Il crimine

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Tuesday 27 July 2010 at 1:05 pm
Più di 300 arresti ed ancora siamo solo all’inizio. L’inchiesta denominata Il Crimine, condotta dalle procure di Reggio Calabria e Milano è esplosa come un fulmine a ciel quasi sereno. In Calabria era da un pò che gli arresti si susseguivano, insieme ai sequestri di beni che comunque restano esegui, in rapporto al patrimonio delle ‘ndrine. E’ probabile che ci sia un riassetto mafioso nel dopo Duisburg, punto di snodo delle strategie della ‘ndrangheta e dello Stato. L’ondata di arresti è iniziata in quel periodo, durante il governo Prodi, con buona pace del ministro razzista, Maroni. Questo per dire che sono le procure che fanno le indagini e non i governi che si succedono di volta in volta.

Nessuno potrà dire che non sapeva che la ‘ndrangheta è parte integrante del sistema economico della Lombardia. La regione è governata dal 3 giugno 1994 dal centro destra, quando diventa presidente della regione Lombardia, Paolo Arrigoni della Lega Nord. Dopo un anno gli succede Roberto Formigoni, (dal 27 giugno 1995). In questi anni di governo della Lega e di Formigoni, ne abbiamo sentite di tutti i colori sul problema sicurezza. Hanno  rimbambito i milanesi ed i lombardi con le storielle su migranti, sui rom. Hanno seguito le dichiarazioni tremende di Maroni che disse che bisogna essere cattivi con i clandestini, in un agghiacciante conferenza stampa. Hanno reso impossibile la vita a chi gestiva internet point ed a chi vende kebab. La Moratti, assieme al questore ed al prefetto  di Milano, ha deciso di far girare i propri vigili con degli autobus, adibiti a carceri ambulanti per rinchiuderci dentro i migranti trovati senza documenti. Scene e parole da deportazione, da terzo Reich, da nazi-fascismo. In molti comuni della regione se siei nero è impossibile vivere, grazie a delibere comunali razziste, come se non bastasse la legge criminale, denominata Bossi-Fini. Quando, qualcuno ha obiettato che la ‘ndrangheta si stava mangiando la Lomabardia e che vi si riproducevano fenomeni, come l’omertà, la paura di parlare per strada di certi argomenti, la Moratti rispondeva, sprezzante, che quella non era la vera Milano. Formigoni non ha mai espresso un giudizio di merito su queste questione. In gennaio, il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha sostenuto, che la mafia al nord non esiste. Frasi avventate, è stato frainteso, si dirà. Forse, il prefetto, era troppo impegnato a dare il suo contributo alla lotta al kebab in centro oppure a quei covi di clandestini che sono diventati parchi e panchine pubbliche.

Omertà.

L’omertà, in alcuni paesi della cinta milanese è diventata, uno stile di vita, proprio come in alcune zone della Calabria. Nessuno parla, nessuna denuncia. In Calabria, in realtà, ci sono state persone che hanno deciso di denunciare i propri aguzzini, spesso hanno pagato con la vita, spesso hanno dovuto cambiare aria o sono stati uccisi dalla ‘ndrangheta e da uno Stato che non li ha aiutati.

A Milano, come nella maggior parte della Lombardia, è facilissimo trovare qualcuno pronta a dire che i cinesi puzzano, che copiano il made in Italy e che distruggono l’economia italiana. Sui neri, tante persone sono disposte a dire che devono tornare a casa loro o che, ovviamente, anche loro puzzano. Saranno sprezzanti nel dare questi giudizi. Sarà più difficile trovare qualcuno che parli male o anche solamente che parli degli affari delle cosche e dei mafiosi radicati nel loro quartiere o paese. Certo è più facile prendersela con uno che non ha niente piuttosto che con chi è ricco ed armato. Il coraggio viene meno.

Tante volte si sono espressi giudizi duri sui calabresi, su una società civile deteriorata o inesistente, ma i lombardi che votano Lega Nord, non si rendono conto di quale sia  il loro problema? I piccoli e medi imprenditori, non capiscono che la vera concorrenza sleale la fanno i mafiosi?

Inoltre, si pensa sempre al Sud, come un luogo altro, dove la sanità è in mano a politici e mafiosi senza scrupoli, dove c’è un massiccio voto di scambio. Ora nessuno potrà dire di non sapere che succede la stessa cosa in Lombardia. Dalla clinica Santa Rita, dove si operava la gente per fare soldi all’ ASL di Pavia di cui è stato arrestato il direttore generale, proprio per reati di mafia.

Pacchetti di voti.

Si è letto sui giornali e sentito in televisione, che, pare, ci siano, in Lombardia, circa 500 affiliati. Non è una piccola cifra e preoccupa soprattutto per il fatto che, accanto agli affiliati, non si conosce il numero dei fiancheggiatori esterni, di quelli che agivano per conto delle cosche o in sinergia con esse, tra cui sicuramente molti colletti bianchi, politici ed imprenditori del ricco nord idustrializzato, locomotiva del paese.

Abbiamo solo alcuni esempi. Uno di essi è il direttore generale dell’ ASL di Pavia, Carlo Antonio Chiriaco che sembra essere un personaggio importante al servizio delle cosche. E’ una persona in grado di far confluire voti su un candidato, piuttosto che su un altro. Dalle indagini emerge che i voti venivano convogliati, su esponenti del PDL. Ad esempio, Chiriaco chiedeva di far votare Abelli, un altro pdiellino, il ras politico di Pavia. Se così fosse, Abelli, sarebbe in buona compagnia, c’è più di un consigliere regionale implicato nelle indagini. Secondo il gip del tribunale di Milano, Giuseppe Gennari, ad esempio, Massimo Ponzoni, consigliere regionale del PDL ed ex assessore regionale all’ambiente è “parte del capitale sociale dell’organizzazione”. Anche il mondo dell’impresa non rimane fuori: l’ imprenditore edile Perego, ad esempio, era, anche lui, organico alle cosche, in particolare aveva rapporto con gli Strangio. Di fatto la sua ditta, doveva essere il cavallo di Troia per entrare negli appalti dell’expo 2015, ma ricordiamo che la mafia a Milano non esiste. Leggiamo sul quotidiano on line “Nuova Cosenza” (http://www.nuovacosenza.com):  ‘Il 19 luglio 2010, emerge il nome di Angelo Giammario, consigliere regionale del Pdl e sottosegretario della Regione Lombardia, nell’informativa del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Monza, redatta nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Milano, che nei giorni scorsi ha portato a un maxi blitz con circa 300 arresti in tutta Italia. Nell’informativa viene riportata una telefonata tra Carlo Antonio Chiriaco, direttore della Asl di Pavia, e Cosimo Barranca, boss del ‘locale’ della ‘Ndrangheta di Milano, entrambi arrestati, nella quale si fa riferimento ”a denaro che per il tramite” di un avvocato, sarebbe dovuto “giungere a Giammario per finanziarsi la campagna elettorale 2010″.’

Anche la Lega Nord non è immune dal contagio mafioso: il Brad Pitt padano, come ama definirsi, Angelo Ciocca è stato fotografato dai carabinieri, mentre parla con il boss Pino Neri, capo de La Lombardia che è il nome che viene dato all’insieme delle cosche che operano nella regione. Pare che, Ciocca, promettesse a Neri di poter spingere un candidato all’interno del suo partito. Silenzio dai vertici dei razzisti verdi. Per restare, in casa PDL, veniamo anche a sapere che Giovanni Zumbo, di professione commercialista, è una talpa della ‘ndrangheta all’interno delle istituzioni. Zumbo, conosce le inchieste, addirittura conosce il numero degli arrestati dell’operazione giudiziaria ed avverte i boss. Questo commercialista è uomo di fiducia di Alberto Sarra. Il sottosegretario nella giunta regionale di Scopelliti però, sminuisce. Non può smentire, il fatto che sempre Zumbo era il suo segretario particolare quando, all’epoca della giunta (sempre di centro destra) guidata da Giuseppe Chiaravaloti, Sarra era assessore al personale. Alle collusione mafiose dei politici si è cercato di porre rimedio in vari modi, ma sembra un’impresa veramente ardua. La maggioranza di centro destra al comune di Milano, governato dalla sindaca Moratti e dal suo vice sindaco sceriffo De Corato, preso atto di questa difficoltà, ha deciso il 20 luglio 2010, di votare contro alla creazione di una commissione antimafia interna al comune. Come si dice? Chi non fa, non falla.

Informazione/i.

Dicevamo che abbiamo ufficialità del fatto che la ‘ndrangheta agisce ed investe al nord ed è in gradi di decidere gli equilibri politici nella regione. Avvicina, compra e fa eleggere i politici della Lega Nord e del PDL.

L’altra conferma è, che ogni decisione dev’essere presa informando le cosche, consorziate, della provincia di Reggio Calabria, che hanno il predominio. Queste cose si sanno già da qualche anno: c’è stata la relazione della commissione antimafia, guidata da Forgione, durante l’ultimo governo Prodi, ci sono pagine e pagine fondamentali scritte da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso (vedi Fratelli di Sangue) o il libro di Laudati e Veltri, Mafia Pulita, che racconta di come le mafie si muovano nell’economia globalizzata, tra appalti, cocaina, ed emergenze varie. E’ noto da anni che il comune di Buccinasco viene chiamato la Platì del nord  e non solo per il numero di emigrati, arrivati nel comune del milanese, ma per la concentrazione mafiosa.

Le grandi firme del giornalismo antimafia nostrano pubblicano articoloni scrivendo che esiste una società minore ed una maggiore di ‘ndranghetisti. Anche i non addetti ai lavori, potevano saperlo almeno dal 2008, quando è uscito Fratelli di sangue di Nicaso e Gratteri. Leggiamo a pagina 8, dell’edizione del gennaio 2009, per Mondadori:

“Per limitare i cruenti conflitti interni e per migliorare sensibilmente la gestione dell’elevato volume di affari in mano alla  ‘ndrangheta, sono stati creati tre mandamenti: quello ionico, da Monasterace a Condufuri; quello centrale, da San Lorenzo a Bagnara; e quello tirrenico, o della Piana, da  Seminara al confine con la provincia di Vibo Valentia. Alcune intercettazioni ambientali hanno confermato, oltre ai nuovi assetti organizzativi, anche l’esistenza di una commissione denominata  <la Provincia>, con funzioni di garanzia, soprattutto tese a evitare o a comporre situazioni di conflittualità tra i vari clan.”.

In tv, continuiamo a sentire belle interviste, dell’ esperto di turno, che, cade nel tranello, tanto caro al nostro giornalismo, del Capo dei capi. Siamo rimasti traumatizzati da Totò Riina. Apprendiamo dalla stampa nazionale (i giornali locali, invece, conoscono sicuramente meglio l’argomento) che la ‘ndrangheta ha cambiato strutture e che adesso c’è un capo supremo, tale Domenico Oppedisano. In realtà, Oppedisano, è a capo di un organismo interno all’organizzazione che è la Provincia, appunto. Essa assomiglia, anche, ad una sorta di consiglio di amministrazione della ‘ndrangheta ed ogni anno viene eletto un presidente a rotazione o se preferiamo, per venire incontro ad alcuni analfabeti con il tesserino da giornalisti, viene eletto il capo dei capi. L’organizzazione criminale calabrese sembra organizzata come un’azienda, con gli azionisti che eleggono un amministratore. Ci sono dei locali che hanno maggiore potere di altri, esattamente come funziona in una società per azioni. Chi ha più azioni, ha maggiore potere decisionale. C’è una grande autonomia organizzativa negli affari e soprattutto, famiglie nemiche, si mettono d’accordo nel momento in cui arriva un appalto sul territorio o un qualsiasi altro affare lucroso. Per i soldi, l’onore può aspettare. Prima di tutto i soldi. I narcos colombiani dicevano por la plata lo que sea.

Come scrive Giuseppe Baldassarro, su Il Quotidiano della Calabria del 14 luglio 2010, autonomia non significa “non dare conto”. Quindi, le ‘ndrine, rendono conto ad un’entità superiore che, però, è composta da loro stessi. Lo dimostrano anche gli ultimi arresti, tra cui quelli di Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri che avevano fatto nascere una “supercosca”, così l’hanno chiamata i giornalisti, che consisteva in un altro passo verso l’imprenditorialità. Tra le nuove regole, ad esempio, l’obbligo per gli affiliati di pagare tutto quello che compravano nei negozi, dai vestiti, alle macchine, ai pranzi al ristorante. Bisognava essere, però, inflessibili sui pagamenti del pizzo, non ci dovevano essere sconti o pagamenti, diciamo, in natura. Solo soldi.

In realtà, la semplicazione giornalistica è quella a cui assistiamo costantemente per non fare andare in difficoltà quello che in molti giornalisti, soprattutto televisivi, considerano “popolo bue”. Ovviamente, se non s’informa correttamente, il popolo non potrà far altro che ignorare, tanti aspetti di questa ennesima inchiesta sull’organizzazione criminale più potente del mondo.

Criminalità e massoneria.

In Italia è il momento del revival della P2, la loggia massonica che aveva radici in tutti gli apparati dello Stato e, spesso, li controllava in maniera esclusiva. In questa afosa estate del 2010, viene fuori di nuovo, prepotente, una nuova loggia ‘deviata’ che i giornali,  hanno chiamato da subito P3. Pare ne facciano parte politici, imprenditori, faccendieri vari ed addirittura anche Silvio Berlsuconi, già tesserato nella P2 di Licio Gelli e che lo scopo. Nell’ inchiesta denominata “Il Crimine” che a portato in galera trecento tra ‘ndranghetisti, imprenditori e politici, c’è anche più di un massone. Quello più in vista è Pino Neri che pare fosse il capo de La Lombardia, cioè l’organizzazione ‘ndranghetistica della regione governata dal centrodestra dal 1993. Neri è succeduto a Carmelo Novella, ucciso perché voleva rendersi autonomo dalla ‘mamma calabrese’. L’ordine a cui appartiene il boss, secondo quanto dice lui stesso, è “l’ordine dei cavalieri di Cipro, detto della Spada e del Silenzio”. Da alcune intercettazioni si  scopre che anche un altro affiliato di rilievo è un pezzo grosso della massoneria: Rocco Coluccio. Non è che si vuole intavolare un processo alla massoneria, ma è lecito chiedersi se questa associazione, con aderenti segreti, è solo “un modo per stare insieme”, per darsi un aiuto reciproco, senza complotti e favoritismi oppure è il luogo non fisico dove, spesso, s’intrecciano affari non sempre puliti e dove si decidono appalti, processi e nomine, come mai la ‘ndrangheta ne fa parte? Come mai, alla fine della seconda guerra di ‘ndrangheta (1991, circa 700 morti), venne reso possibile ciò che prima era proibito agli uomini delle ‘ndrine, cioè entrare nella massoneria? Uno dei vantaggi che da far parte della società superiore e della Santa è poter diventare massone. Sarà solo una questione di prestigio all’interno della propria comunità?

Chiesa e ‘ndrangheta.

Guido Palange autore del libro, La regina dei tre seni, Rubettino editore, scrive, in una breve biografia di Massaro Peppe, al secolo Giuseppe Delfino, carabiniere regio, nemico dei mafiosi: “…in occasione d’ un appuntamento irrinunciabile per gli aspromontani quale era la festa della Madonna di Polsi, concedeva ai malviventi la tregua di un giorno, e magari lui stesso si metteva a ballare la rituale tarantella gomito a gomito con questo o quel ricercato…”.

Apprendiamo da queste brevi righe che già all’inizio del ’900, la festa per la Madonna di Polsi era un evento a cui partecipavano mafiosi e non mafiosi, visto che questo evento religioso è molto sentito in tutta la Calabria.

Mi vorrei soffermare sul fatto che, però, già da allora gli ‘ndranghetisti partecipavano ai rituali e via negli anni, hanno preso il controllo della festa. Com’è successo per l’ affruntata di Sant’ Onofrio, sospesa quest’anno per non dare spazio, visibilità e prestigio alle ‘ndrine locali. Il rapporto con la religione degli ‘ndranghetisti è molto forte. Infatti, nel rituale di affiliazione per entrare nella ‘ndrangheta, viene bruciato un santino nella mano del nuovo adepto. Le festività religiose vengono usate, non solo dalla ‘ndrangheta, come momenti per accrescere il prestigio all’interno della propria comunità, magari donando grosse somme di denaro che finiscono nella parrocchia.

Le immagini degli ‘ndranghetisti che si riuniscono al santuario di Polsi, nel comune di San Luca (ecco perché viene chiamato mamma della ‘ndrangheta) hanno fatto il giro del mondo. Le gerarchie ecclesiastiche tollerano da anni che queste assemblee si tengano nei giorno dei festeggiamenti. In un’ intercettazione telefonica si sente Oppedisano che dice a Domenico Gangemi (uomo d’onore residente a Genova) che c’è la riunione a Polsi e che bisogna andarci. Il vescovo di Locri-Gerace, Giuseppe Fiorini Morosini, ha scritto una lettera agli uomini delle ‘ndrine, chiedendogli, che senso abbia andare a Polsi ad incontrarsi e cosa c’entrano loro con la religione. In alcune dichiarazione precendenti invitava “…a non chiudere gli occhi sulla tradizione religiosa di Polsi che affonda in secoli lontani.”. Sicuramente è così, ma gli occhi mi pare che li abbiano chiusi tutti i vescovi e molti dei preti che hanno prestato servizio in queste zone. Anche dopo la strage di Duisburg, non si è riusciti ad avere una condanna unanime, sottolineo unanime, della strage e della ‘ndrangheta. Sarebbe interessante sapere, con chiarezza, quale ruolo svolge l’istituzione ecclesiastica calabrese nella lotta alle mafie, perché ancora non si è capita. Al di là dei proclami e delle pochissime persone che hanno provato a cambiare lo stato delle cose (gente prontamente trasferita in altra sede), la Chiesa calabrese non riesce ancora  a staccarsi dal suo ancestrale legame con la ‘ndrangheta che, ha portato, spesso sacerdoti ad abbracciare un’altra religione, cioè quella delle cosche. Un altro elemento da ricordare, a proposito di religione, è che la ‘ndrangheta fonda il suo potere e la sua coesione sul denaro, ma anche sui rituali. Ci sono i giovani avvocati, figli di boss che parlano tre lingue, che concludono affare in Messico, Spagna, Russia che parlano di project financing, di general contractors, ma quello che tiene unite le cosche è il sentimento comune di appartenenza che si può creare solo attraverso i riti ed ad un proprio orizzonte culturale, con miti, eroi, santi e madonne, visto che siamo pur sempre nella cattolicissima terra di Calabria da dove nasce e si propaga questa malapianta.

Claudio Metallo

Mentre vietate il kebab, la `ndrangheta si sta mangiando la `Padania`

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Wednesday 26 May 2010 at 5:28 pm
Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra. Ma anche norme ridicole – come quelle sulle panchine – o assurdamente razziste. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori – sono i venditori di cibo etnico.

Mentre vietate il kebab, la `ndrangheta si sta mangiando la `Padania`

Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.

Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.

A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. “Si ammazzano tra loro?”.

Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli,  a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della “Padania”. Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.

Se sei nero cambia tutto

La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.

Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro – Buccinasco – viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.

Ad Adro (Brescia), c`è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il “White Christmas” di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

La mafia non esiste

Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto “Ombre nella nebbia”, Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero.

Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un “mercato a cielo aperto” con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della “Padania”, la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi).

Le “profezie” sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai “grandi eventi”. Le cosiddette “infiltrazioni” mafiose nei cantieri TAV del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.

Leggi criminogene

E’ facile diventare “clandestino” al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.

La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può; adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.

La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli.

Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.

di Claudio Metallo e Antonello Mangano

pubblicato su terrelibere.org

(http://www.terrelibere.it/terrediconfine/mentre-vietate-il-kebab-la-ndrangheta-si-sta-mangiando-la-padania)

e da Il Manifesto

(http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/04/articolo/2575/)


Razzismo di Calabria

Posted under Articoli,Audio News e Racconti,Local news by Kioshi on Friday 8 January 2010 at 3:07 pm

Come volevasi dimostrare! Altro che rivolta di popolo e comitati spontanei:

A Rosarno è stato arrestato Antonio Bellocco, 29 anni. Considerato tra i fomentatori della rivolta di ieri.

E’ nipote del capo della ponte famiglia mafiosa dei Bellocco, affiliati con i Pesce.

Rosarno 7 gennaio 2010:
“Quello che sta succedendo è intollerabile e la cittadinanza non lo accetta più…Non possiamo accettare che queste persone devastino il nostro paese suscitando una situazione di paura tra gli abitanti”!
Questo grido di battaglia arriva, oggi, da un rosarnese. Finalmente la cittadinanza si vuole ribellare allo strapotere delle ‘ndrine Pesce e Bellocco? Quei mafiosi che strozzano le persone e gli imprenditori onesti(se ci sono), che muovono enormi capitali lasciando le loro terra d’origine nell’indigenza e sommersa di rifiuti nocivi, interrati nei luoghi dove i loro stessi nipoti e figli vivono e crescono? Purtroppo quello che “la cittadinanza non lo accetta più” sono i migranti, che vanno bene quando si devono raccogliere le arance a 20 euro al giorno, lavorando per 12 ore. Vanno un pò meno bene se dopo l’ennesimo episodio di violenza vigliacca contro due ragazzi, queste persone si rivoltano ed organizzano un riot in paese per protestare. Molti rosarnesi (come moltissimi calabresi), sono persone pacifiche che non amano la protesta. Avete mai visto un riot nella piana di Gioia Tauro dopo un omicidio di ‘ndrangheta? O dopo il ferimento di un italiano?
La frase citata, è stata pronunciata dall’ ex-assessore alla protezione civile, Domenico Ventre. Ex-assessore non perché si è dimesso in un moto d’orgoglio, ma perché la giunta di cui faceva parte è stata sciolta perché pesantemente infiltrata dalla ‘ndrangheta.
Per ritornare ai fatti: la sera del 7 gennaio vengono feriti due raccoglitori di arance con una carabina ad aria compressa. Gli agguati avvengono in due luoghi diversi. Questo fatto può fare balenare in mente che ci sia stata premeditazione. Inoltre bisogna ricordare sia il ferimento di un migrante lo scorso anno, sempre a Rosarno e poi l’incendio doloso all’ ex cartiera dove molti migranti dormivano nel periodo della raccolta degli agrumi. E’ sempre bene ricordare che la cartiera di Rosarno è stata tirata su con i soldi della legge 488, che poi sono stati abilmente rubati da un imprenditore del nord che non ha neanche aperto l’attività. La perdita della ‘casa’ ha fatto spostare i migranti nei sylos abbandonati che erano stati costruiti per contenere l’olio che imprenditori del nord avrebbero prodotto in Calabria. Anche in questo caso i soldi sono spariti prima che iniziasse l’attività, alla faccia di Bossi, Maroni, Castelli e Calderoli.
A proposito di questi paladini della legalità:  La mattina dell’8 gennaio, il ministro degli interni, Roberto Maroni, telefona alla trasmissione Mattino 5, (su Canale 5, la televisione del capo) e dice che a Rosarno c’è “una situazione difficile, così come in altre realtà”, determinata dal fatto che “in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, una immigrazione clandestina che da un lato ha alimentato la criminalità e dall’altro ha generato situazioni di forte degrado”. E’ inutile ritornare sul fatto che in quella zona ci sono i Pesce – Bellocco, una delle cosche più potenti del mondo, il Piromalli – Molè, I Mancuso e così dicendo. Quindi solo un idiota o una persona che è in campagna elettorale può dire che gli immigrati portano degrado e criminalità, in una situazione del genere. Tra l’altro, uno dei ragazzi feriti il 7, è un rifugiato politico, quindi ha un permesso di soggiorno, ma per tre voti in più, si possono dire delle stupidaggini.
Come al solito la Lega parla agli istinti più bassi delle persone che ci cascano immediatamente: a Rosarno si è formato un comitato ‘spontaneo’ (non è che ci sono le regionali e qualcuno vuole sfruttare la situazione, figuriamoci!) contro i migranti. Ricordiamo che, Rosarno, è il paese di Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista Italiano che fu assassinato in un agguato mafioso l’11 giugno 1980, dopo una conviviale riunione di partito. A parte la sindacatura di Giuseppe Lavorato, eletto nel ’94, movimenti di popolo non è che se ne vedano spesso. Ci pensa il razzismo a riportare in auge la voglia di aggregarsi. Nel tg regionale della Calabria s’è data voce ad un aderente al comitato che diceva di aver paura per i suoi bambini. Un’affermazione che è ridicola in una zona dove c’è, di media, una sparatoria al giorno. Siamo sotto elezione, il razzismo in questo paese è un’ideologia aggregante. Come volevasi dimostrare le frasi di circostanza di alcune persone come ad esempio:”Noi siamo razzisti!” si sono rivelate per quello che sono: bugie. In serata (8 gennaio) sono stati gambizzati due migranti ed altri due sono stati pestati con spranghe e bastoni, in puro stile fascista. Inoltre Rosarno è completamente inavvicinabile, per chi viene da fuori.
L’unico sentimento che si riesci a provare è il disprezzo per le persone che hanno compiuto questi atti e la vergogna che si siano verificati nella nostra.


"Io ti salverò" – l'esempio dei migranti di Rosarno

Posted under Local news by Kioshi on Tuesday 19 May 2009 at 9:27 pm

Gli africani salveranno Rosarno (e, probabilmente, anche l`Italia) a cura di Antonello Mangano, è uno straordinario libro che narra le vicende dei migranti di Rosarno e l’ambiente che vivono. Un ambiente difficile, uno dei territori più ferito dalla ‘ndrangheta e dalle sue logiche.
Quando ci siamo incontrati, Antonello mi ha descritto, con una frase, questo lavoro in 104 pagine: “E’ un libro politico, è un grido di protesta, è una ricognizione.”
Mangano mi spiega che il titolo del libro, per lui, non è provocatorio e prende spunto dall’ultimo atto di violenza compiuto a Rosarno da italiani contro i migranti. Il 12 dicembre del 2008 (lo stesso giorno della strage fascista di piazza Fontana) vengono sparati vari colpi di pistola contro degli africani, uno di essi viene ferito e finisce in ospedale. Una rapina. Se fosse stato ferito un tabaccaio di Cernusco Lombardone, durante un furto, ne avremmo sentito parlare fino alla prossima era glaciale!
Molti migranti vengono da Castel Volturno e dal casertano, dove raccolgono i pomodori o fanno altri lavori ed arrivano a Rosarno per la raccolta degli agrumi tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre.
Hanno già visto, in Campania, sei persone morte ammazzate solo a settembre, cui seguì una rivolta. Sei ragazzi uccisi da un gruppo di camorristi strafatti di coca, con l’ordine di far andare via i neri da Castel Volturno, visto che si sono riaperti i giochi di cementificazione nella zona del famoso Villaggio Coppola.
Con ancora negli occhi quei sei cadaveri, gli africani di Rosarno, danno vita ad una forte protesta (o meglio un riot) antimafia come non se ne vedevano da anni in queste zone. Scendono in strada, protestano, ribaltano i cassonetti. Più o meno in contemporanea si forma una fila di gente davanti al commissariato che vuole collaborare alle indagini. La protesta contro la ‘ndrangheta arriva per le strade senza paura, esasperata e cade anche il muro dell’omertà. Per tutta risposta vengono arrestati i presunti colpevoli, ma alcuni migranti rischiano di essere espulsi perché non in regola con i documenti. La solita ottusa imbecillità burocratica di zelanti funzionari di stato.
Questa premessa spiega il perché del titolo del libro: “il gesto di ribellione degli africani può essere un simbolo di salvezza per tutti coloro che vivono non solo a Rosarno, ma in tutte le aree oppresse dalla mafia ed in generale da forme di dominio basate sulla violenza.” dice Mangano.
La Calabria ha avuto e ha possibilità di combattere la mafia e vincere (anche se sono termini da ministro della guerra) sia con l’aiuto dei migranti, ma anche aiutandosi e prendendo coraggio.
Questo uno degli spunti importanti che dà Gli africani salveranno Rosarno: non c’è un compiacimento nella rassegnazione a vivere un territorio dov’ è rischioso anche solo mettersi troppo in mostra.
Il messaggio è, anche, che la ‘ndrangheta non è così totalizzante e che ci sono degli spazi in cui inserirsi ed attaccare il suo potere.
Certo, la situazione non è rosea: “Ho frequentato per una decina di anni il vibonese, e mai ho sentito nominare i Mancuso*, che invece sono celeberrimi nelle cronache nere e nei rapporti giudiziari di mezzo mondo. Solamente, ho colto di rado qualche riferimento realmente grottesco, del tipo “quelli lì”, la “famiglia” o addirittura la “Banda Bassotti”. Pur se pronunciato nella sicurezza della propria abitazione, tra quattro mura, ogni riferimento alla mafia avveniva sempre a bassa voce…I clan non hanno solo il controllo militare del territorio: hanno conquistato pure le anime, terrorizzato le menti. Ecco perché la rivolta di Rosarno mi è sembrata così importante!
E’ un segnale che dice: tutti insieme la paura scompare; da ora in poi saranno loro a doversi preoccupare, a doversi nascondere.”
E’ probabile che questo idea non sia stata colta da tutti gli abitanti della piana di Gioia Tauro.

- Dove sono le istituzioni?

Nella zona dove vivono i migranti (molti nella cosiddetta cartiera), la Regione Calabria ha messo a disposizione dei bagni, qualche doccia (con acqua fredda) e Medici Senza Frontiere ha fatto qualche vaccinazione. Sembra assurdo, ma anche questi piccoli interventi hanno in minima parte contribuito a migliorare una situazione da crisi umanitaria. Loiero ha consigliato ad ogni calabrese di passare per la cartiera. Non è una cattiva idea, ma dopo quattro anni di governo, ha il sapore di una pessima battuta che lascia l’amaro in bocca. Mentre qualcosa nel centrosinistra si muoveva (giusto il tempo di un tg regionale), alcuni sindaci ed amministratori di centrodestra, che governavano la piana, erano stati arrestati, accusati di vari reati, tra cui concorso esterno in associazione mafiosa.
Quando una macchina delle suore è stata bruciata nella stessa zona, si è scelto, però, di parlare genericamente di ‘inciviltà’. I migranti, invece, non si vogliono rassegnare a questo Sud che attraversano da comparse da Castel Volturno a Rosarno, mentre noi del posto siamo come assuefatti dalla violenza e dalla prevaricazione.
Non possiamo neanche dimenticare che solo qualche mese fa il ministro degli interni Maroni ha detto, con la sua solita arroganza, che bisogna essere cattivi con i clandestini. Sinceramente, è triste ed ingiusto pronunciare e solo pensare una frase del genere, soprattutto avendo negli occhi la coraggiosa rivolta di settembre in Campania e di dicembre in Calabria. E’ un modo di esprimersi da nazifascista, inutile girarci intorno.
Tra luglio ed ottobre sono stato a Castel Volturno, Caserta e Napoli a girare un documentario (titolo provvisorio: Rifiutati) sui migranti in Campania. Questo nuovo lavoro mi ha dato la possibilità di conoscere la situazione campana e, indirettamente, anche quella di Rosarno. Per quello che ho visto e sentendo le testimonianze delle persone con cui ho parlato, posso dire che se non ci fossero centri sociali ed associazione organizzate dal basso (come l’ Osservatorio Migranti di Rosarno) molti migranti sarebbero completamente abbandonati a sé stessi, frastornati da una società che non conoscono.
Vedendo il migliaio di persone che arriva a Caserta due volte a settimana, al centro sociale autogestito Ex Canapificio, per avere consulenza legale, sui permessi di soggiorno o su questioni legate al lavoro, ho provato un forte disagio. Lì c’erano un sacco di ragazzi italiani e stranieri, chiaramente anche avvocati, che davano un aiuto, gratuito, ad altre persone che spesso parlano solo inglese o francese (altro segno d’isolamento).
Tutto questo lavoro è completamente autorganizzato ed autogestito. L’avanguardia della tanto sbandierata integrazione è in mano a gruppi di ragazze/i spesso comunisti (ma non ravanelli: rossi fuori e bianchi dentro), spesso anarchici.
Vorrei sottolineare che il significato della parola  ‘integrazione’  non vuol dire  che uno nero deve diventare bianco.

- Politiche d’integrazione.

Tra le politiche sull’immigrazione vanno segnalate le esperienze di Caulonia, Stignano e Riace. Comuni che hanno deciso di accogliere i richiedenti asilo riempendo i centri storici, abbandonati dai vecchi residenti e non facendo chiudere asili e scuole, minacciati dai tagli targati Tremonti/Gelmini. Nei giorni della crisi di Lampedusa (mai finita) il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, si era offerto per accogliere ben 200 persone. In molti criticano questa politica perché si dice sia un modo per portare soldi e gente in paesi morti. Secondo me, non è solo questo a muovere gli amministratori locali. Comunque, bisogna riconoscere che questa è una politica sull’immigrazione e non farfugliare, ringhiare e sbavare di chiudere le frontiere (ricordate quando il mite Gasparri diceva ad inizio legislatura “La festa è finita!”?). Questa non è politica dell’immigrazione, questa è una malattia e si chiama rabbia,  è infettiva e colpisce gli animali a sangue caldo e può essere trasmessa all’uomo. L’animale ‘serbatoio’ è solitamente il pipistrello, mentre l’infezione umana è mediata solitamente da cani o dalle volpi. Il pipistrello è l’animale noto nella tradizione per la caratteristica di succhiare il sangue, il cane è noto per la fedeltà al padrone e la volpe è nota per la sua scaltrezza, la stessa che alcuni politici credono di avere, sfruttando e fomentando il razzismo degli italiani per un piatto di lenticchie.
Tra parentesi: qualcuno vuol dire ai lobotomizzati calabresi, che si sono candidati con la Lega Nord, che è un partito di razzisti e ce l’ha pure con i meridionali? Capisco la crisi, però a ‘sto punto è meglio rubare!
Per tornare a Mimmo Lucano: il sindaco di Riace è, da poco, stato vittima di un atto intimidatorio e vigliacco cioè l’uccisione, per avvelenamento, dei suoi cani. Lo stato ha subito risposto! I carabinieri hanno detto che magari davano fastidio a qualcuno perché abbaiavano e quindi sono stati uccisi, ma non si può parlare d’intimidazione. Hanno aggiunto che i cani mica vivevano in casa del sindaco e quindi chi poteva immaginare che erano proprio i suoi? Senza parole…
Tra l’altro, Lucano, è stato vittima di un’ altra intimidazione il 15 marzo: ignoti (sic!) hanno sparato contro la vetrata del suo ristorante. Però la vetrata non stava proprio dentro il ristorante, era un pò dentro ed un pò fuori. Una posizione che gli inquirenti giudicano ambigua.

- Non bisogna chiudersi nel privato.

Non bisogna credere a quello che ci viene detto dalla televisione, tutta controllata da Berlusconi, che propaganda l’equazione migrante=delinquente e bisogna trovare la forza di ribellarsi alla ‘ndrangheta e soprattutto alle sue logiche  che pervadono la società italiana da nord a sud. Non bisogna cedere alla paura e rinchiudersi tra le mura di casa: “Ormai si vive ritirati, mi diceva un testimone rosarnese, riferendosi alla prevalenza dello spazio privato su quello pubblico. Con parole più dure, diremmo che la quotidianità scorre nell’ossessivo tragitto casa-lavoro. Che la cura delle abitazioni e della famiglia ha il compito di riempire le esistenza, con la speranza nascosta che i problemi esterni non vengano a turbare la tua quiete: talvolta anche ‘farsi i fatti propri’ può non essere sufficiente.”
Quando ho chiesto ad Antonello Mangano cos’era cambiato prima dell’ultimo atto mafioso (se non lo è per matrice lo è per mentalità) contro Lucano e dopo la rivolta dei migranti, lui m’ha risposto: “Non ci sono stati altri episodi di violenza contro gli immigrati (non così verso i rosarnesi), e questa è l’unica cosa che è realmente cambiata. Lo scopo dell’Osservatorio (il soggetto che abbiamo costituito dopo la rivolta) era quello di tenere alta l’attenzione ed impedire altri episodi di violenza. A dicembre sembrava davvero un obiettivo ambizioso, la rabbia e lo scoramento erano tante, perché dai primi anni ’90 ogni anno si ripetevano queste piccole e grandi aggressioni e mai nulla era cambiato.”
Forse è proprio in queste righe il senso profondo della rivolta e dove si annida una possibile rivoluzione per la nostra terra: non chiudersi nel privato. Riuscire a capire, mettere in gioco sé stessi rispetto al contesto che ti vorrebbe intimidito e che ti costringe ad uniformarti al pensiero dominante, nel quale è insito l’assunto agghiacciante  immigrato = cattivo. Si tratta solo di spendere del tempo.

*Secondo il rapporto dell’ultima commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione e secondo molti magistrati la’ndrina dei Mancuso è una delle più potenti, a livello economico, nel mondo.


Voi li chiamate clandestini…

Posted under Global news,Local news by Kioshi on Wednesday 1 April 2009 at 4:43 pm

Raccontare gli africani di Rosarno, migranti senza documenti.
Intervista ad Antonello Mangano autore del libro Gli africani salveranno Rosarno e, probabilmente, anche l’Italia.

Voi li chiamate clandestini… Raccontare gli africani di Rosarno, migranti senza documenti.
Intervista ad Antonello Mangano.

Antonello Mangano ha pubblicato ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni, dell’antimafia, della telematica. Si occupa di formazione, software libero e di forme alternative di comunicazione e distribuzione delle informazioni. E’ tra gli animatori del sito www.terrelibere.it.
In occasione dell’uscita del suo nuovo libro, Gli africani salveranno Rosarno,  ci ha concesso una lunga ed interessante intervista. Il libro può essere acquistato sul sito www.terrelibere.it.
Il libro racconta un pezzo d’Europa dimenticato, analizza aspetti socio-economici (lavoratori marginali inseriti in un contesto mafioso moderno ed arcaico), giuridici (come le leggi razziste producono marginalità fino al lavoro servile), storici (dall’occupazione delle terre all’omicidio Valarioti fino alle lotte di massa contro la mafia), geopolitico (le grandi migrazioni dall’Africa all’Europa)
“Non c’è un posto in Italia come Rosarno, che come Rosarno riassuma i drammi e le contraddizioni della nostra epoca. Dall’economia globale a quella criminale, dalla mafia alle migrazioni. Il libro analizza l’aspetto socio-economico (lavoratori marginali inseriti in un contesto mafioso moderno ed arcaico), quello giuridico (come le leggi razziste producono marginalità fino al lavoro servile), storico (dall’occupazione delle terre all’omicidio Valarioti fino alle lotte di massa contro la mafia), geopolitico (le grandi migrazioni dall’Africa all’Europa)”
Non c’è un posto in Italia come Rosarno, che come Rosarno riassuma i drammi e le contraddizioni della nostra epoca. Dall’economia globale a quella criminale, dalla mafia alle migrazioni”.

1) Perché è nato questo libro?

Inizialmente nasce come uno studio sulle migrazioni nella Piana e come denuncia sulle condizioni di vita dei lavoratori africani.

Dopo la rivolta di dicembre, quando gli africani di Rosarno si sono ribellati all’ennesimo episodio di violenza, è diventato qualcos’altro, difficile da definire. E’ un libro politico, è un grido di protesta, è una ricognizione. E’ anche un testo a più voci dove ogni autore affronta un aspetto diverso: Lavorato analizza il problema da un punto di vista storico, Vassallo quello giuridico, Del Grande l’aspetto geopolitico; per finire col lato economico e sociale di cui mi occupo io.

2) Che cos’è la Cartiera di Rosarno? Come nasce la struttura e come diventa un luogo attraversato dai migranti che arrivano in Calabria per lavorare?

La “Cartiera” è una triste metafora della Calabria odierna. Nasce con ottime intenzioni – una moderna fabbrica per portare sviluppo e lavoro – e diventa la prima delle incompiute dell’area industriale. Sottolineo che gli imprenditori della ex Modul System, ditta specializzata nella produzione di carta per telescriventi, erano romagnoli.

La fabbrica abbandonata è finita sotto sequestro giudiziario, ma nella sua articolata storia esiste persino un solenne protocollo di intesa – firmato in Prefettura nel gennaio 2007 – tra tutti gli enti locali coinvolti per trasformarlo in “centro di accoglienza”.

In realtà è diventata semplicemente la “casa” per tutti coloro che hanno bisogno di stare appartati – perché privi di documenti – oppure banalmente perché non possono permettersi i soldi di un affitto, che renderebbe passivo il bilancio di un inverno durissimo trascorso a raccogliere arance.

3) Perché i migranti si fermano qui?

Lo spiega bene Fulvio Vassallo nel capitolo intitolato “Diritti negati e sfruttamento. Dall’accoglienza al lavoro servile”. Ci sono due tipi di percorsi: quello che da Lampedusa porta a Crotone, e quindi a Rosarno; migranti in stato di necessità, spesso richiedenti asilo, denegati (coloro che hanno ricevuto una risposta negativa alla richiesta di asilo), irregolari, i quali vedono nella raccolta delle arance il modo migliore – oppure il più veloce – per raccogliere qualche soldo ed andare via dalla Calabria.

Un altro gruppo è invece residente da tempo in Italia, e lavora in agricoltura, in particolare nella raccolta stagionale; si sposta in tutto il Meridione in base al periodo: i pomodori d’estate in Puglia e Campania, la vendemmia nel Belice, e così via. D’inverno non c’è molto da fare se non la raccolta delle arance.

Va sottolineato che il turn over è elevatissimo. Dopo la prima esperienza, cioè, quasi nessuno torna l’anno successivo. Evidentemente c’è sempre, ogni anno, un buon numero di persone che ha necessità di lavorare nei mesi più freddi dell’anno.

In molti ci dicevano che sono venuti al Sud dopo aver perso il posto in fabbriche del Nord. La Bossi-Fini, che prima di essere una cattiva legge è una legge cattiva, lega il contratto di lavoro al permesso di soggiorno. Senza documenti, gli africani finiscono nei luoghi dove immaginano di trovare uno Stato meno pressante, meno rigido, meno presente. Purtroppo trovano anche contesti caratterizzati da una violenza spesso cieca e gratuita, a volte letale.

4) Quali sono le storie tipiche di migrazioni di chi si ritrova nella cartiera? Che lavori vengono a fare i migranti ed in che condizioni li svolgono?

Nella Piana non c’è molto altro da fare se non la raccolta. Le industrie di trasformazione appaiono sempre più in crisi, ed andrebbe analizzato il ruolo della mafia nel prosciugare una economia un tempo fiorente. Truffe (le “arance di carta” del 2007), estorsioni, violenza diffusa, annullamento del capitale sociale sono i principali segnali della presenza criminale. C’è da chiedersi se la Piana, senza clan mafiosi, non potrebbe somigliare alle aree agricole caratterizzate da relativo benessere che pure al Sud esistono, penso ad esempio al ragusano. Le storie tipiche dei migranti sono quelle indicate nella risposta precedente. Il tratto comune è che si tratta di gente in fuga. Che non vuole stare a Rosarno un minuto in più del necessario. Che chiede i documenti, ovvero il presupposto per lavorare in tranquillità. Il paradosso più incredibile è proprio questo: la legge impedisce a chi vuole lavorare di farlo.

5) Le istituzioni cosa fanno? La regione, il comune e la provincia come si muovono?

Nell’inverno 2008/2009 Rosarno, Gioia Tauro e San Ferdinando si sono ritrovati con i comuni sciolti, i primi due per mafia. “Retata di sindaci in Calabria”, era il surreale titolo de “la Repubblica”. Evidentemente non ci troviamo in un posto normale, in una situazione ordinaria; ed in generale, gli enti locali non sembrano in grado di rispondere neppure alle esigenze dei cittadini locali.

In questo inverno è accaduto di tutto, grazie all’azione combinata del maltempo, con piogge forti e continue; della fragilità di un territorio strutturalmente debole; dell’azione degli uomini che tra abusi edilizi ed interventi a dir poco superficiali (primi fra tutti i lavori sulle reti stradali) hanno creato settimane di vero isolamento rispetto all’esterno e di spostamenti impossibili per i calabresi.

In un contesto del genere come aspettarsi interventi per gli immigrati?

Eppure con un po’ di lungimiranza i politici avrebbero potuto risolvere il problema – sarebbero bastati pochi interventi immediati alla Cartiera, più volte sollecitati; invece hanno aspettato, hanno “sopportato” i continui reportage che hanno raccontato questo angolo di Calabria come un pezzo d’Africa che sta in Europa per chissà quale motivo. E’ il concetto espresso, ad esempio, dal servizio della BBC.

Ai vari enti sono stati presentati diversi e fantasiosi progetti a molti zeri, c’è stato persino chi ha proposto un museo dell’Agricoltura o borse lavoro per coltivare kiwi.

C’è evidentemente un solco incolmabile tra una politica che ragiona in termini di creazione del consenso con la distribuzione clientelare di fondi pubblici, che ha tempi lunghi e vive come fosse sempre in campagna elettorale ed una emergenza straordinaria da risolvere in tempi brevissimi (finita la raccolta, a primavera i lavoratori stranieri vanno via), anche se probabilmente non farà ottenere un solo voto.

Alla fine gli interventi ci sono stati, anche se tardivi, in particolare alla “Rognetta”, il rudere che ospita soprattutto maghrebini. La Regione è sembrato l’ente meno immobile, diciamo così. Con qualche eccezione, tra rimpalli di responsabilità, conferenze stampa che annunciavano interventi non attuati, enti indifferenti, altri pronti a ragionare in termini di progetti cervellotici la politica calabrese ha offerto il solito triste spettacolo.

Devo dire che destino migliore non spetta ai cittadini calabresi. Se l’attenzione dei media ha “costretto” i politici ad effettuare qualche intervento alla Cartiera, lo stato dei trasporti, della sanità ed in genere delle infrastrutture essenziali è ormai davvero penoso, proprio mentre un mare di soldi precipita da Bruxelles su questa regione dal destino beffardo.

6) Che lavoro riescono a fare i mediatori culturali?

E’ una opinione strettamente personale, ma non ho mai avuto la sensazione che le esigenze primarie fossero quelle di mediazione culturale, di tipo “immateriale”, come quelle presentate dei progetti citati prima, o bisogni urgentissimi di integrazione con la popolazione.

E, comunque, se questi ci fossero, verrebbero dopo le esigenze primarie calpestate: innanzitutto il diritto al lavoro, cioè a condizioni di lavoro dignitose; poi quello alla salute, a condizioni di vita decenti; infine quello alla sicurezza, ad esempio il sacrosanto diritto non essere il bersaglio di scapestrati o criminaloidi al ritorno a “casa” dopo 14 ore di lavoro durissimo.

7) Il libro s’intitola “Gli africani salveranno Rosarno”, come mai è stato scelto questo titolo provocatorio?

Sinceramente non penso che il titolo sia provocatorio, anche se questo è stato osservato da più parti. Il titolo esprime esattamente uno dei concetti principali del libro, e cioè che il gesto di ribellione degli africani può essere un simbolo di salvezza per tutti coloro che vivono non solo a Rosarno ma in tutte le aree oppresse dalla mafia ed in generale da forme di dominio basate sulla violenza.

Ho anche aggiunto un sottotitolo – “E, probabilmente, anche l’Italia” – per indicare che coloro che i media bollano come “clandestini” – e di conseguenza pericolosi, marginali, portatori di problemi e malattie – sono in realtà persone desiderose di lavorare e vittime di violenza. In più, arrivano sani e si ammalano qui per le spaventose condizioni in cui vivono.

Ascoltando le loro voci, del resto, si cambia rapidamente idea. Durante la presentazione del libro a Rosarno, molti ragazzi africani sono intervenuti in corretto inglese o francese, esprimendo valori universali che nessun politico italiano potrebbe citare senza arrossire, ammesso che si ricordi di una retorica che non sia quella bassamente in voga negli ultimi anni, bassamente rivolta alla “pancia” degli interlocutori.

Un amico giornalista mi raccontava che, mentre raccoglieva delle testimonianze alle 5 di mattina sulla Nazionale, si è trovato a discutere con un ragazzo di Sidi Ma’ruf , Marocco. Mentre aspettava che un caporale o un proprietario lo caricasse sul suo mezzo, parlava dei rosarnesi, di Cartesio e della poesia araba. Aveva studiato al liceo, a Baidà. Conosceva Battuta, Darwish, Qabbani e Mahfuz.

Se la realtà fosse quella descritta dai media non avremmo bisogno di uscire di casa per capire. Invece poche ore a Rosarno rappresentano un totale rovesciamento dei luoghi comuni del telegiornale e di tanta politica, che rende il libro interessante anche per chi non vive a Rosarno, forse ancora di più.
8) Nel libro è molto interessante come viene contestualizzata, tra arcaismo sociale ed economia globalizzata, la vita a Rosarno e nei dintorni. In sintesi, puoi spiegarci quali sono le considerazione che hai fatto e su quali basi poggiano? Ad esempio nel libro parli di uno dei rampolli del potente clan Mancuso che fa una rapina per mille euro.

Per 48 ore ho accompagnato un mio amico – del Nord Italia – che stava scrivendo un reportage su Rosarno. Stando finalmente in disparte, ho potuto apprezzare le strategie comunicative – diciamo così – che i rosarnesi attuano per presentare la propria realtà all’esterno.

Dalle testimonianze raccolte emerge che la mafia, semplicemente, non esiste. In altre parole, dopo due giorni di testimonianze, interviste e resoconti nessuno aveva citato la ‘ndrangheta, meno che mai i Pesce e i Bellocco.

Gli episodi di violenza erano immancabilmente marginali, la responsabilità sempre dei media e del loro desiderio di criminalizzare il paese. La causa di questa rimozione, secondo me, deriva dal terrore militare che i gruppi mafiosi sono riusciti ad imporre, dopo la sconfitta storica dell’era di Valarioti e Lavorato.

Gran parte di questo terrore deriva sia dall’esperienza diretta sia dal modo in cui la mafia viene presentata.

Si uccide per futili motivi, puoi morire con una sventagliata di kalashnikov dopo una lite per un parcheggio. Si uccide in maniera spettacolare, direi quasi cinematografica. Per una serie di coincidenze, o forse per le tecniche sempre più feroci usate negli agguati, molte delle vittime recenti della violenza criminale sono decedute dopo lunghe agonie, alcune durate diversi mesi.

Il ragazzo di Filadelfia – nei pressi di Vibo Valentia – picchiato e bruciato vivo per futili motivi nel periodo di Capodanno, che si è spento all’ospedale di Bari a metà del marzo successivo. Per non parlare dell’omicidio di Locri del 20 marzo 2009, avvenuto davanti ad una scuola, all’uscita dei bambini. Anche questo nato da motivazioni a dir poco futili, uno schiaffo dopo una partita a carte. E tutti pensano che, data la parentela della vittima coi Cordì, non finirà qui.

A questo aggiungo le tante descrizioni alla moda che utilizzano e stravolgono la metafora di “Gomorra” e del “sistema”. Leggendo di “Al Qaeda” e mafia liquida, che dunque penetra in ogni anfratto, di mafia globale distribuita su cinque continenti, di un inferno senza redenzione chi avrà mai voglia non dico di ribellarsi ma semplicemente di testimoniare contro un criminale?

Eppure guardando ancora una volta la realtà e non i luoghi comuni, colpiscono i comportamenti di quattro dei figli dei boss più potenti del rosarnese e del vibonese impegnati in rapine da quattro soldi, aggressioni gratuite, rapimenti di fidanzate.

Oltre che arcaica, questa mafia appare realmente rozza. E’ difficile capire come possa esercitare un dominio tanto ferreo sul territorio, quel che è certo è che si tratta di un potere esercitato con forza e brutalità: con lo stesso spirito, la stessa arroganza e l’identica ottusità con cui i baroni ed i latifondisti esercitavano il loro potere sui braccianti e sui contadini solo alcuni decenni fa.

9) I migranti sono stati protagonisti della prima rivolta antimafia da tanti anni a questa parte nella Piana. Puoi raccontarci questo riot e qual è il rapporto con quella di Castel Volturno?

Molti dei protagonisti della rivolta di dicembre un paio di mesi prima avevano dato vita a quella di Castel Volturno. La comunità ghanese, infatti, è impegnata d’estate nella raccolta dei pomodori, d’inverno in quella delle arance, e si sposta stagionalmente tra le due regioni.

Quest’anno hanno visto i loro compagni brutalmente uccisi in Campania, gravemente feriti in Calabria, a distanza di poche settimane.

Non ne hanno potuto più, evidentemente. Non ne hanno potuto più di questo Sud criminaloide, a cui invece i locali sembrano assuefatti.

10) Quanti episodi di violenza ci sono stati dopo la rivolta? Qualcosa è cambiato?

Non ci sono stati altri episodi di violenza contro gli immigrati (non così verso i rosarnesi, è stata persino incendiata l’utilitaria delle suore), e questa è l’unica cosa che è realmente cambiata. Lo scopo dell’Osservatorio (il soggetto che abbiamo costituito dopo la rivolta) era quello di tenere alta l’attenzione ed impedire altri episodi di violenza. A dicembre sembrava davvero un obiettivo ambizioso, la rabbia e lo scoramento erano tante, perché dai primi anni ’90 ogni anno si ripetevano queste piccole e grandi aggressioni e mai nulla era cambiato. Ogni inverno come quello precedente.

Superata la fase basata sulla comunicazione, abbiamo provato a chiedere interventi per la Cartiera e la Rognetta, ma la politica come detto prima ha fatto poco e soprattutto ha agito in ritardo. Un gruppo legale ha raccolto i documenti di centinaia di persone, solo in pochi casi è stato possibile intervenire, la legge lascia spiragli sempre più piccoli, ma è stato utile avere una radiografia delle situazioni presenti, anche per “destrutturare” l’alibi della clandestinità che in troppi usavano per giustificare l’immobilismo.

Evidenzio anche la grande presenza della società civile: sono state organizzare raccolte di abiti, coperte, anche dai paesi vicini.

Penso anche alle continue visite alla Cartiera, all’iniziativa all’Auditorium del 22 febbraio 2009 in cui abbiamo presentato il libro. Sicuramente, in questo durissimo inverno, gli africani sono stati meno soli rispetto agli anni precedenti.

11) La legge Bossi-Fini ed i continui attacchi ai migranti da parte questo governo di razzisti come influenzano la vita di queste persone?

Con molta amarezza, posso dire che non riesco ad immaginare alcun peggioramento nelle condizioni degli africani di Rosarno, forse con l’eccezione dell’assistenza sanitaria di cui finora hanno tutto sommato goduto. Gente che non può denunciare una violenza subita perché sarebbe espulsa subito dopo, che vive tutti gli aspetti peggiori della clandestinità può solo migliorare la propria condizione.

Le campagne sulla sicurezza e la criminalizzazione delle migrazioni rendono sicuramente più difficili gli interventi. Abbiamo impiegato circa un mese a spiegare che dietro la vita di un “clandestino” si nascondono situazioni di necessità, ingorghi della burocrazia, a volte persino coincidenze sfortunate. Se per assurdo adottassimo anche per i residenti un sistema che lega permesso di soggiorno a contratto di lavoro in regola quanti calabresi potrebbero sfuggire alla clandestinità?

A questo si aggiunge una ulteriore opera di denigrazione, che voleva intorno alla “fabbrica” un insieme di fumosi e non precisati interessi, ulteriore alibi per non fare nulla.

Le leggi razziste volute dalla Lega non vogliono espellere gli immigrati dall’Italia, vogliono mantenerli in una condizione servile, sotto ricatto. La fascia di immigrazione irregolare che lavora nell’agricoltura del Sud Italia non accetterebbe mai condizioni tanto dure in presenza di un’alternativa; comunque inizierebbe ad organizzarsi ed a rivendicare diritti: sanno bene di essere indispensabili e di sostenere un intero settore economico. Senza di loro tante campagne del Meridione sarebbero condannate allo spopolamento. Dunque possono pure stare a lavorare (tutti li vedono ma nessuno li caccia), ma da schiavi.

Come ha detto esplicitamente il ministro dell’Interno Maroni, occorre essere cattivi. Sono le parole di un nazista.

12) Un vortice di ‘ndrangheta, sfruttamento, violenza gratuita, morti ammazzati, viaggi della speranza. Come se ne esce? Come si può migliorare la situazione dei migranti che arrivano in Calabria? Cosa possiamo fare noi?

Ho frequentato per una decina di anni il vibonese, e mai ho sentito nominare i Mancuso, che invece sono celeberrimi nelle cronache nere e nei rapporti giudiziari di mezzo mondo. Solamente, ho colto di rado qualche riferimento realmente grottesco, del tipo “quelli lì”, la “famiglia” o addirittura la “Banda Bassotti”. Pur se pronunciato nella sicurezza della propria abitazione, tra quattro mura, ogni riferimento alla mafia avveniva sempre a bassa voce.

I clan non hanno solo il controllo militare del territorio: hanno conquistato pure le anime, terrorizzato le menti. Ecco perché la rivolta di Rosarno mi è sembrata così importante!

E’ un segnale che dice: tutti insieme la paura scompare; da ora in poi saranno loro a doversi preoccupare, a doversi nascondere. Invece, sembra che questo segnale non sia stato colto del tutto. Come dicevo, qualche settimana fa ignoti hanno dato fuoco all’auto delle suore di Rosarno, all’interno dell’Oratorio.

Anche questa sarà giudicata una provocazione: ma cosa sarebbe successo se le suore fossero scese in piazza, non dico a rovesciare cassonetti ma a gridare la propria indignazione? Sarebbe stato un fatto simbolico in continuità con la rivolta di dicembre, avrebbe attirato l’attenzione internazionale, avrebbe forse fermato questa sequenza interminabile di atti criminali. Si è scelto invece di parlare genericamente di “inciviltà”.

L’Osservatorio ha proposto, durante la giornata del 22 febbraio all’Auditorium, di assegnare il premio Valarioti alla comunità africana.

Si tratta di un riconoscimento che negli anni il Comune assegnava ad un personaggio di rilievo, e che è intitolato a Giuseppe Valarioti, segretario del Partito Comunista, vittima della mafia. La proposta è caduta nel vuoto.

Per questo guardo con maggiore fiducia agli africani. Se non salveranno Rosarno, hanno l’energia morale per salvare sé stessi.

Per quanto riguarda i migranti in Calabria, non credo che si tratti di un fenomeno strutturale, quanto il frutto di una serie di contingenze che portano gruppi di migranti in un determinato luogo, stagionalmente. Se si esclude la Piana, non vedo grandi concentrazioni di stranieri nella regione. Una buona percentuale di presenza degli immigrati è legata al Centro di Crotone, ed anche questa è temporanea. Per quella che è la mia esperienza, ogni migrante ha un progetto di vita estremamente chiaro e strutturato; al primo punto, mette il miglioramento della propria condizione di vita, al secondo mandare soldi a casa. Oggi in Calabria è difficile trovare le condizioni per fare anche solo una di queste due cose.

Spesso chi si trova nella regione è convinto di trovare uno Stato meno pressante, controlli meno severi, ma presto capisce tanti altri sono gli svantaggi di questa permanenza.

Per quanto riguarda “ciò che è possibile fare”, l’Osservatorio dimostra che pochissime persone, se determinate ed in grado di usare al meglio gli strumenti offerti dalla tecnologia, possono comunicare in maniera efficace, attirare l’attenzione, esercitare una pressione democratica sulla politica.

Per altri aspetti si è trattato di un esperimento di “citizen journalism”, di informazione dal basso che ha coinvolto i media “mainstream”.

Dal punto di vista sociale, invece, occorre contrastare la fuga nel privato, che spesso è un disperato tentativo di rendere a sé stessi e soprattutto agli altri meno sgradevole la realtà che si vive, con risultati sinceramente grotteschi. Quella che agli occhi del mondo esterno è un “antimondo” segnato dalla violenza può essere disegnato come un paese caratterizzato da episodi sporadici evidenziati ed ingigantiti da media malevoli.

“Ormai si vive ritirati”, mi diceva un testimone rosarnese, riferendosi alla prevalenza dello spazio privato su quello pubblico. Con parole più dure, diremmo che la quotidianità scorre nell’ossessivo tragitto casa-lavoro. Che la cura delle abitazioni e della famiglia ha il compito di riempire le esistenza, con la speranza nascosta che i problemi esterni non vengano a turbare la tua quiete: talvolta anche “farsi i fatti propri” può non essere sufficiente.

In questi casi si ricorre al fatalismo, al destino. Ma non è il caso a decidere che i problemi esterni ti entrino in casa, sfondino la porta blindata della tua bella abitazione. E’ la gravità dei problemi a far precipitare gli eventi.

Gli africani hanno dato una grande lezione: contro la rassegnazione, contro il fatalismo. Ecco perché a me sembra provocatorio parlare di silenzio, di prudenza. Non di salvezza.

info sul libro:
Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l`Italia.
A cura di Antonello Mangano.
Terrelibere.org edizioni. Febbraio 2009. Interventi di Giuseppe Lavorato, Fulvio Vassallo Paleologo, Fortress Europe. Prefazione di Valentina Loiero. Postfazione di Tonio Dell`Olio.
In seguito al ferimento di due lavoratori della Costa d’Avorio, gli africani di Rosarno si ribellano. E’ il 12 dicembre 2008. Il loro gesto segna il confine tra la rassegnazione e la protesta, tra il consueto e l’inaccettabile.
Non sono i cittadini italiani a trovare il coraggio della rivolta civile, ma “clandestini” senza diritti e documenti. Rosarno è uno dei tanti paesi agricoli del Meridione dove gli immigrati sono sfruttati, sottopagati, umiliati. Ma è anche l’unico dove, fin dal 1992, sono vittime di sconcertanti episodi di violenza, comprese estorsioni e rapine, in un contesto dove la popolazione è oppressa da un sistema mafioso fatto di narcotraffico intercontinentale ed arcaismo brutale, boss rapinatori e violenze quotidiane.
La storia della Piana è però molto contraddittoria, ed ha vissuto momenti eroici, anche recenti, di lotta al latifondo ed alla mafia. L’ esempio degli africani, che rifiutano il fatalismo fino dal momento della partenza, indica a tutti gli italiani una possibile via di salvezza…

autistici.org/teleimmagini


La cartiera di Rosarno

Posted under Articoli,Local news by Kioshi on Monday 6 October 2008 at 10:55 am

In Italia, dal 1992 esiste una legge che eroga finanziamenti a fondo perduto per attività produttive da insediare nelle zone economicamente depresse del paese. Questa legge si chiama 488 ed ha sostituito la vecchia ed ormai impresentabile Cassa del Mezzogiorno. Si stima che dall’entrata in vigore della sopra citata legge i solerti e coraggiosi imprenditori italiani (gente che non muove un dito senza un finanziamento pubblico, ma che farnetica continuamente di libero mercato) hanno truffato allo Stato circa 80 miliardi di euro.
La storia della cartiera di Rosarno parte proprio da uno di questi finanziamenti pubblici: 9 milioni di euro vengono generosamente regalati ad un imprenditore bresciano di nome Cadenotti che memore di un noto film di Woody Allen prende i soldi e scappa.
A testimoniare il passaggio di questo benefattore proveniente dal nord produttivo, nel comune della piana rimane una struttura (la cartiera) che viene utilizzata come casa dai migranti che arrivano nella zona durante il periodo della raccolta delle arance.
Queste persone dormono in condizione igieniche pessime, abbandonati a loro stessi ed alla violenza razzista di una parte della popolazione locale. Non sono pochi i casi di lavoratori pestati e derubati mentre tornavano verso la cartiera. A Rosarno la caccia all’immigrato è diventata un’attività ricreativa ed è molto difficile contrapporsi a queste pratiche fasciste per le persone che vogliono avvicinare i braccianti ed aiutarli a vivere in maniera meno drammatica il loro lavoro. A questo va aggiunte che le cosche la fanno da padrone e non gradiscono che le braccia che hanno ordinato si mettano pure a stringere rapporti con la gente del luogo. Devono rimanere nell’indigenza in cui sono arrivati, non devono avere la certezza se quel giorno mangieranno o meno.
I migranti arrivano da vari paesi: ci sono senegalesi, ivoriani, rumeni o liberiani.
All’alba vengono reclutati sulle strade. Nessuno di loro quando si sveglia sa se quel giorno lavorerà o meno, chi viene scartato torna alla cartiera o cerca di trovare un modo per svoltare la giornata.
I prescelti salgono su pick-up o furgoni e vengono scaricati sul posto di lavoro. Ovviamente “il passaggio” lo pagano, pare costi cinque euro, circa un quinto della loro paga giornaliera.
Lavorano tra le dodici e le quattordici ore al giorno.
Rosarno è il laboratorio della Bossi-Fini: arrivi in paese, lavori e riparti per andare a lavorare in un’altra zona dove c’è bisogno delle tue braccia e della tua schiena.
In mezzo c’è qualche retata fatta ad hoc dalle forze dell’ordine, i maltrattamenti, le minacce e certe volte anche un morto, come è successo ad un giovane rumeno rapinato ed ucciso.
Nel novembre 2007 Medici senza frontiere ha realizzato un’indagine nella zona tra Rosarno, San Ferdinando e contrada Marotta evidenziando come la situazione in quei luoghi, per i migranti non sia dissimile da quella di una crisi umanitaria.
Pensando a questa storia non si può non riflettere sul fatto che la Calabria (terra di emigrati) è la prima meta toccata da molte persone che sbarcano in Italia. Il primo impatto con il belpaese è ‘ndrangheta, sfruttamento e razzismo.
A settembre esce Un destino sgarbato – storia degli schiavi di Rosarno un libro importante di Antonello Mangano che racconta le storie di queste persone che arrivano in un luogo che ha dimenticato di non essere “nord produttivo”, ma anch’esso sud del mondo.


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