze di Caulonia, Stignano e Riace. Comuni che hanno deciso di accogliere i richiedenti asilo riempendo i centri storici, abbandonati dai vecchi residenti e non facendo chiudere asili e scuole, minacciati dai tagli targati Tremonti/Gelmini. Nei giorni della crisi di Lampedusa (mai finita) il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, si era offerto per accogliere ben 200 persone. In molti criticano questa politica perché si dice sia un modo per portare soldi e gente in paesi morti. Secondo me, non è solo questo a muovere gli amministratori locali. Comunque, bisogna riconoscere che questa è una politica sull’immigrazione e non farfugliare, ringhiare e sbavare di chiudere le frontiere (ricordate quando il mite Gasparri diceva ad inizio legislatura “La festa è finita!”?). Questa non è politica dell’immigrazione, questa è una malattia e si chiama rabbia,  è infettiva e colpisce gli animali a sangue caldo e può essere trasmessa all’uomo. L’animale ‘serbatoio’ è solitamente il pipistrello, mentre l’infezione umana è mediata solitamente da cani o dalle volpi. Il pipistrello è l’animale noto nella tradizione per la caratteristica di succhiare il sangue, il cane è noto per la fedeltà al padrone e la volpe è nota per la sua scaltrezza, la stessa che alcuni politici credono di avere, sfruttando e fomentando il razzismo degli italiani per un piatto di lenticchie.
Tra parentesi: qualcuno vuol dire ai lobotomizzati calabresi, che si sono candidati con la Lega Nord, che è un partito di razzisti e ce l’ha pure con i meridionali? Capisco la crisi, però a ‘sto punto è meglio rubare!
Per tornare a Mimmo Lucano: il sindaco di Riace è, da poco, stato vittima di un atto intimidatorio e vigliacco cioè l’uccisione, per avvelenamento, dei suoi cani. Lo stato ha subito risposto! I carabinieri hanno detto che magari davano fastidio a qualcuno perché abbaiavano e quindi sono stati uccisi, ma non si può parlare d’intimidazione. Hanno aggiunto che i cani mica vivevano in casa del sindaco e quindi chi poteva immaginare che erano proprio i suoi? Senza parole…
Tra l’altro, Lucano, è stato vittima di un’ altra intimidazione il 15 marzo: ignoti (sic!) hanno sparato contro la vetrata del suo ristorante. Però la vetrata non stava proprio dentro il ristorante, era un pò dentro ed un pò fuori. Una posizione che gli inquirenti giudicano ambigua.

- Non bisogna chiudersi nel privato.

Non bisogna credere a quello che ci viene detto dalla televisione, tutta controllata da Berlusconi, che propaganda l’equazione migrante=delinquente e bisogna trovare la forza di ribellarsi alla ‘ndrangheta e soprattutto alle sue logiche  che pervadono la società italiana da nord a sud. Non bisogna cedere alla paura e rinchiudersi tra le mura di casa: “Ormai si vive ritirati, mi diceva un testimone rosarnese, riferendosi alla prevalenza dello spazio privato su quello pubblico. Con parole più dure, diremmo che la quotidianità scorre nell’ossessivo tragitto casa-lavoro. Che la cura delle abitazioni e della famiglia ha il compito di riempire le esistenza, con la speranza nascosta che i problemi esterni non vengano a turbare la tua quiete: talvolta anche ‘farsi i fatti propri’ può non essere sufficiente.”
Quando ho chiesto ad Antonello Mangano cos’era cambiato prima dell’ultimo atto mafioso (se non lo è per matrice lo è per mentalità) contro Lucano e dopo la rivolta dei migranti, lui m’ha risposto: “Non ci sono stati altri episodi di violenza contro gli immigrati (non così verso i rosarnesi), e questa è l’unica cosa che è realmente cambiata. Lo scopo dell’Osservatorio (il soggetto che abbiamo costituito dopo la rivolta) era quello di tenere alta l’attenzione ed impedire altri episodi di violenza. A dicembre sembrava davvero un obiettivo ambizioso, la rabbia e lo scoramento erano tante, perché dai primi anni ’90 ogni anno si ripetevano queste piccole e grandi aggressioni e mai nulla era cambiato.”
Forse è proprio in queste righe il senso profondo della rivolta e dove si annida una possibile rivoluzione per la nostra terra: non chiudersi nel privato. Riuscire a capire, mettere in gioco sé stessi rispetto al contesto che ti vorrebbe intimidito e che ti costringe ad uniformarti al pensiero dominante, nel quale è insito l’assunto agghiacciante  immigrato = cattivo. Si tratta solo di spendere del tempo.

*Secondo il rapporto dell’ultima commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione e secondo molti magistrati la’ndrina dei Mancuso è una delle più potenti, a livello economico, nel mondo.


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