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Voi li chiamate clandestini…

Raccontare gli africani di Rosarno, migranti senza documenti. Intervista ad Antonello Mangano autore del libro Gli africani salveranno Rosarno e, probabilmente, anche l’Italia. Voi li chiamate clandestini… Raccontare gli africani di Rosarno, migranti senza documenti. Intervista ad Antonello Mangano. Antonello Mangano ha pubblicato ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni, dell’antimafia, della telematica. Si occupa di formazione, software libero e di forme alternative di comunicazione e distribuzione delle informazioni. E’ tra gli animatori del sito www.terrelibere.it. In occasione dell’uscita del suo nuovo libro, Gli africani salveranno Rosarno,  ci ha concesso una lunga ed interessante intervista. Il libro può essere acquistato sul sito www.terrelibere.it. Il libro racconta un pezzo d’Europa dimenticato, analizza aspetti socio-economici (lavoratori marginali inseriti in un contesto mafioso moderno ed arcaico), giuridici (come le leggi razziste producono marginalità fino al lavoro servile), storici (dall’occupazione delle terre all’omicidio Valarioti fino alle lotte di massa contro la mafia), geopolitico (le grandi migrazioni dall’Africa all’Europa) “Non c’è un posto in Italia come Rosarno, che come Rosarno riassuma i drammi e le contraddizioni della nostra epoca. Dall’economia globale a quella criminale, dalla mafia alle migrazioni. Il libro analizza l’aspetto socio-economico (lavoratori marginali inseriti in un contesto mafioso moderno ed arcaico), quello giuridico (come le leggi razziste producono marginalità fino al lavoro servile), storico (dall’occupazione delle terre all’omicidio Valarioti fino alle lotte di massa contro la mafia), geopolitico (le grandi migrazioni dall’Africa all’Europa)” Non c’è un posto in Italia come Rosarno, che come Rosarno riassuma i drammi e le contraddizioni della nostra epoca. Dall’economia globale a quella criminale, dalla mafia alle migrazioni”. 1) Perché è nato questo libro? Inizialmente nasce come uno studio sulle migrazioni nella Piana e come denuncia sulle condizioni di vita dei lavoratori africani. Dopo la rivolta di dicembre, quando gli africani di Rosarno si sono ribellati all’ennesimo episodio di violenza, è diventato qualcos’altro, difficile da definire. E’ un libro politico, è un grido di protesta, è una ricognizione. E’ anche un testo a più voci dove ogni autore affronta un aspetto diverso: Lavorato analizza il problema da un punto di vista storico, Vassallo quello giuridico, Del Grande l’aspetto geopolitico; per finire col lato economico e sociale di cui mi occupo io. 2) Che cos’è la Cartiera di Rosarno? Come nasce la struttura e come diventa un luogo attraversato dai migranti che arrivano in Calabria per lavorare? La “Cartiera” è una triste metafora della Calabria odierna. Nasce con ottime intenzioni – una moderna fabbrica per portare sviluppo e lavoro – e diventa la prima delle incompiute dell’area industriale. Sottolineo che gli imprenditori della ex Modul System, ditta specializzata nella produzione di carta per telescriventi, erano romagnoli. La fabbrica abbandonata è finita sotto sequestro giudiziario, ma nella sua articolata storia esiste persino un solenne protocollo di intesa – firmato in Prefettura nel gennaio 2007 – tra tutti gli enti locali coinvolti per trasformarlo in “centro di accoglienza”. In realtà è diventata semplicemente la “casa” per tutti coloro che hanno bisogno di stare appartati – perché privi di documenti – oppure banalmente perché non possono permettersi i soldi di un affitto, che renderebbe passivo il bilancio di un inverno durissimo trascorso a raccogliere arance. 3) Perché i migranti si fermano qui? Lo spiega bene Fulvio Vassallo nel capitolo intitolato “Diritti negati e sfruttamento. Dall’accoglienza al lavoro servile”. Ci sono due tipi di percorsi: quello che da Lampedusa porta a Crotone, e quindi a Rosarno; migranti in stato di necessità, spesso richiedenti asilo, denegati (coloro che hanno ricevuto una risposta negativa alla richiesta di asilo), irregolari, i quali vedono nella raccolta delle arance il modo migliore – oppure il più veloce – per raccogliere qualche soldo ed andare via dalla Calabria. Un altro gruppo è invece residente da tempo in Italia, e lavora in agricoltura, in particolare nella raccolta stagionale; si sposta in tutto il Meridione in base al periodo: i pomodori d’estate in Puglia e Campania, la vendemmia nel Belice, e così via. D’inverno non c’è molto da fare se non la raccolta delle arance. Va sottolineato che il turn over è elevatissimo. Dopo la prima esperienza, cioè, quasi nessuno torna l’anno successivo. Evidentemente c’è sempre, ogni anno, un buon numero di persone che ha necessità di lavorare nei mesi più freddi dell’anno. In molti ci dicevano che sono venuti al Sud dopo aver perso il posto in fabbriche del Nord. La Bossi-Fini, che prima di essere una cattiva legge è una legge cattiva, lega il contratto di lavoro al permesso di soggiorno. Senza documenti, gli africani finiscono nei luoghi dove immaginano di trovare uno Stato meno pressante, meno rigido, meno presente. Purtroppo trovano anche contesti caratterizzati da una violenza spesso cieca e gratuita, a volte letale. 4) Quali sono le storie tipiche di migrazioni di chi si ritrova nella cartiera? Che lavori vengono a fare i migranti ed in che condizioni li svolgono? Nella Piana non c’è molto altro da fare se non la raccolta. Le industrie di trasformazione appaiono sempre più in crisi, ed andrebbe analizzato il ruolo della mafia nel prosciugare una economia un tempo fiorente. Truffe (le “arance di carta” del 2007), estorsioni, violenza diffusa, annullamento del capitale sociale sono i principali segnali della presenza criminale. C’è da chiedersi se la Piana, senza clan mafiosi, non potrebbe somigliare alle aree agricole caratterizzate da relativo benessere che pure al Sud esistono, penso ad esempio al ragusano. Le storie tipiche dei migranti sono quelle indicate nella risposta precedente. Il tratto comune è che si tratta di gente in fuga. Che non vuole stare a Rosarno un minuto in più del necessario. Che chiede i documenti, ovvero il presupposto per lavorare in tranquillità. Il paradosso più incredibile è proprio questo: la legge impedisce a chi vuole lavorare di farlo. 5) Le istituzioni cosa fanno? La regione, il comune e la provincia come si muovono? Nell’inverno 2008/2009 Rosarno, Gioia Tauro e San Ferdinando si sono ritrovati con i comuni sciolti, i primi due per mafia. “Retata di sindaci in Calabria”, era il surreale titolo de “la Repubblica”. Evidentemente non ci troviamo in un posto normale, in una situazione ordinaria; ed in generale, gli enti locali non sembrano in grado di rispondere neppure alle esigenze dei cittadini locali. In questo inverno è accaduto di tutto, grazie all’azione combinata del maltempo, con piogge forti e continue; della fragilità di un territorio strutturalmente debole; dell’azione degli uomini che tra abusi edilizi ed interventi a dir poco superficiali (primi fra tutti i lavori sulle reti stradali) hanno creato settimane di vero isolamento rispetto all’esterno e di spostamenti impossibili per i calabresi. In un contesto del genere come aspettarsi interventi per gli immigrati? Eppure con un po’ di lungimiranza i politici avrebbero potuto risolvere il problema – sarebbero bastati pochi interventi immediati alla Cartiera, più volte sollecitati; invece hanno aspettato, hanno “sopportato” i continui reportage che hanno raccontato questo angolo di Calabria come un pezzo d’Africa che sta in Europa per chissà quale motivo. E’ il concetto espresso, ad esempio, dal servizio della BBC. Ai vari enti sono stati presentati diversi e fantasiosi progetti a molti zeri, c’è stato persino chi ha proposto un museo dell’Agricoltura o borse lavoro per coltivare kiwi. C’è evidentemente un solco incolmabile tra una politica che ragiona in termini di creazione del consenso con la distribuzione clientelare di fondi pubblici, che ha tempi lunghi e vive come fosse sempre in campagna elettorale ed una emergenza straordinaria da risolvere in tempi brevissimi (finita la raccolta, a primavera i lavoratori stranieri vanno via), anche se probabilmente non farà ottenere un solo voto. Alla fine gli interventi ci sono stati, anche se tardivi, in particolare alla “Rognetta”, il rudere che ospita soprattutto maghrebini. La Regione è sembrato l’ente meno immobile, diciamo così. Con qualche eccezione, tra rimpalli di responsabilità, conferenze stampa che annunciavano interventi non attuati, enti indifferenti, altri pronti a ragionare in termini di progetti cervellotici la politica calabrese ha offerto il solito triste spettacolo. Devo dire che destino migliore non spetta ai cittadini calabresi. Se l’attenzione dei media ha “costretto” i politici ad effettuare qualche intervento alla Cartiera, lo stato dei trasporti, della sanità ed in genere delle infrastrutture essenziali è ormai davvero penoso, proprio mentre un mare di soldi precipita da Bruxelles su questa regione dal destino beffardo. 6) Che lavoro riescono a fare i mediatori culturali? E’ una opinione strettamente personale, ma non ho mai avuto la sensazione che le esigenze primarie fossero quelle di mediazione culturale, di tipo “immateriale”, come quelle presentate dei progetti citati prima, o bisogni urgentissimi di integrazione con la popolazione. E, comunque, se questi ci fossero, verrebbero dopo le esigenze primarie calpestate: innanzitutto il diritto al lavoro, cioè a condizioni di lavoro dignitose; poi quello alla salute, a condizioni di vita decenti; infine quello alla sicurezza, ad esempio il sacrosanto diritto non essere il bersaglio di scapestrati o criminaloidi al ritorno a “casa” dopo 14 ore di lavoro durissimo. 7) Il libro s’intitola “Gli africani salveranno Rosarno”, come mai è stato scelto questo titolo provocatorio? Sinceramente non penso che il titolo sia provocatorio, anche se questo è stato osservato da più parti. Il titolo esprime esattamente uno dei concetti principali del libro, e cioè che il gesto di ribellione degli africani può essere un simbolo di salvezza per tutti coloro che vivono non solo a Rosarno ma in tutte le aree oppresse dalla mafia ed in generale da forme di dominio basate sulla violenza. Ho anche aggiunto un sottotitolo – “E, probabilmente, anche l’Italia” – per indicare che coloro che i media bollano come “clandestini” – e di conseguenza pericolosi, marginali, portatori di problemi e malattie – sono in realtà persone desiderose di lavorare e vittime di violenza. In più, arrivano sani e si ammalano qui per le spaventose condizioni in cui vivono. Ascoltando le loro voci, del resto, si cambia rapidamente idea. Durante la presentazione del libro a Rosarno, molti ragazzi africani sono intervenuti in corretto inglese o francese, esprimendo valori universali che nessun politico italiano potrebbe citare senza arrossire, ammesso che si ricordi di una retorica che non sia quella bassamente in voga negli ultimi anni, bassamente rivolta alla “pancia” degli interlocutori. Un amico giornalista mi raccontava che, mentre raccoglieva delle testimonianze alle 5 di mattina sulla Nazionale, si è trovato a discutere con un ragazzo di Sidi Ma’ruf , Marocco. Mentre aspettava che un caporale o un proprietario lo caricasse sul suo mezzo, parlava dei rosarnesi, di Cartesio e della poesia araba. Aveva studiato al liceo, a Baidà. Conosceva Battuta, Darwish, Qabbani e Mahfuz. Se la realtà fosse quella descritta dai media non avremmo bisogno di uscire di casa per capire. Invece poche ore a Rosarno rappresentano un totale rovesciamento dei luoghi comuni del telegiornale e di tanta politica, che rende il libro interessante anche per chi non vive a Rosarno, forse ancora di più. 8) Nel libro è molto interessante come viene contestualizzata, tra arcaismo sociale ed economia globalizzata, la vita a Rosarno e nei dintorni. In sintesi, puoi spiegarci quali sono le considerazione che hai fatto e su quali basi poggiano? Ad esempio nel libro parli di uno dei rampolli del potente clan Mancuso che fa una rapina per mille euro. Per 48 ore ho accompagnato un mio amico – del Nord Italia – che stava scrivendo un reportage su Rosarno. Stando finalmente in disparte, ho potuto apprezzare le strategie comunicative – diciamo così – che i rosarnesi attuano per presentare la propria realtà all’esterno. Dalle testimonianze raccolte emerge che la mafia, semplicemente, non esiste. In altre parole, dopo due giorni di testimonianze, interviste e resoconti nessuno aveva citato la ‘ndrangheta, meno che mai i Pesce e i Bellocco. Gli episodi di violenza erano immancabilmente marginali, la responsabilità sempre dei media e del loro desiderio di criminalizzare il paese. La causa di questa rimozione, secondo me, deriva dal terrore militare che i gruppi mafiosi sono riusciti ad imporre, dopo la sconfitta storica dell’era di Valarioti e Lavorato. Gran parte di questo terrore deriva sia dall’esperienza diretta sia dal modo in cui la mafia viene presentata. Si uccide per futili motivi, puoi morire con una sventagliata di kalashnikov dopo una lite per un parcheggio. Si uccide in maniera spettacolare, direi quasi cinematografica. Per una serie di coincidenze, o forse per le tecniche sempre più feroci usate negli agguati, molte delle vittime recenti della violenza criminale sono decedute dopo lunghe agonie, alcune durate diversi mesi. Il ragazzo di Filadelfia – nei pressi di Vibo Valentia – picchiato e bruciato vivo per futili motivi nel periodo di Capodanno, che si è spento all’ospedale di Bari a metà del marzo successivo. Per non parlare dell’omicidio di Locri del 20 marzo 2009, avvenuto davanti ad una scuola, all’uscita dei bambini. Anche questo nato da motivazioni a dir poco futili, uno schiaffo dopo una partita a carte. E tutti pensano che, data la parentela della vittima coi Cordì, non finirà qui. A questo aggiungo le tante descrizioni alla moda che utilizzano e stravolgono la metafora di “Gomorra” e del “sistema”. Leggendo di “Al Qaeda” e mafia liquida, che dunque penetra in ogni anfratto, di mafia globale distribuita su cinque continenti, di un inferno senza redenzione chi avrà mai voglia non dico di ribellarsi ma semplicemente di testimoniare contro un criminale? Eppure guardando ancora una volta la realtà e non i luoghi comuni, colpiscono i comportamenti di quattro dei figli dei boss più potenti del rosarnese e del vibonese impegnati in rapine da quattro soldi, aggressioni gratuite, rapimenti di fidanzate. Oltre che arcaica, questa mafia appare realmente rozza. E’ difficile capire come possa esercitare un dominio tanto ferreo sul territorio, quel che è certo è che si tratta di un potere esercitato con forza e brutalità: con lo stesso spirito, la stessa arroganza e l’identica ottusità con cui i baroni ed i latifondisti esercitavano il loro potere sui braccianti e sui contadini solo alcuni decenni fa. 9) I migranti sono stati protagonisti della prima rivolta antimafia da tanti anni a questa parte nella Piana. Puoi raccontarci questo riot e qual è il rapporto con quella di Castel Volturno? Molti dei protagonisti della rivolta di dicembre un paio di mesi prima avevano dato vita a quella di Castel Volturno. La comunità ghanese, infatti, è impegnata d’estate nella raccolta dei pomodori, d’inverno in quella delle arance, e si sposta stagionalmente tra le due regioni. Quest’anno hanno visto i loro compagni brutalmente uccisi in Campania, gravemente feriti in Calabria, a distanza di poche settimane. Non ne hanno potuto più, evidentemente. Non ne hanno potuto più di questo Sud criminaloide, a cui invece i locali sembrano assuefatti. 10) Quanti episodi di violenza ci sono stati dopo la rivolta? Qualcosa è cambiato? Non ci sono stati altri episodi di violenza contro gli immigrati (non così verso i rosarnesi, è stata persino incendiata l’utilitaria delle suore), e questa è l’unica cosa che è realmente cambiata. Lo scopo dell’Osservatorio (il soggetto che abbiamo costituito dopo la rivolta) era quello di tenere alta l’attenzione ed impedire altri episodi di violenza. A dicembre sembrava davvero un obiettivo ambizioso, la rabbia e lo scoramento erano tante, perché dai primi anni ’90 ogni anno si ripetevano queste piccole e grandi aggressioni e mai nulla era cambiato. Ogni inverno come quello precedente. Superata la fase basata sulla comunicazione, abbiamo provato a chiedere interventi per la Cartiera e la Rognetta, ma la politica come detto prima ha fatto poco e soprattutto ha agito in ritardo. Un gruppo legale ha raccolto i documenti di centinaia di persone, solo in pochi casi è stato possibile intervenire, la legge lascia spiragli sempre più piccoli, ma è stato utile avere una radiografia delle situazioni presenti, anche per “destrutturare” l’alibi della clandestinità che in troppi usavano per giustificare l’immobilismo. Evidenzio anche la grande presenza della società civile: sono state organizzare raccolte di abiti, coperte, anche dai paesi vicini. Penso anche alle continue visite alla Cartiera, all’iniziativa all’Auditorium del 22 febbraio 2009 in cui abbiamo presentato il libro. Sicuramente, in questo durissimo inverno, gli africani sono stati meno soli rispetto agli anni precedenti. 11) La legge Bossi-Fini ed i continui attacchi ai migranti da parte questo governo di razzisti come influenzano la vita di queste persone? Con molta amarezza, posso dire che non riesco ad immaginare alcun peggioramento nelle condizioni degli africani di Rosarno, forse con l’eccezione dell’assistenza sanitaria di cui finora hanno tutto sommato goduto. Gente che non può denunciare una violenza subita perché sarebbe espulsa subito dopo, che vive tutti gli aspetti peggiori della clandestinità può solo migliorare la propria condizione. Le campagne sulla sicurezza e la criminalizzazione delle migrazioni rendono sicuramente più difficili gli interventi. Abbiamo impiegato circa un mese a spiegare che dietro la vita di un “clandestino” si nascondono situazioni di necessità, ingorghi della burocrazia, a volte persino coincidenze sfortunate. Se per assurdo adottassimo anche per i residenti un sistema che lega permesso di soggiorno a contratto di lavoro in regola quanti calabresi potrebbero sfuggire alla clandestinità? A questo si aggiunge una ulteriore opera di denigrazione, che voleva intorno alla “fabbrica” un insieme di fumosi e non precisati interessi, ulteriore alibi per non fare nulla. Le leggi razziste volute dalla Lega non vogliono espellere gli immigrati dall’Italia, vogliono mantenerli in una condizione servile, sotto ricatto. La fascia di immigrazione irregolare che lavora nell’agricoltura del Sud Italia non accetterebbe mai condizioni tanto dure in presenza di un’alternativa; comunque inizierebbe ad organizzarsi ed a rivendicare diritti: sanno bene di essere indispensabili e di sostenere un intero settore economico. Senza di loro tante campagne del Meridione sarebbero condannate allo spopolamento. Dunque possono pure stare a lavorare (tutti li vedono ma nessuno li caccia), ma da schiavi. Come ha detto esplicitamente il ministro dell’Interno Maroni, occorre essere cattivi. Sono le parole di un nazista. 12) Un vortice di ‘ndrangheta, sfruttamento, violenza gratuita, morti ammazzati, viaggi della speranza. Come se ne esce? Come si può migliorare la situazione dei migranti che arrivano in Calabria? Cosa possiamo fare noi? Ho frequentato per una decina di anni il vibonese, e mai ho sentito nominare i Mancuso, che invece sono celeberrimi nelle cronache nere e nei rapporti giudiziari di mezzo mondo. Solamente, ho colto di rado qualche riferimento realmente grottesco, del tipo “quelli lì”, la “famiglia” o addirittura la “Banda Bassotti”. Pur se pronunciato nella sicurezza della propria abitazione, tra quattro mura, ogni riferimento alla mafia avveniva sempre a bassa voce. I clan non hanno solo il controllo militare del territorio: hanno conquistato pure le anime, terrorizzato le menti. Ecco perché la rivolta di Rosarno mi è sembrata così importante! E’ un segnale che dice: tutti insieme la paura scompare; da ora in poi saranno loro a doversi preoccupare, a doversi nascondere. Invece, sembra che questo segnale non sia stato colto del tutto. Come dicevo, qualche settimana fa ignoti hanno dato fuoco all’auto delle suore di Rosarno, all’interno dell’Oratorio. Anche questa sarà giudicata una provocazione: ma cosa sarebbe successo se le suore fossero scese in piazza, non dico a rovesciare cassonetti ma a gridare la propria indignazione? Sarebbe stato un fatto simbolico in continuità con la rivolta di dicembre, avrebbe attirato l’attenzione internazionale, avrebbe forse fermato questa sequenza interminabile di atti criminali. Si è scelto invece di parlare genericamente di “inciviltà”. L’Osservatorio ha proposto, durante la giornata del 22 febbraio all’Auditorium, di assegnare il premio Valarioti alla comunità africana. Si tratta di un riconoscimento che negli anni il Comune assegnava ad un personaggio di rilievo, e che è intitolato a Giuseppe Valarioti, segretario del Partito Comunista, vittima della mafia. La proposta è caduta nel vuoto. Per questo guardo con maggiore fiducia agli africani. Se non salveranno Rosarno, hanno l’energia morale per salvare sé stessi. Per quanto riguarda i migranti in Calabria, non credo che si tratti di un fenomeno strutturale, quanto il frutto di una serie di contingenze che portano gruppi di migranti in un determinato luogo, stagionalmente. Se si esclude la Piana, non vedo grandi concentrazioni di stranieri nella regione. Una buona percentuale di presenza degli immigrati è legata al Centro di Crotone, ed anche questa è temporanea. Per quella che è la mia esperienza, ogni migrante ha un progetto di vita estremamente chiaro e strutturato; al primo punto, mette il miglioramento della propria condizione di vita, al secondo mandare soldi a casa. Oggi in Calabria è difficile trovare le condizioni per fare anche solo una di queste due cose. Spesso chi si trova nella regione è convinto di trovare uno Stato meno pressante, controlli meno severi, ma presto capisce tanti altri sono gli svantaggi di questa permanenza. Per quanto riguarda “ciò che è possibile fare”, l’Osservatorio dimostra che pochissime persone, se determinate ed in grado di usare al meglio gli strumenti offerti dalla tecnologia, possono comunicare in maniera efficace, attirare l’attenzione, esercitare una pressione democratica sulla politica. Per altri aspetti si è trattato di un esperimento di “citizen journalism”, di informazione dal basso che ha coinvolto i media “mainstream”. Dal punto di vista sociale, invece, occorre contrastare la fuga nel privato, che spesso è un disperato tentativo di rendere a sé stessi e soprattutto agli altri meno sgradevole la realtà che si vive, con risultati sinceramente grotteschi. Quella che agli occhi del mondo esterno è un “antimondo” segnato dalla violenza può essere disegnato come un paese caratterizzato da episodi sporadici evidenziati ed ingigantiti da media malevoli. “Ormai si vive ritirati”, mi diceva un testimone rosarnese, riferendosi alla prevalenza dello spazio privato su quello pubblico. Con parole più dure, diremmo che la quotidianità scorre nell’ossessivo tragitto casa-lavoro. Che la cura delle abitazioni e della famiglia ha il compito di riempire le esistenza, con la speranza nascosta che i problemi esterni non vengano a turbare la tua quiete: talvolta anche “farsi i fatti propri” può non essere sufficiente. In questi casi si ricorre al fatalismo, al destino. Ma non è il caso a decidere che i problemi esterni ti entrino in casa, sfondino la porta blindata della tua bella abitazione. E’ la gravità dei problemi a far precipitare gli eventi. Gli africani hanno dato una grande lezione: contro la rassegnazione, contro il fatalismo. Ecco perché a me sembra provocatorio parlare di silenzio, di prudenza. Non di salvezza. info sul libro: Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l`Italia. A cura di Antonello Mangano. Terrelibere.org edizioni. Febbraio 2009. Interventi di Giuseppe Lavorato, Fulvio Vassallo Paleologo, Fortress Europe. Prefazione di Valentina Loiero. Postfazione di Tonio Dell`Olio. In seguito al ferimento di due lavoratori della Costa d’Avorio, gli africani di Rosarno si ribellano. E’ il 12 dicembre 2008. Il loro gesto segna il confine tra la rassegnazione e la protesta, tra il consueto e l’inaccettabile. Non sono i cittadini italiani a trovare il coraggio della rivolta civile, ma “clandestini” senza diritti e documenti. Rosarno è uno dei tanti paesi agricoli del Meridione dove gli immigrati sono sfruttati, sottopagati, umiliati. Ma è anche l’unico dove, fin dal 1992, sono vittime di sconcertanti episodi di violenza, comprese estorsioni e rapine, in un contesto dove la popolazione è oppressa da un sistema mafioso fatto di narcotraffico intercontinentale ed arcaismo brutale, boss rapinatori e violenze quotidiane. La storia della Piana è però molto contraddittoria, ed ha vissuto momenti eroici, anche recenti, di lotta al latifondo ed alla mafia. L’ esempio degli africani, che rifiutano il fatalismo fino dal momento della partenza, indica a tutti gli italiani una possibile via di salvezza… autistici.org/teleimmagini
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