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Un uomo da bruciare

“Ancilu era e nun avìa l’ali, santu nun era e miraculi facìa ‘ncelu acchianava senza cordi e scali e senza appidamenti nni scinìa, era l’amuri lu so’ capitali e sta ricchezza a tutti la spartìa Turiddu Carnivali nnuminatu E comu Cristu murìu ammazzatu”. tratto da Lamentu pi la morti di Turiddu Carnevali di Ignazio Buttitta Un uomo da bruciare  è un film straordinario scritto e diretto da Valentino Orsini e Paolo e Vittorio Taviani nel 1962. La storia che vi si narra è liberamente ispirata alla vita di Salvatore ‘Turiddu’ Carnevale (interpretato da Gian Maria Volontè), sindacalista siciliano, ucciso il 16 maggio del 1955 da mano mafiosa su ordine dei latifondisti di Sciara, in provincia di Palermo. La storia di Turiddu Carnevale è emblematica di un passaggio, importante, della storia del nostro paese e del Meridione: Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre, sintetizza così il concetto: «l’uccisione di Carnevale segnò simbolicamente il passaggio della mafia dalle campagne alla città. Dal feudo alle cave, dalla lotta per la terra alla difesa dei diritti sindacali, fu un processo continuo di emancipazione fondata sull’organizzazione moderna degli sfruttati. Carnevale fu ucciso mentre si recava nella cava dove aveva iniziato una dura lotta sindacale per il rispetto delle otto ore giornaliere di lavoro». Nel film di Orsini e dei fratelli Taviani, si racconta anche questo passaggio, con coraggio, in un periodo dove non esisteva neppure il reato di associazione mafiosa. I mandanti dell’omicidio Carnevale, non furono mai scoperti ed il processo si concluse con tre assoluzioni. Tra i difensori dei tre accusati c’era il futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone. I giornali del continente trattarono questo omicidio con sufficienza, cercando di denigrare la figura di Carnevale. Il giornale padronale per eccellenza, Il Corriere della Sera, dedica un trafiletto alla vicenda, non sentendo il bisogno di approfondire queste storie di terroni. In Sicilia, c’erano voluti parecchi morti per sollecitare gli abitanti dell’ isola a votare per la Democrazia Cristiana e non per socialisti e comunisti. Ci ricorda Umberto Ursetta nella presentazione del suo libro Salvatore Carnevale. La mafia uccise un angelo senza ali, che “Nel giro di pochi anni, dal 1944 al 1948, sono quarantuno le persone assassinate e centinaia quelle ferite. L’episodio più eclatante della strategia terroristica della mafia è la strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio del 1947 in occasione della festa del lavoro.” Il Fronte popolare (Partito Socialista e Partito Comunista) vinse le elezioni dell’ Assemblea Regionale Siciliana, tenutesi il 20 aprile 1947. Il 18 aprile del 1948, alle elezioni politiche, la DC ottene uno straordinario consenso in Sicilia e vinse anche le elezioni nazionali. Nei primi dieci giorni di marzo dello stesso anno vengono uccisi Epifanio Li Puma e Placido Rizzotto due dirigenti sindacali molto in vista, riconosciuti come leader popolari. Scrive così Umberto Ursetta sempre nella presentazione del suo libro: “La mattanza consumatasi nella seconda metà degli anni quaranta non aveva avuto come teatro solo la Sicilia, le masse lavoratrici dell’intero Meridione erano state colpite da un’ondata di brutale violenza. In tutte le regioni furono in molti a cadere sotto il piombo della mafia e delle forze di polizia. Lo scontro sociale in quegli anni si manifestò in forme molto aspre. Gli interessi padronali furono difesi con particolare durezza e si può tranquillamente dire, senza tema di sbagliare, che ci fu una pianificazione nella repressione delle lotte dei braccianti e dei contadini nelle campagne e nei centri urbani agricoli. Solo così si spiega l’elevato numero di caduti che si ebbe in quegli anni.” L’omicidio di Carnevale matura in un contesto pacificato, in una situazione in cui c’erano ancora molti diritti da conquistare, ma bisognava già iniziare a difendere quelli appena conquistati. Quest’anno ricorrono anche altri due anniversari importanti: uno di Giuseppe Valarioti, segretario del Partito Comunista di Rosarno, assassinato l’11 giugno del 1980  e l’altro di Giannino Lo Sardo, segretario capo della procura di Paola (CS) ed esponente comunista di Cetraro, ucciso il 21 giugno dello stesso anno. Tutti e due gli omicidi hanno a che fare con la ‘ndrangheta, ma in tutti e due i casi i moventi non sono stati provati al di sopra ogni ragionevole dubbio, soprattutto per quanto riguarda il delitto Lo Sardo i punti oscuri rimangono moltissimi. Claudio Metallo
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